Queste diversità hanno
direttamente riferimento, sia al neopositivismo, sia ovviamente alla
dialettica e sia in modo particolare al Wittgenstein. Ovviamente
adesso non sarebbe opportuno spendere troppo tempo per mostrare come,
questa che può apparire come una riflessione molto astratta sul
concetto di possibile, abbia invece delle enormi ripercussioni
morali, pratiche, scientifiche ecc., ma adesso c’è, come dire, da
accettar per fede che sia così.
Questi due scritti del Calonego, di cui
poi faremo le fotocopie, già sono un aiuto per vedere l’importanza
del problema, ma c’è anche questo piccolo libricino dell’americano
Hacker, che è un importante studioso di Wittgenstein, in particolare
del così detto “secondo Wittgenstein”- cioè delle ricerche -, e
questo libricino fa parte di una collana introduttiva ai vari
filosofi, pubblicata dall’editore Sansoni, e dedicata a
Wittgenstein, appunto lo scopo è quello di presentare il pensiero di
Wittgenstein. Rispetto a questa faccenda del possibile e tutte le
varie implicazioni sue, è utile. Dico subito che il libro non è
facile, perché – secondo me giustamente – quando lui va a fare
l’introduzione a Wittgenstein, non fa finta che Wittgenstein possa
essere espresso in modo facile. Lui prende un problema in
Wittgenstein, e cerca di mostrare come Wittgenstein lo affronta, e
quindi ti da un campione, un esempio della procedura di Wittgenstein,
poi sono affari tuoi approfondire, capire ecc.
Però, leggendo con attenzione, mi pare
che sia un obiettivo superabile, anche perché è di poche pagine, 70
pagine.
Io credo che sicuramente del testo di
Calonego possiamo fare le fotocopie e quindi prenotarci per la
prossima occasione per discuterne, con il Calonego stesso se è
d’accordo.
Però a me sembra che sarebbe opportuno
anche fare le fotocopie di questo libricino. Io l’ho trovato per
caso da Bulzoni, pubblicato nel ’98, e sarebbe utilissimo, se uno
volesse, affiancare a questo libricino su Wittgenstein, con un
libricino di Wittgenstein, intitolato “Filosofia”,
pubblicato da Donzelli Editore di Roma. Il libro è piccino piccino,
sono 80 pagine con il testo anche tedesco. Sarebbe una lettura da
fare insieme a questo, è proprio sul concetto di filosofia e li è
direttamente legato al problema del possibile. Però io penso che se
noi facciamo la fotocopia di questo, uno può avere più o meno
difficoltà a capirlo, però insomma se lo tiene, e poi dopo tra un
po’ di tempo lo capisce bene.
INTERVENTO: Pensi che sia reperibile in
libreria?
Stefano Garroni: Penso di si, io l’ho
trovato per caso: andavo da Bulzoni, cercavo un’altra cosa, l’ho
visto e l’ho preso.
INTERVENTO: Da Bulzoni a San Lorenzo?
Stefano Garroni: Si esatto, di fronte
all’università. Però ripeto, se noi possiamo facciamo le
fotocopie e risolviamo il problema. Se voi siete d’accordo, se noi
questa sera facciamo le fotocopie, intanto sicuramente delle due cose
del Calonego, l’appuntamento prossimo nostro potrebbe essere
dedicato a ragionare su queste cose del Calonego.
Pochissime parole su questo: ovviamente
sono cose del Calonego, e quindi sono cose di una persona che fa
letture tutt’altro che ovvie, che generalmente legge cose di logica
matematica, che è estremamente chiaro, se tu conosci ciò di cui lui
parla. Ovviamente però, con attenzione, si riesce a comprendere. Io
ne ho parlato con lui, gli ho espresso la mia opinione, che sono
sbagliati questi due scritti, nel senso che lui prende Marx, lo mette
di fronte a una tematica possibile dentro il neopositivismo. E
allora, ovviamente Marx corrisponde. Però questo errore, è l’errore
che faceva Colletti, e sotto c’è il problema del rapporto
logica-dialettica, e vengono fuori alcuni problemi, su cui è
importante precisarsi le idee, a prescindere dall’eventuale errore
di impostazione del Calonego. Quindi mi pare che sarebbero
estremamente utili.
Luca, giustamente ha fatto la fotocopia
di un articolo di una compagna americana, pubblicato dalla rivista
L’Ernesto, che è un articolo molto utile in relazione proprio al
dibattito su questo libretto del compagno inglese. Io credo che valga
molto la pena che quell’articolo venga letto, in vista del
dibattito.
Acclarate le premesse, noi oggi dovremo
vedere il libro del compagno Rubin, un compagno sovietico, il libro
esce nel 1924, appunto, come si accennava l’altra volta, lui ha
qualche problema, in quanto viene accusato di menscevismo, però in
realtà anche dopo quest’accusa, lui diviene un quadro mi pare
della scuola centrale di partito, o di un istituto importante
sovietico e scrive, e si occupa dell’interpretazione di Marx, dal
punto di vista dell’economia diciamo. In realtà noi i punti
fondamentali del discorso di Rubin li abbiamo già visti, sia
attraverso le cose che diceva Carla l’altra volta, sia anche
attraverso quelle cartelle scritte da me perché se fate attenzione,
in nota, io frequentemente faccio riferimento a Rubin.
Però può valer la pena di soffermarsi
un po’ meglio sul testo di Rubin, tenendo presente però due
circostanze:
la prima è che questo è il compito
che io ho fatto sul libro di Rubin, però l’ho fatto qualche tempo
fa esattamente l’ 11/03/99, e dopo di che non l’ho riviste,
quindi sono un po’ più faticose del solito, da un lato; dall’altro
lato, sembra a me, che sia utile usare il testo, come dire, per
allargare la prospettiva. Per prendere spunto da quello che il testo
dice, e introdurre altri problemi, non per slabbrare le cose, ma per
far venir fuori stimolazioni più ampie dal testo.
Ad esempio, proprio il problema
fondamentale con cui inizia il libro di Rubin, è quello
dell’irrazionalità del modo capitalistico di produzione – anche
se lui non usa quest’espressione -, nel senso che il modo
capitalistico di produzione rende impossibile una gestione razionale
consapevole, sia della distribuzione del lavoro sociale nei vari rami
della produzione, sia, dal punto di vista dell’organizzazione
consapevole della riproduzione ed espansione del processo produttivo.
Quindi, in sostanza, il problema da cui
lui parte nel libro, è l’individuazione, del modo capitalistico di
produzione, come un modo in cui il processo economico, avviene:
1) Fuori di una gestione consapevole
2) Attraverso un modo di imporsi delle
leggi economiche, che è analogo al modo in cui le leggi si impongono
nei fenomeni naturali. Quindi, che ne so, immaginiamo una valanga
che precipita e distrugge uomini, cose ecc., c’è una legge di
natura che si va imponendo, ma si impone senza nessun’altra
considerazione, di forza, con cieca necessità.
Questa rappresentazione del modo
capitalistico di produzione, come un succedersi di eventi che
semplicemente stanno li, avvengono, ma che in questo loro stare li e
avvenire, affermano delle leggi, una necessità, non controllata, non
gestita, e che si impone quale che sia il costo, questa
rappresentazione del modo capitalistico di produzione, sappiamo che è
nettamente la rappresentazione che si ricava dalla pagina di Hegel,
quando, in particolare nella Filosofia del diritto, si occupa
appunto di descrivere la così detta società civile, cioè, il
mondo, appunto, del mestiere dell’attività economica.
Ed è molto importante, per esempio,
che questo è il senso di natura in Hegel, perché questo senso di
natura noi lo ritroveremo in Marx quando Marx dirà che le società
si sviluppano secondo leggi naturali. Marx infatti, ricordiamo che
introduce una spaccatura fondamentale, e cioè il così detto regno
della necessità, e il così detto regno della libertà. Il regno
della libertà scatta quando la società prende in mano le leggi
dello sviluppo economico e le gestisce consapevolmente. Nella fase
precedente domina il regno della necessità, cioè domina la
naturalità dell’evento economico, cioè l’evento economico nel
senso che dicevo prima.
All’interno del regno della necessità
la storia procede secondo leggi naturali. Lo sviluppo storico è uno
sviluppo di tipo naturale. Naturale significa questo imporsi cieco
della legge, quale che sia il costo, e contro questo modo di essere
nella storia, appunto, l’alternativa della gestione consapevole,
quindi del regno della libertà ecc.
Vale la pena qui di soffermarsi . Vale
la pena anche per una cosa che diceva il Calonego. Voi sapete che è
abbastanza diffusa la tesi per cui la concezione dialettica, fa
centro sulla nozione di totalità. Questo particolare è di estrema
importanza. Per es. quando tra fine ‘800 e inizio ‘900, si
afferma in Inghilterra il così detto neohegelismo, quindi la
filosofia di Mac Taggart, di Bradley - che sono poi i punti di
riferimento centrali, di quella polemica, di quell’ambiente
culturale che poi costituirà il neopositivismo, il Circolo di
Vienna, fino a Wittgenstein -, considerati neohegeliani, costruiscono
il loro discorso proprio sul primato della totalità. E quindi
l’impossibilità di conoscere un che di determinato, se non in
quanto parte di un insieme.
Ora, è molto interessante che questo è
relativamente falso, nel senso che il punto d’avvio del discorso di
Hegel, è un punto d’avvio di critica a Kant, cioè il punto di
avvio è la denuncia della scissione. La dialettica si pone come
sviluppo della riflessione sulla scissione, sulla separazione, sulla
contraddizione; sviluppo di quella scissione, che riesce, proprio
sviluppandosi – la riflessione sulla contraddizione – a cogliere
come gli elementi contraddittori si richiamino l’un con l’altro,
e quindi come i due contraddittori siano comprensibili se li si
vedono uno implicato nell’altro. A questo punto scatta la totalità.
La totalità è questo insieme che mi permette di vedere i
contraddittori, gli opposti, ma vederli come una espressione di una
connessione profonda.
Luca Climati: Non è l’uno che si
divide in due!
Stefano Garroni: Esatto.
Esempio estremamente importante, perché
ha delle conseguenze formidabili: voi ricordate come nella tradizione
millenaria, esistono due tipi fondamentali di prove dell’esistenza
di dio, e cioè le prove, diciamo, induttive e le prove deduttive.
La prova induttiva, in definitiva, è
questa: il mondo, il mondano, cioè la dimensione dell’esistente, è
la dimensione del finito, del particolare; di ciò che per esistere
ha bisogno di altro. E’ il mondo degli effetti che hanno bisogno
delle cause, ma a loro volta le cause sono effetti di altre cause,
quindi ogni esistente rinvia ad altro per giustificare la propria
esistenza. In questo continuo rinvio del contingente a una causa che
lo spiega, la quale causa a sua volta diventa però un contingente
che è effetto di un’altra causa ecc., ; in questo continuo rinvio
non si raggiunge mai una stabilità, non si raggiunge ma una ragione
dell’esistenza di questo contingente. Donde la necessità di
postulare una ragione fuori del mondo del contingente, che sia la
ragione di tutto il mondo contingente.
E’ molto importante il fatto
che quando Hegel affronta questo tipo di prova dell’esistenza di
dio, mette in evidenza che accettando queste prove, e quindi
accettando quel ragionamento per cui il contingente trova nel
necessario la propria causa, si dimostra anche il contrario, e cioè
che è proprio il contingente che pone il necessario. Cioè che così
come è vero che il particolare, il finito, il contingente, ha
bisogno del necessario per esistere, il necessario intanto esiste in
quanto è necessario del contingente.
E’ del tutto chiaro che se
esiste una legge che vieti qualcosa, esisterà la violazione di
quella legge: in quanto la gente ruba c’è una legge che dice “Non
rubare”, e quindi la legge del non rubare, intanto può esistere in
quanto esiste il contrario del non rubare, cioè il fatto del rubare.
Questa legge, intanto può esistere in quanto esiste il contrario di
se stessa, cioè la violazione, e quindi il mondo della legge, della
regola, del diritto, implica l’esistenza del mondo del delitto.
Allora, se io dico che il mondo del diritto smentisce il mondo del
delitto, ho ragione, in quanto il diritto afferma la giustizia. Ma
questa giustizia intanto viene affermata, in quanto viene smentita.
Se ci sono i delitti, è necessario che esista il diritto. Mi spiego?
Allora questo significa che la legge, certamente smentisce il
delitto, ma intanto smentisce il delitto, in quanto proprio il
delitto la pone, l’esistenza del delitto pone la necessità della
legge, e la legge implica il contrario di sé. E quindi in sostanza,
generalizzando, intanto dio crea il mondo, in quanto il mondo pone la
necessità della creazione divina. E quindi in realtà c’è un
rinvio dell’uno all’altro: dio ha bisogno del mondo e il mondo ha
bisogno di dio.
Ovviamente se si fa questa
considerazione si scopre che la dimostrazione dell’esistenza di dio
è la negazione dell’esistenza di dio, perché è la dimostrazione
dell’esistenza di una totalità, che comprende dentro di sé legge
e delitto, luce e ombra, causa ed effetto, e i due elementi si
richiamano e si implicano l’uno con l’altro: eccola la totalità.
Ma allora la totalità è venuta fuori dall’aver colto fino in
fondo l’opposizione tra delitto e diritto, tra mondo e dio. Colta
fino in fondo questa contraddizione, scopriamo che l’un termine ha
bisogno dell’altro per giustificarsi. Dio ha bisogno del mondo per
giustificarsi e il mondo ha bisogno di dio per giustificarsi e
viceversa.
Quel povero cristo non poteva
sacrificarsi se gli uomini non commettevano il male. Sennò non aveva
alcun senso che lui si sia sacrificato. Comunque non ha avuto senso
che lui si sia sacrificato, però insomma se doveva avere un senso il
sacrificio di dio è perché c’era il peccato. Quindi una
condizione della nobiltà di dio è l’esistenza del peccato. E
allora peccato e dio vengono a costituire un insieme interattivo di
opposti.
Quello che è importante è capire,
appunto, come questa nozione di totalità venga fuori dalla
constatazione radicale dell’esistenza degli opposti. E allora
questa totalità dialettica non è una totalità pacifica, ma è una
totalità che nasce dalla scissione, è una totalità che mi spiega
la scissione, che è posta dalla scissione, per rendere comprensibile
la scissione, quindi è una totalità drammaticissima, non pacifica.
Allora ovviamente ogni discorso che
dica: “La dialettica è il discorso della totalità”, ha questo
elemento di pericolosa mistificazione, che perde di vista il fatto
che la totalità di cui parla la dialettica è la totalità degli
scissi. E’ una totalità sofferta, drammatica, e che quindi porta
sempre con sé il problema. Mi spiego?
Questo ci da un’indicazione molto
importante per capire che diavolo significa legge economica dentro il
discorso di Marx. Appunto, se la totalità, è la totalità che nasce
e spiega la contraddizione, se la totalità non è una situazione di
pace per cui tutto è armonico, ma è proprio ciò che rende
possibile, comprensibile, la scissione, la spaccatura, il dramma, il
movimento - noi dicevamo in altre occasioni come il concetto
dialettico è la regola del movimento -, e si faceva l’esempio,
ovviamente estremamente semplificato: se io dico ad una persona di
costruire una serie di numeri sulla base della regola n+n+1, per cui,
n è un numero qualunque, tu costruisci una serie di numeri,
iniziando da un numero, e poi faccio seguire lo stesso numero
aumentato di 1. Questa è un’indicazione facilissima, una serie di
numeri naturali. Però succede che questa regola – n+n+1 -, non è
nulla. E’ qualche cosa quando io comincio a costruirla la serie dei
numeri. Quando comincio a dire uno, due, tre, quattro ecc., allora è
qualcosa. Quindi, io ho una serie di eventi, questa serie di
eventi però non è casuale, è una serie che risponde ad un ritmo,
che è quello indicato dalla legge, la quale legge esiste solo in
questi eventi che si succedono, quindi non ha un’esistenza a
priori, a prescindere, fuori del mondo, ma è nel mondo degli eventi.
La sua esistenza è data dagli eventi stessi, i quali eventi però
non sono casuali, ma avvengono, si distribuiscono secondo un ritmo, e
questo ritmo è la legge dialettica. Ma la legge dialettica, se è
questo ritmo degli eventi , appunto, è inseparabile dagli eventi, e
ogni evento è diverso dall’altro, allora la legge che unifica è
inseparabile dalla differenza delle cose.
Poniamo la cosa sotto quest’altro
vertice: io dico, per es., al mercato, che due pacchetti di cerini
valgono un pacchetto di sigarette. Siccome stiamo all’interno del
Mercato e non del baratto, allora non c’è mai questa operazione,
ma c’è quest’altra operazione, e cioè: c’è una merce, c’è
il denaro, e c’è un’altra merce. Cioè io ho una merce, la
vendo, acquisisco del denaro e poi con questo denaro compro un’altra
merce. Nel mercato, in particolare nel mercato capitalistico, le
merci non si spostano, ma si sposta il denaro: è attraverso lo
spostamento del denaro che si spostano le merci; infatti è
interessantissimo il fatto che nelle società capitalistiche evolute
tu puoi avere addirittura nessuno spostamento reale di merce, ma
tutto spostamento di denaro, e addirittura neanche di denaro, ma di
denaro virtuale, con i computers ecc.
Allora, quando noi diciamo “dentro il
mercato”, non nel baratto, due pacchetti di cerini valgono un
pacchetto di sigarette, intendiamo dire che due pacchetti di cerini
costano, facciamo conto, dieci lire, e un pacchetto di sigarette
costa dieci lire. Quindi, questo [2 scatole di cerini] è uguale a
questo [1 pacchetto di sigarette]perché tutti e due sono uguali a
queste, le 10 lire. Questo è uguale a questo in quanto questo è
scambiabile con dieci lire e questo è scambiabile con dieci lire
La situazione qui sarebbe questa:
chiamiamo questa A, questo B, e questo C. A = B, perché B = C, e A =
C. I due pacchetti di cerini sono uguali a dieci lire e il pacchetto
di sigarette è uguale a dieci lire, allora questi due sono uguali
perché sono uguali a questo terzo.
Sono misurabili in quanto sono
rapportabili a una misura comune. E’ chiaro che se noi facciamo
questo discorso, andiamo in un paradosso terrificante, perché noi
stiamo cercando di spiegare un processo economico, sociale e storico
determinato – lo spostamento delle merci . L’abbiamo spiegato
ricorrendo a un processo logico: questo è uguale a questo perché
questo è uguale a questo e questo è uguale a questo. A = B, in
quanto A = C, e B = C
INTERVENTO: Non è vero questo?
Stefano Garroni: No, no, no, noi diamo
per scontato che sia vero. Ma capisci che cosa mostruosa è dire che
un evento storico, è quello che è per ragioni logiche. E’ cosa
mostruosa perché tu hai fatto della logica, delle leggi logiche, la
legge della storia. Il che è la follia più totale. Basta assistere
a una seduta del nostro parlamento per vedere che la politica con la
logica non ha nulla a che vedere. Spiegare la storia, la politica,
l’economia, con le leggi logiche, è il massimo dell’aberrazione
nel senso che tu inventi un mondo di sogni. Sembrerebbe allora che
nella storia il miglior politico sia il miglior logico matematico,
perché è quello che sa fare meglio i conti logici, ed è quindi il
miglior politico, e invece non è vero nulla.
Ora, è interessante che Marx molte
volte, quando deve spiegare il suo discorso, ricorre proprio a quello
schemino che dicevo. Per es. c’è uno scritto sulla forma di
valore, che è tutto costruito in questa maniera: tanto di X equivale
a tanto di Y, perché valgono tutti 10 lire.
INTERVENTO: Scusa non capito il perché
dell’aberrazione.
Stefano Garroni: E’ chiaro che se le
leggi logiche spiegano la storia…
INTERVENTO: E chi l’ha detto che le
leggi logiche spiegano la storia?
Stefano Garroni: Questo è un esempio:
due di questi valgono uno di questo, perché? Perché questo vale
questo e questo vale questo. Io ti ho dato come motivazione della
scambi abilità di questi due, una procedura logica. Essendo A = C, e
B = C, allora A = B.
La cosa importante è che tu per
spiegare un fenomeno storico applichi delle procedure di logica
formale. Questo è mostruoso perché
1)Se fosse vero questo, bisognerebbe
dire, non so, Euclide sarebbe il massimo dei politici. Lobacevskij
ecc., cioè i grandi logici matematici sarebbero i grandi politici,
se la storia e la politica fossero espressione delle leggi logiche.
Ma fai conto, sarebbe del tutto chiaro
che se io ho Ocalan in Italia e tu D’Alema dici: “Non puoi più
stare qua”, inevitabilmente lo rendi acquisibile da parte dei
servizi segreti che poi l’ammazzeranno, quindi tu sei un assassino,
sei complice moralmente di un assassinio. Sarebbe del tutto logico
questo, e quindi tu D’Alema non potresti in nessun modo difenderti
perché sul piano puramente logico sarebbe chiarissimo che è una
assassino. Lui è un assassino, però si può difendere accampando
cose come: “Io mi sono limitato a…”, e invece è chiaro che le
cose stanno diversamente. Ma, in altre parole, tu non puoi spiegare
un evento storico, un processo storico, sulla base della coerenza
logica, delle leggi della logica.
Ora, è importante che Marx quando deve
spiegare il suo punto di vista, spesso ricorre a esemplificazioni che
hanno questa caratteristica, creando qualche problema, perché
contemporaneamente, Marx produce anche un altro modo di spiegazione,
e cioè: nella realtà dello scambio, succede che io vado al
Mercato con la mia merce, cercando di ricavare il più possibile, ma
anche tu fai la stessa cosa, anche lei fa la stessa cosa ecc.,
attraverso questo gioco ad incastro e di tentativi di fregarci
reciprocamente, cosa dice Marx? Dice che in realtà si va imponendo
una tendenza, e cioè la tendenza a scambiare il prodotto sulla base
del suo valore. A questo punto vedi che la forma dell’argomentazione
è completamente diversa, qui la logica non c’entra più, qui si
sta dicendo: c’è una situazione di scontro di interessi, ogni
interesse è avverso all’interesse altrui, ma attraverso proprio
questo scontro di interessi, e quindi di questo tentativo di
fregatura reciproca, si impone una legge obiettiva, quella che tende
a far scambiare i prodotti sulla base del valore. Qui non c’entra
più la logica.
A questo punto la spiegazione risulta
credibile, perché è stata tolta quella stranezza, per cui la legge
logica era la chiave di volta del movimento storico reale. Allora si
comprende che quando tu fai della legge logica, la spiegazione del
movimento storico reale, stai cercando di spiegare quello che tu vuoi
dire in modo più semplice possibile. Quando vai veramente al succo
della faccenda, cosa fai? Fai una cosa che è maledettamente
dialettica, e cioè spieghi l’evento storico attraverso l’evento
storico. Lo scambio delle merci al mercato è l’incontro-scontro
di interessi contrapposti, questa è la realtà del mercato. Questa è
la realtà della storia, questo è quello che di fatto avviene nella
storia, ma attraverso questa realtà di fatto, storicamente
accettabile, attraverso questo si va imponendo una regola. E’
chiaro?
Questo è il senso della totalità
dialettica. Per questo è importante capire che la totalità
dialettica, viene fuori come espressione di una drammaticità di
opposizioni. Qui tu hai un’esemplificazione della totalità
dialettica, cioè questo tendenziale scambio sulla base del valore,
che equilibra le varie differenze e squilibri, è appunto quella
totalità che si va affermando attraverso lo scontro degli interessi,
non per calcolo logico, non per automatismo logico, ma proprio
attraverso il meccanismo dello scontro.
INTERVENTO: Quindi non è assoluto, è
in funzione del tempo e di circostanze viarie.
Stefano Garroni: Ovviamente, e questo è
fondamentale, perché un altro equivoco su cui insiste molto Rubin,
è appunto la faccenda del valore-lavoro. Anche qua, se noi facciamo
lo schemino puramente logico, la cosa sembra quasi plausibile però
diventa totalmente incomprensibile.
Cioè lo schemino puramente logico è
questo: io faccio il calzolaio, lui fa il barbiere, lei fa un altro
mestiere, ognuno di noi ha un lavoro diverso. Quando andiamo al
mercato, non possiamo scambiare i nostri lavori diversi perché sono
incommensurabili. Come si fa a comparare il lavoro del barbiere e il
lavoro del macellaio? E’ necessario un terzo, e ritorna il discorso
A=b a C ecc., e questo terzo è il lavoro astratto. Prescindiamo
dalle varie differenze particolari, concrete dei singoli lavori e
abbiamo il lavoro astratto.
Ma lavoro astratto che vuol dire? Se io
prescindo dalle differenze storiche, concrete, delle abilità, ecc.,
che vuol dire?
Maurizio Franceschini: Devi ricorrere
al terzo!
Stefano Garroni: Certo, ma da che è
dato questo terzo? E qui viene fuori un grande problema. Questo terzo
sembrerebbe essere unicamente la capacità fisica di erogare sforzo.
Allora succede che ci sarebbe un lavoro astratto, cioè il lavoro
come mera capacità di produrre sforzo, che sarebbe esistito sempre
in tutte le fasi della storia ovviamente, perché in tutte le fasi
della storia gli uomini hanno avuto quest’astratta disponibilità,
capacità, di lavorare. Allora verrebbe fuori che questa legge del
valore, sarebbe valida in ogni epoca della storia, verrebbe fuori il
paradosso per cui la legge chiave del sistema capitalistico sarebbe
la legge della storia in generale., il che è assolutamente
contraddittorio.
Allora è necessario fare quell’altra
operazione che diceva lui, e su cui Rubin insiste: il lavoro astratto
non è questa mera capacità fisica di faticare, ma il lavoro
astratto è il risultato della trasformazione del lavoro
qualitativamente diverso – quello del macellaio, del barbiere, ecc.
-, in quantità misurabile. E questo è possibile in quanto tu hai
avuto una scienza matematizzata, la produzione di strumenti che ti
consentono di misurare le esperienze, per es. vai dall’ottico e ti
misura la vista. Cioè, mano a mano che tu riesci ad acquisire
strumentazione tecnica e conoscenza scientifica che ti permettono
questa ma tematizzazione dell’esperienza, allora puoi produrre il
lavoro astratto, perché il lavoro astratto è appunto il lavoro
ridotto in quantità misurabile, così come tutte le sensazioni sono
scientificamente traducibili in processi misurabili. Allora succede
che il lavoro astratto è possibile all’interno della società
moderna, perché ha avuto quello sviluppo tecnologico, perché ha
avuto la necessità di far questo essendosi allargato il mercato.
Engels lo dice. E’ un’osservazione
banale ma è del tutto chiaro che è vero. Voi sapete che nell’antica
Grecia per es., quando un esercito si muoveva per far battaglia, per
es. per occupare un territorio, si muoveva portandosi dietro una
serie di persone con un sacco di merce, e queste persone erano
incaricate di trafficare, perché li la guerra era notoriamente la
guerra di un esercito contro un altro esercito, poi c’erano le
popolazioni, e i commercianti che l’esercito aggressore si portava
appresso, avevano avuto l’autorizzazione dallo Stato di partenza di
commerciare, e quindi assicuravano il vitto e le cose necessarie
all’esercito. E’ chiaro che queste comunità, erano
fondamentalmente organizzate nello stesso modo, da un punto di vista
delle tecniche lavorative, dei modi della produzione ecc. Voglio
dire: il calzolaio d’Atene sapeva esattamente che cosa caspita
significava costruire delle scarpe, non so, a Cipro. La tecnica
produttiva era quella, il giro del mercato era quello, le materie
prime disponibili erano quelle, allora non ci voleva molta esperienza
per capire che se io ateniese ho fatto un paio di scarpe ci ho messo
dieci giorni, e quindi voglio dieci dracme; se tu calzolaio di Cipro
mi dici: “ah per queste scarpe mi devi dare 30 dracme perché sono
30 ore [qui Stefano sbaglia, in realtà sono 30 giorni] di lavoro”,
dico: “No, mi stai imbrogliando”. So perfettamente che è così.
Ma quando il mercato tu l’allarghi, e diventa il mercato mondiale,
questa calcolabilità del lavoro necessario, è possibile solo sulla
base dell’alta tecnologia, cioè di quel processo di trasformazione
delle differenze empiriche in differenze quantitative, cioè il
lavoro astratto. Ma allora il lavoro astratto diventa qualche cosa di
organico allo sviluppo della società moderna, della società
moderna, non solo del modo di produzione, ma della sua scienza, della
tecnologia disponibile, dell’organizzazione sociale, cioè della
possibilità di spostare merci, per es., quindi le strade, i mezzi di
comunicazione ecc., tutto questo complesso rende possibile
l’individuazione del lavoro astratto come metro di misura.
Ma a questo punto, il lavoro astratto,
come giustamente diceva Vittorio, diventa un prodotto storico, quindi
è relativo. Quindi non puoi elaborare, che ne so, una sorta di
metafisica del valore. Il valore è dato dalla quantità […]
[…] l’economia. E quindi per es.
anche quell’imbroglio su cui Maurice Dobb insiste molto (Maurice
Dobb è un famosissimo economista marxista inglese), insiste in
pagine molto belle, nel mostrare come l’economia matematica – nel
senso di quell’economia che produce modelli astratti del
funzionamento economico, è paradossalmente qualcosa di importante
sul piano logico, ma non economico. Cioè è estremamente importante,
per elaborare la possibilità di calcolare fenomeni a molte varianti,
ma dal punto di vista economico no, perché dal punto di vista
economico conta la politica economica, cioè gli scontri di
interessi, nelle condizioni date.
Ed è importante che per es. buona
parte della riflessione sul calcolo della probabilità in epoca
moderna, nasce in ambiente economico, ma appunto si tratta di
produzione di schemi logicamente importanti, che poi caso mai hanno
applicazione in ambito di ricerca fisica, ma la politica economica,
invece, tiene conto di altri fattori: le condizioni obiettive del
mondo, ma lo scontro di interesse anche, che ovviamente nella
modulistica economica scompaiono. Per cui è una cosa bellissima e
importantissima, ma sul piano logico.
Ecco, a me questo sembra che sia il
nucleo fondamentale del discorso di Rubin, cioè storicità della
categoria di valore astratto, storicità delle leggi economiche, il
che significa che non sono più leggi economiche, ma sono
l’espressione di un certo modo di organizzarsi nel mondo: non c’è
più la metafisica economica.
E terzo, questa forte insistenza sul
carattere irrazionale, nel significato che dicevo prima, del sistema
capitalistico. Perché questo ovviamente pone il tema
dell’alternativa, cioè, voglio dire questo: voi conoscete quel
proverbio che dice: “Fa le nozze con i fichi secchi”. Ovviamente
le nozze con i fichi secchi non si fanno, però, quando tu non hai
altro, fai le nozze con i fichi secchi. Non sono delle nozze molto
belle. Però, quando tu sei costretto le fai pure con i fichi secchi.
Ecco, quando noi diciamo socialismo,
diciamo una cosa in cui non esiste quell’irrazionalità di prima,
in cui esiste la società che si rimpossessa delle leggi economiche e
quindi assolve in sé lo Stato, perché lo Stato come organismo
separato, è espressione della separazione tra legge economica e
società, la società che riassorbe in se le proprie forze e i propri
strumenti e l’organizza consapevolmente. Per es., stabilisce
consapevolmente – e quindi attraverso una procedura democratica –
quanto lavoro impiegare nella produzione di quello, quanto lavoro
impiegare nella produzione di quell’altro, come distribuirlo ecc.,
sulla base di una volontà collettiva. E qui si pone il problema: di
una volontà generale o di una volontà di tutti? Perché questo è
un problema importante su cui bisogna tornare.
Questo sarebbe far le nozze senza i
fichi secchi, far le nozze sul serio. Facciamo conto che io non le
possa fare sul serio, e mi debbo accontentare dei fichi secchi,
allora succedono cose strane. Secondo me, appunto, se io non posso
far le nozze bene e le faccio solo con i fichi secchi, e viene
Maurizio e dice: “Ammazza che nozze ridicole che hai fatto”, io
dico: “Eh no, non hai capito niente, perché non ero in condizioni
di farle bene. Ovviamente tu, Maurizio, che le puoi far bene, non
commettere gli errori miei”, ma io sono stato costretto a far così.
Però è certo che quando noi diciamo socialismo, intendiamo quel
processo di riassorbimento delle leggi sociali, nella coscienza
sociale collettiva. Questo vuol dire socialismo. Poi certo, se tu sei
costretto ai fichi secchi farai una schifezza di socialismo. Bisogna
vedere, se potevi fare diversamente non lo so, insomma, però, quella
è una schifezza di socialismo.
Luca Climati: Però c’è il rischio
che i fichi secchi diventino una logica astratta assoluta, come nella
direzione della II Internazionale.
Stefano Garroni: Appunto. Certamente,
noi quando diciamo socialismo diciamo una cosa in cui non ci stanno i
fichi secchi. Cioè una cosa in cui queste leggi sociali finalmente
vengono riassorbite, cioè, il regno della libertà, non della
necessità.
Non è difficile comprendere come negli
anni ’20, negli anni ’30, dire queste cose in Unione Sovietica
non era facilissimo. Ponevano problemi insomma.
Non è dubbio, sembra a me, che per
noi, io direi una volta capita la lezione che tu puoi anche prendere
le scorciatoie, appunto, piglio i fichi secchi e faccio le nozze,
però vengono fuori nozze di una schifezza. Se le vuoi far bene non
prendi i fichi secchi ma prendi un’altra cosa, cioè il socialismo
si fa nell’alto sviluppo, cioè ha bisogno di quello sviluppo delle
forze produttive, di quella matematizzzione, di tutte quelle
condizioni che consentano per es. di liberare l’uomo dal lavoro
manuale, perché è una balla che il lavoro manuale sia una cosa
nobile. Non è nobile. Il lavoro manuale lo possono fare pure le
bestie, pure le macchine, e allora non è nobile. Però l’uomo può
essere liberato dal lavoro manuale se ci sono le macchine. Le
macchine vuol dire la scienza, la matematizzazione dell’esperienza,
ecc. ecc. Su questa base tu puoi costruire la riappropriazione
sociale, perché quello è l’obiettivo.
A me sembra appunto che questi siano
sostanzialmente i temi che il nostro amico pone. In questo senso quel
compagno americano su cui si soffermava Carla, secondo me era una
testimonianza del come eravamo nel ’68, nel senso che di tutto
questo ha capito ben poco, perché questo tipo di discorso è tutto
costruito su una considerazione attenta, di obiettivi processi di
sviluppo tecnologico, scientifico, di possibilità storicamente
determinate dal patrimonio tecnologico e scientifico esistente; cioè,
ha tutto un taglio, in questo senso consentitemi l’espressione, non
speculativo, che invece si manteneva nello scritto del compagno
americano, e in questo libro di Rubin, sembra a me che si trovi
appunto, anche la maniera di capire meglio procedure della
dialettica, tenendo presente sempre quella distinzione fondamentale
che bisogna ricordare, che Hegel faceva e che è decisiva, e cioè,
diceva Hegel: tu hai due storie, la storia secondo il concetto e la
storia secondo il fenomeno. Cioè, tu hai il processo storico reale,
che è un processo pieno di complessità, di contraddizioni, di passi
avanti, di passi indietro, di lutti, di vittorie; e sul piano
puramente concettuale hai la possibilità di descrivere la forma del
movimento storico. Questo ovviamente è estremamente più lineare,
anche se la sua forma è una forma dialettica è contraddittorio
avere una forma, mentre la storia nell’esistente non è forma, sono
uomini che si scontrano.
Una volta capita questa distinzione,
allora si capisce per es. che il Marx che studia società
determinate, non è un Marx che ha rovesciato Hegel, ma è un Marx
che sta continuando la strada della storia secondo il fenomeno, e che
quando vado ad analizzare per es. i processi sociali, economici, e li
studio nella loro complessità, contraddizioni, e trovando gli
elementi unitari che vengono a costituire quella totalità dinamica,
drammatica, che si scinde, che si supera, che si riscinde ecc., io
sto mettendo in atto le procedure dialettiche. Non sto trattando la
storia secondo il concetto, che è argomenti del filosofo, legittimo
argomento del filosofo, mentre se io analizzo ambiti determinati di
esperienze, eventi determinati, periodi storici determinati, ho a che
fare con qualche cosa di molto più vischioso, perché appunto non è
la mera forma logica. Queste mi sembra che siano un po’ le cose da
ricavare da questo.
Maurizio Franceschini: A proposito
della storia, questa notte mi sono letto questo articolo di Eagleton,
che mi ha fatto fare un sacco di risate, perché è spiritoso quando
la tratta, e lui dice: ma non ci stavano altre possibilità per fare
il socialismo in Unione Sovietica? Leggo: “Ciò che la maggior
parte delle persone mediamente per bene considererebbe virtù, non è
mai stato politicamente in auge, se non fugacemente e in modo
atipico. Al contrario la fedina politica del genere umano è
orripilante. Dal momento in cui sono spuntati sulla terra gli esseri
umani si sono sistematicamente aggrediti, rapinati, schiavizzati a
vicenda. Il nostro secolo è stato verosimilmente il più sanguinario
di tutti, il che suggerisce che l’idea di particolari
degenerazioni, non implica necessariamente nostalgie per il partito”.
Poi c’è anche il fatto del socialismo e delle nozze con i fichi
secchi, dice: “Gli esseri umani messi in condizioni di povertà
e di oppressione, tendono per lo più a non comportarsi al loro
meglio, e chi lo fa, sarà tanto più lodevole”.
Questo mi ha fatto pure pensare alla
discussione dell’altra volta: ci stavano le probabilità che Stalin
non ammazzava gli avversari politici, che poi lo facevano gli
avversari? Bisogna capire, ma capire non vuol dire giustificare, è
questo che purtroppo nella storia è accaduto, poi, se vogliamo
raccontare una storia ideale allora…
Stefano Garroni: Ma si, li il fatto è
che è questa la realtà vera credo: che noi comunisti non abbiamo
mai avuto una versione credibile della nostra storia. Questo è il
punto. Voglio dire che qui non è tanto solo il fatto che Stalin fa
assassinare Trotskij, ma noi non abbiamo mai saputo realmente
che cos’è accaduto. Per es. non abbiamo mai saputo, fai conto, dei
contrasti interni al gruppo staliniano, all’esistenza di un gruppo
disponibile a far fuori Stalin alleandosi con Trotskij ecc., molte
cose, per cui ad un certo momento abbiamo degli atti isolati. Anche
il Rapporto Kruscev è impressionante perché ti fa tutta
un’elencazione lunghissima di crimini, senza motivo, per cui ti
vieni aggredito da questa massa enorme di crimini, però è evidente
che non c’è nessun motivo, è del tutto gratuito: non è
possibile. Ecco, quello che francamente, secondo me, provoca più
indignazione, è la falsificazione profonda della nostra storia, che
i comunisti hanno fatto
Maurizio Franceschini: Si ma questa è
un’operazione che hanno fatto pure, per es. sul fascismo fanno…
Stefano Garroni: Fanno chi? Loro! Non
noi! Non possiamo avere loro come modello. Io credo che quella
frasetta che sembra fessa fessa di Lenin, cioè: “La verità è
rivoluzionaria”, io credo che sia maledettamente vera. E’
esattamente lo stesso che dire: se il lavoratore ha compreso una
cosa, allora la fa.
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