Kierkegaard Hegel e la società di massa
Problemi della rivoluzione comunista
Secondo
me è una difficoltà grande, ma è anche il fascino della Filosofia
è il fatto che non si può mai affrontare un problema senza
affrontarli tutti. Per cui credo che una delle ragioni del senso di
libertà che ti da la Filosofia è proprio questo, il fatto che salti
i confini inevitabilmente. Quindi hai di fronte il mondo squadernato.
Le varie domande in realtà ruotano su un punto, e quindi sono tutte
coordinate, però io vorrei partire da un'osservazione che
apparentemente non centra nulla, e che però, secondo me, va fatta
perché è estremamente importante. Quali che siano stati i motivi,
non è dubbio che nel corso dei decenni, dopo la rivoluzione
bolscevica, il marxismo si è andato impoverendo, diventando un
sistema schematico e semplicistico. Questa è la realtà. Quali che
siano stati i motivi insomma. Colpe, responsabilità, conseguenze
obiettive, di processi non mi interessano. Mi interessa il fatto che,
ad un certo punto, la plasticità e la capacità del marxismo di
circolare in tutti gli ambiti dell'esperienza, rendersi conto della
problematicità dell'esperienza, questo si è andato perdendo in nome
di una visione rigida, schematica e semplicistica.
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Per cui è
successo che anche formulazioni, principi validi ridotti in questa
formulazione secca, hanno perso capacità di convinzione. Per esempio
questo motivo, che in realtà è validissimo, ed ha una storia lunga
e bella raffinata, il motivo per cui le forme del pensare, i modi del
pensare sono intimamente legati ai modi di vita. In questa
formulazione, per esempio, nel seicento espone la tesi John Locke.
Nel linguaggio marxista questo vuol dire che la cultura ha radici di
classe. Perché questo vuol dire. Come è stata, però, affermata
questa tesi nei decenni, è stato assolutamente, diciamo molte volte
la maniera è stata mostruosa insomma. Alla fine ha rappresentato un
ostacolo a capir le cose. Basterebbe ricordare, poniamo che uno dei
temi centrali del Wittgenstein è proprio questo del collegamento tra
forme di pensiero e forme di vita. Che sarebbe, appunto, il fatto che
le forme di pensiero sono, alla fine, relazionate con la struttura di
classe della società. Per dire come il tema sia in realtà
attualissimo, solo che lo è non in quella forma secca schematica che
nel marxismo è andato assumendo ecc. ecc., quali che ne siano i
motivi. Però il guaio è che per molti amici o nemici del marxismo,
il marxismo è stato quello, quella cosa schematica la. Chi diceva si
o chi diceva no al marxismo diceva si o no a quella cosa schematica
la. Allora succede che il compagno, o non compagno, quando dicono
marxismo intendono quella cosa la, schematica. Questo è un gran
guaio. Per esempio, si certo la scommessa di Marx è che il
proletariato possa trasformarsi in classe dirigente e produttrice di
storia. È una scommessa perché è un evento assolutamente inaudito,
nel senso che sono millenni che coloro i quali lavorano e producono
la ricchezza sono esclusi da tutto. Sono millenni. Allora per la
prima volta nella storia dovrebbe verificarsi questa metamorfosi, per
cui coloro i quali per millenni sono stati esclusi da tutto,
diventano il soggetto produttore di storia. Non solo non è
un'operazione facile, ma è una scommessa. Perché tutte le classi
che hanno assunto mano a mano il potere, prima di assumerlo avevano
una forma di potere. Esempio classico, ovviamente, è la borghesia:
prima di fare la rivoluzione politica, già ha il potere economico,
già ha il potere culturale. Il proletariato non ha potere economico,
non ha potere culturale, se non dopo aver preso il potere. Questo per
dire che per esempio il 1848, chi vede in azione? Che vuol dire il
proletariato nel 1848? Fondamentalmente vuol dire la plebe. Allora la
capacità di vedere in questo un momento di sviluppo, di progresso,
mica la puoi dare tanto per scontata, perché si tratta, senza far
nomi, ma insomma, noi conosciamo tante persone che se tu li immagini
con le armi in mano che sbraitano, che vuoi dare il potere a questi?
Allora ecco stiamo attenti che il processo di trasformazione del
proletariato in soggetto capace di portare la storia, è un processo
complesso. In fin dei conti quello che meraviglia non è tanto il
fatto che Schopenhauer e Kierkegaard abbiano visto nei moti del 1848
il trionfo del demonio. Meraviglia il fatto che qualcuno abbia visto
il contrario. Perché in realtà hai la plebe scatenata che si muove.
Ora io credo che la sensibilità a questo problema sia intimamente
legata al fatto che si comprenda bene come ... è come il punto di
vista della dialettica dello stesso Hegel. È un punto di vista
terribile. Nel senso che è il punto di vista di chi vede, come
dire, la ragione che si costruisce nella storia. Non c'è un piano
nobile dove c'è la ragione. La ragione si costruisce nella storia,
cioè si costruisce attraverso tutto il merdaio della storia. Cioè
il paradosso è questo: non c'è l'anima pura da una parte e il corpo
dall'altro. No, l'anima si costruisce nel corpo è con il corpo e
quindi si costruisce muovendosi questa immane raccolta di merda che
nel suo muoversi acquista maggiore dignità. È una visone drammatica
nel senso che per esempio non ha nulla di scontato. Non è detto che
la merda si spiritualizzi. Può anche merdificarsi lo spirito. Quindi
in realtà c'è al fondo un senso della possibilità aperta che non è
sempre una possibilità positiva, può essere anche negativa. Quello
che è diventato uno slogan, uno non lo capisce più quando diventa
uno slogan: socialismo o barbarie. Ma è vero. Cioè vuol dire che tu
stai difronte all'alternativa pratica, reale di terminare nella
barbarie o di uscirne. E dipende da quella merda complessiva che è
la realtà attuale. Riuscire ad evitare di far la fine della
barbarie. È assolutamente drammatico, non c'è nulla di garantito.
Allora diventa meno incredibile il punto di vista di chi veda con
orrore la storia. Perché? Perché è sempre un muoversi del finito,
per dirla filosoficamente. Della merda per dirla meno
filosoficamente. La centralità della dimensione del peccato, del
limite ontologico dell'uomo e della storia e quindi
dell'impossibilità della storia di farsi produttrice di progresso,
di civiltà ecc. Non è un punto di vista strano, è un punto di
vista che tiene conto, appunto, tutta questa complessità profonda e
del fatto che non c'è nulla di scontato. Per banalizzare si potrebbe
dire: se tu non credi alla possibilità del progresso, se vedi la
cosa con gli occhiali neri, a Kierkegaard ci arrivi, cioè arrivi
alla religione. Cioè arrivi al carattere ontologicamente affetto dal
peccato dell'uomo. Il peccato vuol dire questo: il fatto
dell'incapacità e dell'impossibilità di elevarsi oltre. Perché poi
sappiamo che Kierkegaard aveva anche un atteggiamento religioso molto
particolare nel senso che era un cristiano senza chiese. Cioè il suo
pessimismo ontologico era talmente profondo che non trova la salvezza
in un'organizzazione religiosa. Ma anzi attacca e denuncia gli orrori
delle organizzazioni religiose. Quindi c'è proprio questo senso
della disperazione profonda, che è dato da questa finitezza, cioè
da questa merdosità.
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Ora, la
schematizzazione del marxismo produceva questo per esempio: l'Unione
Sovietica si da un obiettivo. Tutti i compagni erano convinti che
comunque l'Unione Sovietica ce la faceva a raggiungerlo. Al fondo c'è
una visione solidamente e ottusamente ottimistica. La storia va
avanti. Chi te l’ha detto? Dipende da noi che vada avanti. E
infatti con la fiducia che va avanti, va avanti.. brom. Questo
“dipende da noi” che vuol dire? Qui scopri una grande novità
dell'epoca moderna. L'uomo massa. Cioè un uomo sempre più
rimpicciolito, come capacità morali, intellettuali, psicologiche,
sempre più appiattito nella non-città moderna, sempre più
emarginato nella sua piccola vita difronte ad un mondo sempre più
grande. Un piccolo uomo che non riesce a controllare più nulla,
perche poi neanche la sua vita privata è da lui controllabile,
perché manipolata socialmente. Questo piccolo uomo è un infame,
perché quel volgarissimo vigliacco che appena ha un arma in mano,
pensate all'ufficiale della folgore che fa la tortura contro il
somalo, pensate a quanti piccoli borghesucci sono stati i quadri
nazisti, fascisti. Quel piccolo impiegato annullato in tutta la sua
vita, con l'orbace, il manganello diventa una bestia. Perché poi sa
che la polizia, lo Stato lo difende e quindi scatena tutto. Noi
sappiamo che per esempio questa componente di borghese piccolo,
piccolo, piccolo, è una componente necessaria per il proletariato
per potersi costruire come classe. Allora comprendiamo una
problematicità enorme, una difficoltà enorme, e allora altro che
fiducia, si perché le cose possono andar bene, ma possono pure
andar male, proprio molto male. Anche perché poi ci sono delle
metamorfosi interessanti. Non è banale ma quel borghesuccio piccolo,
piccolo che diventa funzionario, non del partito fascista, ma del
partito comunista, ma è restato quel piccolo borghesuccio, ottuso,
pauroso, e quindi se il capo dice, lui fa. Dentro il partito
comunista persone del genere vogliono dire la morte del partito,
perché il partito si giustifica se produce dibattito, riflessione,
crescita di coscienza. Se cade in mano di questo piccolo, piccolo
borghesuccio pavido, e ne conosciamo…
Luca
Climati: Il caso che da settantanni sia
caduto in mano a questo leader.....
Garroni:
Ora, allora ecco io credo che un punto importante, e comunque
Kierkegaard o Marx, sia acquistare bene questo senso: non hai nulla
di scontato nella storia, data l'ottica di Marx o data l'ottica di
Hegel. La storia è sempre una partita aperta. Allora anche il Don
Giovanni di Kierkegaard acquista un po' un'altra dimensione perché
qual'è il contributo? E certo se uno l'analizza dal punto di vista
del processo di formazione del proletariato, può anche dire il
contributo non c'è. Ma un momento. Intanto il processo di formazione
deve essere fatto nel senso paradossale, ma anche questo è un
paradosso, di riuscire a costruire un'organizzazione di massa non
fideistica, che non crede a priori al progresso, ma sa che il
progresso c'è se si opera adeguatamente, e quindi di
un'organizzazione di massa che sia basata sul senso del rischio,
della scommessa. Questa con una massa di partenza che è fatta da
questo borghese piccolo, piccolo, perché poi il quadro politico
viene dalla piccola borghesia, perché l'operaio ha troppo da
sprecare in fabbrica per poter fare il quadro politico. Nella grande
maggioranza il quadro politico è lo studente, è l'impiegato, il
piccolo professionista, ed è estremamente importante tener presente
che nella società capitalistica, fate conto una persona che si
laurea in matematica, nove su dieci va al liceo o alla scuola media a
insegnare. Vuol dire che è un matematico fallito, perché l'unico
matematico che può avere una prospettiva nella società attuale, è
quello che o resta nell'università o lavora in un'impresa. Se lavora
a scuola vuol dire che non ha spazio, è un fallito. Allora il
problema è che tu hai i quadri del movimento che vengono da un
generale fallimento, e a volte uno è fallito immeritatamente, ma a
volte è fallito meritatamente, e tu te li ritrovi tutti e due però.
Allora la faccenda è molto complicata, ed è molto importante
riuscire, come dire, a cogliere che l'esperienza sociale dell'uomo è
fatta di molte cose. Noi lo sappiamo: ci sono anche compagni che in
realtà ragionano come la televisione. Cioè che dicono: “Adesso
facciamo la riunione, diamo il volantino allora facciamo politica.
Poi dopo vado al cinema, parlo con l'amico, vado a teatro, faccio
un'altra cosa”. Senza vedere che ci sono connessioni, per cui quel
compagno che si impegna nella riunione a dare il volantino, poi ride
con Banfi, ride con questi, Paolo Rossi, queste altre cose qua. Senza
riuscire a comprendere che se ha un senso il progetto di una
trasformazione profonda della società, questa trasformazione deve
invadere ambiti politico, economico, sociale, psicologico, culturale.
Quindi non puoi... no? Allora bisogna che si comprenda, per esempio,
questo: oggi si potrebbe dire che c'è un grande boom della musica,
tutti vanno ai concerti, non solo ma siamo in un epoca stupenda
perché circa ogni giorno o due c'è un mitico grande artista, una
volta è Zucchero, una volta è amaro che ne so, insomma i nomi non
li so, bene noi stiamo vivendo in un epoca in cui la grande massa è
espropriata dalla musica. Nessuno sente musica, si sentono rumori,
inquietanti, ossessivi rumori, ma non musica. La musica sta qua,
nessuno la conosce. Allora tu hai appunto questa grande società di
massa che crea delle persone che hanno addirittura la sensazione di
essere libere. Vanno dal giornalaio e scelgono il giornale, poi caso
mai vanno a vedere quel film in cui si vede un unico grande giornale,
con varie testate, ma sempre quello. Lo vedono, caso mai ridono, poi
la mattina dopo vanno all'edicola e scelgono il giornale. Certo
perché se capissero quello che hanno visto, e cioè un unico
giornale, capirebbero la manipolazione complessiva e la loro
singolare, come singoli, debolezza difronte a questo grande insieme.
Quindi che l'unica possibilità è l'organizzarsi, il lottare, il
cominciare a riflettere, dire “No, un momento io voglio capire”.
Questo è un atto di forza enorme.
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Se un
personaggio come ad esempio Kierkegaard dice: “No,l'uomo non ce la
fa”. Questo è un mito hegeliano, che l'uomo possa conquistare
questi livelli di razionalità. No non mi pare incredibile, non mi
pare incredibile. Mi pare addirittura più incredibile Hegel allora.
Però è importante appunto il fatto che noi comprendiamo che le
dimensioni della vita sociale sono molteplici e che tu non riesci a
fare effettivamente azione politica, se non hai sensibilità anche
per le altre dimensioni. Resti sempre un piccolo settario, o quella
persona che... va beh insomma non sa nulla da fa'allora vai in
sezione.... in un paese giocherebbe a tressette o a briscola. A Roma
vai in sezione. Lo sappiamo che i partiti molto spesso son questo.
Sono addirittura.... abbiamo visto la scissione di rifondazione,
quanti compagni l'hanno vissuta come se non fosse successa.
Continuando esattamente la stessa vita. È un problema politico
decisivo, non posso affrontarlo, perché non posso mettere in
questione quelle piccole, piccole certezze che permettono a me
borghesuccio piccolo piccolo di continuare a vivere, se no dovrei
scoprire la manipolazione, lo sfruttamento, l'espropriazione di
tutto. Oggi, per esempio, c'è una grande mistificazione incredibile,
tutti si occupano della grande difficoltà psicologica al cambio di
moneta, dalla lira all'euro. La difficoltà non è psicologica è che
questo cambio ci frega. Noi abbiamo fatto i sacrifici per entrare in
Europa, e faremo ancora maggiori sacrifici per restarci. Questa è la
difficoltà. Però dovunque ti si parla della difficoltà
psicologica, siamo cretini, allora ci devono fare i libretti dove ci
spiegano il cambio. Una deviazione totale dei problemi. Però è
anche tranquillizzante: tu hai difficoltà e beh sei un po' scemo io
ho capito subito il cambio. La difficoltà è un'altra però. Ora è
certo che tutto questo ha a che fare con Hegel, ma in un senso
abbastanza complesso. Per esempio in una delle sue opere più note,
più importanti Sartre in L’essere e il
nulla, critica Hegel in quanto da idealista
ha visto i problemi sempre sotto l'aspetto teoretico del problema
della conoscenza. Ovviamente bisogna sempre ricordarsi che quando le
questioni acquistano una forma filosofica, acquistano una forma
raffinatissima, ma quelle questioni la, sono le questioni di fondo
della vita di tutti, a volte si ha la tentazione di lasciar perdere
la formulazione filosofica perché sembra qualcosa strana, astratta,
verbalistica e basta. Che so, il rapporto tra essere e non essere,
l'essere e il nulla. Insomma parlare poi del nulla no. Però invece
se con calma cerco di capire, allora scopro che si sta parlando
proprio delle cose di cui io vivo tutti i giorni. Che vuol dire il
fatto che Hegel da idealista vede le cose sotto l'angolazione della
conoscenza? Vuol dire che in Hegel è centrale il momento del
concetto. Ora il concetto che cos'è? È ovviamente regola, legge,
ordinamento universale. Quindi il concetto non è individualità, ma
comunità è l'universale. Non è l'immediatezza, ma è la
mediazione, la riflessione, l'organizzazione. Non è la spontaneità,
ma è appunto la riflessione, e quindi in sostanza che la dimensione
teoretica stia al centro, significa che tutti i problemi vengono
visti sotto l'aspetto del passaggio dall'immediatezza alla
mediazione. Dalla spontaneità alla riflessione, all'ordine alla
regola, al principio, al comune, cioè alla storia. Perché la realtà
dell'uomo è la sua storia e la storia è storia universale. Storia
universale vuol dire che è la storia dell'umanità,non di Ivan
Ivanovich no. È la storia dell'umanità. Ivan Ivanovich sta nella
storia, non è la storia. L'umanità è un contenitore in cui c'è
anche Ivan Ivanovich. Ma l'umanità non è Ivan Ivanovich. Questo è
un concetto terribile. Perché vuol dire la cosa in realtà ovvia,
che ognuno di noi può tranquillamente morire non succede niente.
Anche la moglie si consola, anche il figlio si consola. Certo ognuno
di noi è una presenza del tutto trascurabile nel mondo. Tranne che
per se ovviamente. Ma la storia se ne frega di ognuno di noi in
quanto singolo. Ognuno di noi entra
nella storia, può entrarci. Come parte passiva, come parte attiva.
Sta dentro il grande calderone. Questa è la realtà dell'uomo,
questo grande universale movimento. Il concetto è la comprensione di
questo. Allora, se Hegel, come giustamente dice Sartre, pone tutti i
problemi sotto la prospettiva della teoresi, cioè del concetto,
Hegel pone tutti i problemi sotto la prospettiva della storia, del
comune, non dell'individuo. Ma l'individuo che cos'è? È ciò che
non è concetto, non è il comune, non è l'universale, cioè è la
passione, il sentimento , è l'immediato soffrire. Voglio dire
questo: se io mi chiedo, fate conto, - scado banalmente nel privato
-, se mi chiedo: “Che cosa ha significato per mio padre quella
certa azione mia?” È chiarissimo che questa domanda non avrà mai
risposta. Nel senso che la possibilità, come dire, di entrare dentro
il suo mondo interiore e vivere così come lui ha vissuto quel certo
evento, non è possibile. Io posso, come dire, comprendere le
manifestazioni esteriori di ciò che lui ha sentito, ma quella sua
sensibilità, quel suo vivere le cose, mi è precluso. Il che
significa che, per esempio, se io voglio comprendere, devo sapere che
comprendere significa non entrare dentro il vissuto dell'altro, ma
comprendere le manifestazioni dell'altro. Questo vuol dire conoscere.
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Allora si
scopre che conoscere vuol dire qualche cosa, ma proprio perché vuol
dire quel qualche cosa, vuol dire perdere qualcos'altro. Kierkegaard
non vuole perdere questo qualcos'altro, perché questo qualcos'altro
che cos'è? È esattamente l'esperienza che io faccio in quanto
persona che vive le cose. Hegel gli dice molto tranquillamente guarda
che conoscere significa prendere gli eventi e vederli sotto la
prospettiva del concetto. Quindi la tua, come dire, giudaica volontà
di conservare il tuo privato e di farlo conoscere senza tirarlo
fuori, perché se lo tiri fuori diventa manifestazione oggettiva e
quindi non hai più quel tuo privato è una pretesa ridicola. Questa
pretesa ridicola, però è il mio vissuto. Se tu vuoi conoscere, dice
Hegel, devi rinunciare a questo. Devi comprendere il significato
obiettivo in cui non sei più Ivan Ivanovich, ma sei la storia.
Kierkegaard ha il senso che in questa maniera lui, esattamente lui,
non c'è più. E ha ragione. Lui, esattamente lui, non c’è più.
C’è semplicemente lui in quanto partecipe della storia. Quindi,
per esempio, in quanto suoi libri, in quanto sue relazione con gli
altri, in quanto storia obiettiva.
Luca
Climati: Esiste l'essere però.
Garroni:
Il fatto è che nella società moderna, cioè non più nella società
gruppale, ma nella società a grande dimensione, dimensione di massa,
industriale ecc. ecc. non esiste più una relazione tra individuo e
gruppo tale per cui la vita del gruppo, quindi la vita esteriore, la
vita oggettiva, visibile, comprensibile, faccia corpo con la vita del
singolo. La società moderna prende il singolo e lo caccia nel
limite, nel carcere della sua finitezza, lo butta la. Tu sei
confinato in te e sei manipolato da un'organizzazione generale.
Luca
Climati: Posso fare due esempi Stefano? Per
esempio trovarsi insieme a cogliere immondizie in una spiaggia.
Oppure stare in una sezione con un ordine del giorno, poi alla fine
della riunione ognuno torna a casa.....
Garroni:
Oppure, se permetti, quel dialogo che
tu senti mille volte in autobus: “Ah il governo dovrebbe fare così
perché fare in quell'altra maniera non è giusto”. Con questa idea
del tutto folle che il governo sta li per fare il giusto. Il che
significa che tu stai assolutamente fuori della storia. Non hai
capito nulla. Ma non hai capito nulla ti abbarbichi a quest'idea del
grande padre che pensa al bene, perché? Perché in realtà hai
capito tutto. Hai capito che non conti nulla e allora quanto ti si
dice ciò che conta è il tuo vivere obiettivo e tu sai che il tuo
vivere obiettivo è nulla. Allora è chiaro che difendi il tuo vivere
interiore, il tuo vissuto. Quello che non si esplica in nulla. Questo
non è comprensibile. Non esiste un
linguaggio privato ovviamente, se c'è un linguaggio questo, in linea
di principio, è comprensibile a tutti.
Ermanno
Semprebene: Siamo tutti dei potenziali
uomini, quindi difendiamo la potenzialità.
Garroni:
Esatto. E quando questa potenzialità non si
esprime, allora sorge questa ricchezza
dell'interioriore inespresso, Hegel ti dice che questo non conta,
questo è ridicolo. Conta ciò che fai. È ridicolo, ridicolo,
ridicolo il fatto che tu lo consideri come il più ricco. Mentre
Hegel ti dice guarda questo è il più opaco. E’ appunto quella
potenzialità non svolta, quella potenzialità che è inespressa
perché non c’è nulla da esprimere. Perché se ha una possibilità
di espressione, allora eccola l'espressione, si mostra. Quella
ricchezza che resta tutta potenziale, non c'è. Diventa un mito
dell'interiorità. Infatti non è un caso che Kierkegaard ti diventa
un personaggio importantissimo in Europa, dopo la seconda guerra
mondiale. La seconda guerra mondiale è una cosa enorme e perché
buona parte dell'Europa ha vissuto il mito dell'uscita dal
capitalismo attraverso il fascismo. È vero. La grande sconfitta
nazista ha significato il crollo per milioni di uomini. Le difficoltà
di costruzione del socialismo è stata anche una bella battuta.
Perché appunto poi, uno può dire quello che gli pare, ma insomma i
grandi reparti del proletariato europeo avanzato eh beh, questi non
vedevano bene quello che succedeva in Russia. Però era gente che
aveva casomai partecipato ai tentativi rivoluzionari in Germania, o
in Francia, in Italia. Quindi tu hai un periodo caratterizzato da
enormi disillusioni e la seconda guerra mondiale è stata la guerra
più sanguinosa di tutta la storia. Un periodo di estrema crisi, e di
crisi dovuta al fallimento ,diciamo, della politica, allora è chiaro
che questo tema dell'interiorità, del non espresso, dell'oltre,
rispetto alla società, riprende forza. Senza dubbio Kierkegaard, o
Nietzsche o Heidegger son personaggi che sanno esprimere tutto questo
ad un altissimo livello. D'altra parte è chiaro... la cosa si
potrebbe dire in modo un po' astratto. La faccenda del valore d'uso e
del valore di scambio delle merci. Recentemente è venuto fuori che
esiste un'organizzazione. In sostanza l'episodio sarebbe questo,
l'episodio che ha fatto scoprire, hanno fatto finta di scoprirlo.
Stiamo in Sicilia, ci sono annunci sui giornali ecc.: disoccupati?
Cercate lavoro? Telefonate a Mario Rossi che può aiutarvi.
Ovviamente uno disoccupato ci prova, telefona, la segreteria
telefonica: dice no Mario Rossi non sta qui, telefona a quest'altro
numero. Telefoni quest'altro numero.. alla fine si scopre che tu hai
telefonato in Giappone, in Cina ecc. ecc. pagando e che esiste
un'organizzazione per cui questo signor Mario Rossi riceve una
percentuale di tute le teflonate che quelli fanno. Per cui tu
disoccupato diventi motivo di profitto. Voi capite la mostruosità,
non dico, già una società che mette degli uomini fuori dalla
produzione
…...........[INTERRUZIONE
SUL NASTRO ORIGINALE].........................................
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...non
esiste nessuna relazione tra economia e bisogni sociali. Tra l'altro
in Italia questo lo sappiamo benissimo, basti pensare quante scuole e
quanti ospedali ci sono e quante macchine in circolazione ci sono.
Tutti sappiamo che i motorini sono pericolosissimi e vengono sempre
fatti ecc. ecc. Giustamente un compagno latino-americano notava che
in Europa si fa tanto scandalo contro la prostituzione
apparentemente. Ma sul piano internazionale si è organizzato la
trasformazione dell'Asia e del latino-america in un grande bordello
internazionale. Tutto il turismo verso e... insiste, anche quella
faccenda del giocatore della fiorentina hanno fatto, che hanno
presentato il carnevale come una cosa aaa.. no quella è una
propaganda di prostituzione. Ed è molto interessante che tu puoi
avere un qualunque Rutelli che chiama la polizia a liberare un
quartiere dalla presenza delle prostitute, però non chiamerà mai la
polizia per impedire che le agenzie di viaggio organizzino questo
tipo di cose. Ed è interessante che quella agenzia di viaggio che
organizza questo non viola la legge, basta che tu segui certe
regolarità formali tu sei nella legge. Sarà il singolo che poi
liberamente sceglie. Questo singolo abbrutito, che non conta nulla,
che non ha nessuna soddisfazione nella vita, che vive in un mondo che
non capisce. Che può fare questo? mangia o va a donne, che fa?
Liberamente ha scelto. Certe volte non mangia e va a donne perché
poi si fa bello no. Il problema di riuscire a comprendere che quando
ti muovi in una prospettiva dialettica tu dici che attraverso questo
tipo di realtà e di processi, si va costruendo il processo di
liberazione dell'umanità. Non è facile mandarla giù. C'è qualche
contraddizione. Infatti dico, per esempio è vero che sia pure in
questo modo merdoso però ad esempio tu riesci ad avere oggi... beh
io questo me lo ricordo, quando il partito cominciò a mandarmi in
giro a fare riunioni. Io tornavo a casa tutto eccitato, sono stato a
Milano, sono stato a Napoli, adesso uno va a Cuba tranquillamente.
Però per me è un'avventura. Oggi i miei figli già hanno fatto un
sacco di viaggi internazionali, questo è un fatto anche di
progresso, che può creare una potenzialità diversa, una visione
diversa del mondo. Può. In un certo senso è un impoverimento,
perché per me era un'avventura effettiva andare a Milano, mentre
adesso vai a Cuba e rompi le scatole, devo andare a Cuba. Però anche
questo in un certo senso è un bene, perché nella tua visione del
mondo il cubano è entrato molto più facilmente che il milanese,
ormai entrano molte più cose voglio dire. Allora ci sono aspetti
contraddittori che tu devi riuscire a cogliere. Però il tutto
presume che, appunto, che ti rendi conto che questa possibilità di
capire significa anche comprendere che quel vissuto interiore quella
potenzialità, o si esplica, oppure è ridicola. È ridicola nel
senso che è ridicolo piangerci sopra. E’ una potenzialità
inespressa. E diventa addirittura una colpa eventualmente. Spero che
ci siano altri motivi di discussione.
Franceschini:
Perché riferendomi a quello che hai detto inizialmente, Kierkegaard
rappresenta la sconfitta di questo mondo. Lui con il suo pessimismo,
però io non è che proprio ho molta fiducia di quelli che stanno
alla finestra, guardano; e quelli che agiscono, quelli che agiscono
sbagliano.
Garroni:
C'è un libro impressionante scritto dal
compagno, mi pare che si chiamo Arthur Miller, pare o una cosa del
genere. È un compagno cecoslovacco, Arthur Miller mi pare....o si
chiama non so Stephen Miller, adesso non ricordo, comunque io a casa
ce lo. Questo è un compagno cecoslovacco, comunista ha fatto la
guerra di Spagna. Ad un certo momento in Cecoslovacchia viene
arrestato. Io di questo compagno vengo a sapere quando, essendo stato
liberato si trasferisce a Parigi e si mette a lavorare insieme ai
compagni guerriglieri del Guatemala, con cui io ho i contatti anche a
Roma e allora in questo modo... Quindi questo è uscito da galera e
si è messo a lavorare con i compagni, quelli che facevano la lotta
armata. Questo è stato in galera per alcuni anni, nelle carceri
staliniane in Cecoslovacchia. Ha scritto un libro in cui racconta
quello che gli hanno fatto. Se tu leggi il libro ti viene in mente,
io che polemizzo contro Kierkegaard, non sono un po' anche
responsabile del fatto che dei compagni hanno preso un compagno e gli
hanno fatto quelle cose la? Qui non si tratta di Ivan Ivanovich,
perché quale che sia la drammaticità della storia, la rivoluzione
ha vinto anche perché Trotzki ha guidato la lotta armata. Pensa alla
fine che ha fatto. La rivoluzione ha vinto anche - e l'Unione
Sovietica è stata celebrata anche per la sua costituzione degli anni
trenta. Mai attuata e scritta da chi? Bucharin, pensa che fine che ha
fatto. I dirigenti dell'armata rossa massacrati. Allora e noi che
facevamo? Molte volte noi stavamo in giro a dire: “Non è vero che
queste cose sono successe”. Allora capisci che Kierkegaard ha
qualche ragione dalla parte sua. Cioè ha qualche ragione, si
comprende.
Franceschini:
Ma che centra allora durante la rivoluzione
francese hanno tagliato la testa..
Garroni:
No, no, no, no, no. Questo lo comprendono tutti, c'è lo scontro di
classe. Tu sei nemico, io ti uccido e tu cerchi di uccidere a me. No
il problema è un altro. Noi due, lei Lenin e io Trotzki e viceversa,
siamo stati due ragioni di vittoria della rivoluzione, e io vengo
picconato come traditore. È diverso. Non hai ucciso lo Zar. Li hai
fatto bene. Non solo hai fatto bene, ma questo è inevitabile nello
scontro di classe. Anche se avessi fatto male, degli innocenti
possono morire nella guerra. Ma noi due abbiamo fatto la rivoluzione
e tu uccidi uno di noi due. Questo non è la stessa cosa. Non è la
stessa cosa. Tu ricordati quanti compagni che hanno fatto la guerra
di Spagna, e sono stati ammazzati dai compagni. Perché? Perché
questi erano portatori di una visione più internazionalista e
rivoluzionaria, in quel momento forse non era possibile, forse era
utopico il loro discorso. Forse c'è stata addirittura una
motivazione storico-oggettiva per fare queste cose. Ma è un dramma
che non puoi mettere sottogamba, non puoi prendere sottogamba.
Kierkegaard si spiega. Quello che fugge dalla storia, attento che la
storia è anche una carneficina.
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Quindi che
qualcuno fugga si comprende. Si comprende, io non dico che faccia
bene, nessuno di noi vuol fuggire, però attenti: rendiamoci conto
che le cose sono complicate e drammaticissime.
Franceschini:
Le cose son difficile, realizzare poi realizzare,lo sappiamo noi
quanto è difficile. Anche per fare piccolissime cose.....
Garroni:
Ma quando uccidi Trotzki e Bucharin che cosa stai realizzando? Perché
capisci, per scalare quella montagna qualcuno si deve rompere la
gamba. Si, ma stai scalando quella montagna o no?
Voce
Maschile: Avendo personaggi anche opposti
come posizione. Questo è serio.
Garroni:
Anche opposti. Questo è serio e....
Franceschini:
Noi parliamo anche adesso, con Gorbachev che fa presentare....
Garroni:
Ma Gorbachev viene dal partito comunista
dell'Unione Sovietica. Anche Eltsin. Capito!? Cioè questo vuol dire
che fino a pochi anni fa milioni di persone nel mondo, dicevano: “Il
compagno Gorbachev”. Gorbachev era questo. E milioni di persone
dicevano “Il compagno Gorbachev”. Quando ti vien fuori uno come
questo e dice “Guardate qui c'è la massificazione dell'uomo e la
perdita della dignità umana”, vedete come è complicato il fatto,
quant'è delicato il fatto…certo che il marxismo va capito. Ma va
capito appunto contro
le schematizzazioni. Certo che il partito va costruito ma.... contro
quelle deformazioni. E bisogna essere ben consapevoli. In generale
bisogna appunto rifiutare il discorso di chi dice: “Basta con le
chiacchiere adesso ci vuole la pratica”. No! Devi chiacchierare,
devi ragionare, riflettere e renderti conto dei pericoli. Noi lo
sappiamo ci sono mille persone che son contentissime: “Questo è il
volantino, distribuiscilo”. Fregnone devi sapere che c'è scritto,
devi partecipare a scriverlo, se non non lo dare. Però sappiamo che
c'è una qualche difficoltà a capirlo questo. E allora vedi che
Kierkegaard si giustifica.
Franceschini:
No beh si giustifica anche senza se no... io il libro che mi ha
impressionato proprio sul dramma della storia è stato La Storia di
Elsa Morante. Che li è chiaramente questo bambino che viene
maciullato nella storia ecc. veramente, però...
Garroni:
Bucharin e Trotzki non sono bambini, quegli
operai che hanno combattuto e che sono diventati sul campo, per i
loro meriti rivoluzionari sono diventati i dirigenti dell'esercito
rosso e che vengono uccisi, quelli non sono i bambini. La faccenda
del bambino è un ricatto sentimentale e flaccido. Perché si, nella
storia muoiono anche degli innocenti, ma qui tu hai dei protagonisti
della storia. Che vengono massacrati da coloro i quali hanno il
potere perché loro hanno combattuto. È un altro paio di maniche.
Qui non c'è come quella persona che dice: “Ma io che centro? E no
tu centri.
Franceschini:
E così sono le rivoluzioni perché Robespierre... va beh perché non
erano nominati protagonisti tutte e due.
Garroni:
No perché sarebbe come Saragat è Togliatti.
Togliatti che ammazza Saragat, fa bene. Il problema è un altro. Il
problema è Togliatti che ammazza Secchia. Lo sai molto
semplicemente: Gramsci sta in carcere e tu lo espelli dal partito. Ti
rendi conto che vuol dire nel carcere fascista quando un compagno è
espulso dal partito. Te ne rendi conto?
Pina
Micucci: Mi sembra che non è che qui bisogna
dire: “Va be queste cose succedono” cioè mi pare che Kierkegaard
faccia un'analisi dello stato delle cose e manca laparte che Hegel
introduce...
Garroni:
E non a caso. Certo. Certamente, certamente.
Pina
Micucci: Quindi insomma in effetti lo stato
delle cose è quello. Qui usare la parola merda mi sembra....
Intervento
femminile: forse è anche un errore per forza
dover trovare una suzione da Kierkegaard. Una soluzione, non so io
non lo conosco a sufficienza. Ma forse, non lo so, si potrebbe che in
qualche modo servirebbero entrambi i punti di vista. Sia Hegel che
Kierkegaard contemporaneamente. Non so se questa è una
contraddizione.
Garroni:
No non è una contraddizione infatti la cosa importante è questa,
come è ovvio esiste una storia dell'interpretazione degli autori.
Cioè gli autori importanti funzionano storicamente in modi diversi
in ambienti diversi. Senza dubbio la linea esistenzialistica, e qui
dico proprio che Kierkegaard, Nietzsche, Heidegger sono serviti
moltissimo ad aiutarci a leggere Hegel in un modo diverso da come era
letto. Perché Hegel è stato letto in questo modo disumano
massiccio, schematico, così come ad un certo punto è stato letto il
marxismo. È sicuramente vero che bisogna, appunto, insistere e far
comprendere bene la drammaticità della storia. Certo Kierkegaard a
suo modo una soluzione te la da. Cioè Dio,ma insomma, se è una
soluzione? Ma tu hai la possibilità di una soluzione di prospettare
la possibilità di una soluzione che è radicamente più profonda
ancora nella storia, ma questo radicamento vuol dire comprensione
delle contraddizioni, delle difficoltà, dei drammi, dei processi.
Insomma è curioso, ma li Hegel, come anche Marx sono stati letti in
modo lineare. C'è questa fase, poi c'è quell'altra. Io ricordo i
compagni più anziani, ricorderanno anche loro, che quando, alla fine
degli anni sessanta o inizio anni settanta, cominciarono ad uscire
libri in cui si mostrava che Marx non riteneva affatto che la linea
di sviluppo storico seguita in occidente fosse l’unica possibile,
ma anzi, quando si era occupato dell’India, della Cina, della
Russia, ha pensato alla possibilità di tutt'altri tragitti. Beh
questo fu una rivoluzione. Perché noi eravamo tutti addestrati a:
queste sono le fasi della storia e via dicendo... Questo non centra
niente con Marx e con Hegel, però è vero che sono stati intesi in
questo modo. Cioè che molte persone, compagni, non compagni,
intellettuali, non intellettuali hanno così pensato il marxismo e
quindi hanno operato di conseguenza. Quindi, per esempio, negando
violentemente tutte quelle maggiori complessità, per esempio con
l'ostracismo verso la psicoanalisi. La psicoanalisi per molti aspetti
non è credibile, quello che ti pare, però questa è una cosa
diversa dall'ostracismo. Tu devi capire, passare attraverso
l'esperienza della psicoanalisi, poi caso mai la criticherai, però
questo passare attraverso, ti permette di cogliere certe dimensioni,
certe sfumature che altrimenti non coglieresti. Quando arrivi
all'ostracismo è perché un rigore, uno schema si è imposto. Non
centra niente con la dialettica.
Voce
maschile: Oppure la paura
Franceschini:
E' quello.
Garroni:
Oppure la paura, questo è molto giusto. È molto giusto, perché poi
la realtà è questa. La paura che è una cosa molto semplice. Cioè
l'Unione Sovietica non ce la faceva ad essere la guida del processo
rivoluzionario. Non ce la faceva proprio. Se avesse fatto questo
sarebbe stata distrutta in modo sanguinosissimo. Pensate solamente se
avesse partecipato fino in fondo alla guerra di Spagna, con le
debolezze sue economiche, militari ecc. ma veniva subito aggredita.
8/10
Perché
tutti lo sapevano che li era il centro. Una spinta rivoluzionaria più
accentuata è chiaro che li che andava a colpire. Questo grande
dramma storico del movimento che si concentra nell'Unione Sovietica,
per cui l'Unione Sovietica deve diventare il capofila di tutto, ma
non ce la può fare. Questa è la paura.
Luca
Climati: Senti tornando all'uomo merdonicus
Garroni:
Posso violare la legge?
Pina
Micucci: No perché prima per Kierkegaard,
sei salvo.
Luca
Climati: No prima abbiamo visto l'aspetto
schiacciato dal grande sistema. Però secondo me esiste un'altra
chiave di lettura.... io la vedo nel modo contrapposto nella maniera
più totale di come la vede Maurizio. Mi serve tutto il pessimismo
del mondo, cioè devo andare in fondo al pozzo, perché soltanto se
vado in fondo al pozzo, e mi sporco ben bene posso capire con che
sapone mi debbo lavare. Perché se non scendo giù io non saprò mai
questa verità. E allora ci sarà una proiezione falsata di una
salvifica e celeste salvezza che vedo dal resto del pozzo. Io devo
costruire la scala. Ora, l'uomo di oggi ha un grosso vantaggio che
Kierkegaard non aveva, quello di andare a Cuba in undici ore. Quello
di comunicare con tutto il mondo in tempo reale. Cioè questo uomo
merdonicus non riflette su che potenzialità ha.
Garroni:
Esatto. Esatto.
Luca
Climati: Tu a casa ti puoi costruire la bomba
atomica, uno scudo in plexiglas per ripararti dalla pioggia.
Garroni:
E ovviamente.
Luca
Climati: Ovviamente, ovviamente, puoi fare
tutto e puoi interpretare...
Garroni:
Puoi anche prendere un biglietto delle linee
aeree turche.
Altra
voce maschile: Anche perché il topkapi
quando ci potremmo andare tra 45 anni… La Turchia è un paese
stupendo, con una cultura stupenda.
Luca
Climati: Voglio dire noi abbiamo l'enorme
ricchezza di approfondire le nostre cognizioni e poi normalmente non
è che suona la campanella e andiamo a fare la pratica, è un
tutt'uno cioè la conoscenza mi serve per l'applicazione pratica e
viceversa, cioè sono delle cose collegate. Quindi io non comprendo
come fa oggi la gente, come fa uno ad annoiarsi. Io ritengo di essere
un uomo che non si annoia mai, e più vado avanti e più mi sento non
lo so, non voglio però personalizzare questo discorso. Mi sento
sereno, cioè uno può trovare la serenità che non trova uno tra le
brasiliane a Rio de Janeiro, che non trova con la vincita al
superenalotto, soltanto se si mette in contatto con la vera crescita
e la vera conoscenza. E in questo si perde la cognizione del dolore
di Ivan Ivanovich. Senza andare purtroppo nella dimensione celeste,
la religione, ecco Kierkegaard da poi una soluzione empirica, ma non
è il suo mestiere. Come secondo me non è anche il nostro mestiere,
voglio dire prospettare la soluzione finale di un problema che è in
crescita, voglio dire che qui forse Rubbia ha la dimensione giusta
quando si pone il problema di quanto tempo per andare su Marte. Cioè
l'assurdo del periodo storico che viviamo che noi ci troviamo, voglio
dire, a fare i conti con il medioevo quando esiste un'altra
dimensione, però questa dimensione è ancora controllata da, voglio
dire, il profitto, da delle singolarità che si riescono ad
organizzare. Se si riescono ad organizzare queste singolarità sul
profitto, un mondo privo del profitto può essere un ulteriore
proiezione. Questa è la battaglia del proletariato moderno. Cioè
superare perché il profitto ti tiene incatenato perché deve
produrre la paura, deve produrre quella lotta che non è
cooperazione. La cooperazione estremamente più difficile. Cioè io
Ivan Ivanovich conta qualche cosa nel momento in cui si annulla come
Ivan Ivanovich ma si impone fermamente in un parere collettivo che
non è di fatto Ivan Ivanovich io sono mio, ma il fatto di cooperare
ad un disegno collettivo.
Garroni:
Esatto, esatto.
Intervento
maschile: Piuttosto oggi Ivan Ivanovich si
riscatta virtualmente, perché quello di cui parlava adesso sono
realtà virtuali, navigare in tempo reale, farsi la bomba atomica
ecc. ecc. ma la storia è un'altra cosa. Il profitto è la
globalizzazione, l'accumulo della ricchezza, del potere è una cosa
vera, mentre le guerre che noi combattiamo, che noi facciamo, siamo
in grado di fare. Ho l'impressione che sia virtuale, si soffre di
meno, ma si sta relegati in un altra dimensione.
Garroni:
Credo che questo sia sicuramente vero. Se vuoi la complessità è
questa che solo se hai il coraggio di rischiare, buttandoti nel
virtuale, puoi creare un altra realtà. Però è vero che significa
questo che in un certo senso tu devi essere in qualche modo fuori del
mondo. Perché il mondo, hai ragione, è fatto dalla quotidianità
che vediamo che è quella del profitto. Noi scommettiamo sulla
possibilità di tradurre in realtà dell'altro. È vero, è vero. C'è
questo elemento di scommessa. Probabilmente non è che solo
affrontando questa scommessa, come dire, in qualche modo ci sentiamo
meglio, ma probabilmente è vero che noi realizziamo un tema che è
centrale anche in Kierkegaard, cioè che la libertà umana è nella
scelta, e quindi quando io rischio vuol dire che io scelgo. Che sono
libero, allora, per esempio, quel mondo futuro di libertà in qualche
modo, in piccola parte lo realizzo già ora rischiando. Perché
affermo la mia libertà. Questo, certo, mi da una dignità che è
sofferenza poi. Perché poi la paghi, la paghi sul luogo di lavoro,
la paghi in mille modi insomma. Però beh sono un uomo.
Pina
Micucci: Io penso che lui volesse dire,
adesso scusa se interpreto il tuo pensiero, io l'ho sentito così
quello che tu hai detto, cioè ci mettono in testa il villaggio
globale, comunicazione in tempo reale, tutte cose che a noi poi,
comuni mortali, non abbiamo questi strumenti che ci prospettano
appunto questa era del progresso, che noi possiamo arrivare a Cuba, a
Cuba ci posso andare ogni due anni, ma c'è gente invece che i nostri
strumenti li utilizza quotidianamente si sposta contatta una
certa....
Garroni:
Io vi posso dire anche questo: che usando, per esempio, Internet per
avere informazioni sulla storia della filosofia ecc. io scopro
questo, che se mi collego con centri nord-americani, il collegamento
ce l'ho rapidissimamente, se mi collego con l'enciclopedia Treccani
in Italia io aspetto tantissimo per riuscire, ancora non ci sono
riuscito. Quando prendo cose nord-americane, anche quando non sono
fatte bene, vedo che c'è cultura di classe. Quando apro un settore
di internet che è news io non so che cosa caspita sono, le news
penso che sino le notizie, lo apro e c'è tutta una scarica di
argomenti. Ti giuro, il 90% almeno, è sesso. Io apro gli altri gli
argomenti, sai queste news cosa sono? Sono tanti piccoli,
piccolissimi borghesi che, per esempio, filosofia tedesca, bene che
esprimono la loro opinione su Kant. L'esistenza di dio e si esprime
la loro... cioè questo, capisci, è l’assurdo. Quindi non solo hai
il virtuale, in qualche modo va beh, il computer, si, certi strati
sociali, un po' larghi lo posso prendere. Ma non è vero che serve, o
meglio serve ad incastrarti dentro una logica.
9/10
Quindi è
vero che sei fregato anche quando hai lo strumento, verissimo. Però,
però per esempio sai, c'è questa Stanford
Encyclopedia, fatta negli Stati Uniti e in
Canada, che io sto usando per la storia della filosofia. Ci sono
delle cose fatte molto bene. Dal loro punto di vista. Se tu riesci a
comprendere, a cogliere il punto di vista di classe, una volta
compreso questo vedi che son fatte bene. Puoi usarle voglio dire.
Certo questo significa però che tu hai scelto il fatto di porti
contro. Questa scelta non è una... una cosa complicatissima perché
non va buttata a mare il fatto che tu poi la paghi. Certo qualcuno
può avere il lusso di rischiare sul luogo di lavoro. Ma non è vero
che tutti possono averlo. Ed è già un privilegio poterlo fare.
Qualcuno può rischiare di litigare a casa, ma non sempre lo puoi
fare. Quindi è verissimo tutto questo. Certo resta il fatto che tu
devi poter scegliere ugualmente. Con tutta la complessità che questo
comporta, perché li si gioca la partita della tua dignità umana.
Franceschini:
In alternativa c'è sempre la scelta del supermercato.
Stefano
Garroni: C’è la scelta del supermercato.
Voce
maschile: Io volevo sottolineare un'altra
cosa. Io credo che l'esistenzialismo metta, diciamo così, l'accento
sull'autenticità, su questa categoria, che poi non è neanche una
categoria, ma è vissuto, questo essere nella situazione, come
esistenzialisti come Sartre in particolare. Questa autenticità,
quanta consapevolezza di autenticità c'era in Hegel. Cioè del fatto
che l'uomo in questa storia soffrisse i dolori di essere dentro, di
modificarla e muoverla. Rischiando naturalmente tutto quel popò di
dialettica che c'è dentro. Perché per me, a occhio e croce, il
concetto di autenticità nasce con l'esistenzialismo, ed è ciò che
ci da consapevolezza che i delitti nei sistemi che la vita umana
delle persone comunque andasse rispettata sempre e comunque, e non
sacrificata all'altare della storia, se si vuole, o alla filosofia.
Io credo che in Hegel questo non ci fosse, in Marx si, marxismo ed
esistenzialismo è un aspetto fondamentale.
Garroni:
Ma come tu sai tu citavi Sartre, tu sai che Sartre era un allievo di
Hyppolite, cioè che alle spalle di Sartre c'è una tradizione
francese che lavora fondamentalmente - Hyppolite Kojève - sulla
Fenomenologia di Hegel. Perché la Fenomenologia di Hegel è uno dei
punti di riferimento della tradizione esistenzialistico atea. Questo
lo dico nel senso che, pare a me, che il tema dell'autenticità in
realtà abbia radici nella cultura cristiana, in Agostino per
esempio, venga …
Voce
maschile: L'ante litteram
dell'esistenzialismo. Il tema dell'autenticità.
Garroni:
Cioè no, no, voglio dire che, come al solito, i temi poi hanno
sempre una storia lunga. Credo che sia un tema importante nella
tradizione protestante, in Lutero, e attraverso questa mediazione sia
presente in Hegel. Direi addirittura, a mio modo di vedere, molto più
presente in Hegel che in Marx. Il quale mi pare che si ponga
piuttosto un altro tipo di problema, questo è sullo sfondo forse del
pensiero di Marx, sembra a me.
Voce
maschile: Ma per me l'autenticità è quella
del quadro drammatico delle condizioni, della condizione operaia
nelle fabbriche.
Garroni:
Certamente, certamente. Tu sai che c'è nell'ottocento una vasta
letteratura in proposito, prima di Marx e da cui Marx prende, per
esempio, per scrivere il Manifesto, c'è quella bella pubblicazione
fatta dai sovietici del materiale che Marx usa per comporre il
Manifesto, in cui c'è tutta una raccolta di testi di medici o non
medici sulla condizione degli operai, su questo entrare nella
concretezza della quotidianità ecc. ecc. Io credo che sia anche
importante quel discorso di Sartre che tu citavi, a proposito
dell'autenticità, quando Sartre mette sempre in evidenza come
l'autentico è sempre legato all'inautentico, che non è mai
individuabile in una situazione di piena autenticità. In qualche
modo la mala fede c'è sempre.
Voce
maschile: L'incapacità di ricongiungimento a
se stessi.
Garroni:
Esatto.
Voce
maschile: L'ultima trovata in filosofia del
mio amico Guattari.
Garroni:
Ora, a me pare, comunque che alla fine si arrivi sempre a questo
punto. Quello con cui io aprivo. Cioè è vero esiste una tradizione
marxista che ha schematizzato e impoverito il tema della relazione
tra forme di pensiero e forme di vita. Quindi del rapporto
cultura-struttura di classe. Se però noi lo prendiamo seriamente,
credo che possiamo dire questo: che alla fine, cioè dopo tutta una
serie di analisi, di studi, di considerazioni di livelli diversi
ecc., alla fine scopriamo che è vero la cultura nasce legata a
un'esperienza di classe. Cioè che in fin dei conti poi le posizioni
di classe contano proprio perché sia la scienza, sia la filosofia,
non sono un mero guardare il mondo ma produrre schemi per
l'interpretazione del mondo e nella produzione di questi schemi
scattano, come dire, quelle limitazioni che la storia ti impone
attraverso i modi di vita. Per cui, per esempio, dico, non è facile
comprendere fai conto, il discorso di Kant se non tieni conto il
ruolo che la religione gioca in una organizzazione politica nel
settecento, e quindi se non recuperi proprio questa dimensione
politica sociale di classe. Però è un discorso pericoloso perché
può essere reso semplicistico e quindi tagliare rapidamente le cose
collocando questo o quell'altro in schemi di classe. Però in realtà
mi pare invece fatto in un altro modo ha un senso. Se questo è vero,
allora debbo dire che io ricaverei una qualche diffidenza rispetto
alla questione dell'autenticità. Perché mi pare che sia una
tematica in fin dei conti legata a una concezione direi astratta
della persona. Cioè come se andassi a ricercare le radici del
comportamento della persona, in fin dei conti, negli atteggiamenti
della persona e non invece in quelle radici storiche obiettive che
riassumevo nell'espressione “struttura di classe”. Per cui, che
so insomma…
Voce
maschile: Vuol dire che è più autentica la
storia che l'individuo.
Garroni:
Io credo di si, io credo di si.
Voce
maschile: No in questo son d'accordo pure io.
Garroni:
Insomma io mi sono annoiato a rileggere Essere
e il nulla di Sartre. Dopo un po' mi sono
annoiato.
Voce
maschile: Sono ottocento pagine.
10/10
Garroni:
E ma io mi sono annoiato prima delle cento pagine.
Voce
maschile: La prima parte è tosta bella
quieta.
Garroni:
E beh insomma io mi sono annoiato. Mi pare,
mi sembra che questa astrattezza dell'individuo è un po' il mito
della società borghese.
Ermanno
Semprebene: Volevo provare a farti una
domanda, a parte citare dal libro stesso alcuni passaggi che mettono
in evidenza come Kierkegaard conosce molto bene Hegel. ci sono alcuni
passaggi che sono...
Garroni:
Scusa a proposito una cosa importante è questa, che lui
(Kierkegaard) non solo lo conosce (Hegel) molto bene, ma lo conosce
attraverso la destra hegeliana. Per cui curiosamente quando lui
attacca gli hegeliani attacca gli hegeliani di destra e Marx ha
attaccato addirittura gli hegeliani di sinistra.
Ermanno
Semprebene: Comunque tento la domanda vediamo
poi se riesco a spiegarmi perché è un po' complicato. Dunque: “Una
scienza della filosofia hegeliana, in particolare dell'estetica
Kierkegaard rende evidente la classicità figlia dell'equilibrio tra
forma e contenuto. Ma Hegel dice che anche che il concetto di verità
risulta dalla compenetrazione dell'idea che si ha di una cosa e dalla
cosa stessa. Quindi la cosa è vera quando storicamente la cosa
stessa e l'idea che se ne ha, combaciano. Quindi ogni epoca storica
ha la sua verità risultante da questo equilibrio, dal risultato di
questo equilibrio. Fermo restando che ciò non comporta mai una
rigidità assoluta nei confronti della verità. Una assolutizzazione
della verità. In quanto la conoscenza che si ha di una determinata
cosa, in un determinato momento non significa che questo non continua
la loro storia. Con il mutare dell’insieme delle conoscenze
acquisite dall'uomo per mezzo della ricerca scientifica. Forse
sarebbe meglio dire che a seconda della mutata capacità osservativa
del soggetto, in effetti non si osserva mai la stessa cosa. Ma che
l'oggetto della riflessione è sempre diverso e muta in un altro
oggetto. Parimenti, ciò vale per colui che guarda, che è sempre in
rapporto all'oggetto osservato diverso in se stesso della sua
capacità di sguardo, e come se ci fossero un'infinità di verità
conseguenti storicamente, dove l'ultima riassume, a volte perfino
ribaltandone il significato le verità precedenti.
Altra
voce maschile: Hai citato dal Don Giovanni?
Ermanno
Semprebene: No questa è una cosa
Garroni:
Di fatto era l'inizio.
Ermanno
Semprebene: L'opera classica è il
combaciare...
Garroni:
Si l'equilibrio.
Voce
maschile: In senso crociano.
Garroni:
In parte si.
Voce
maschile: Se posso. Se tutto ciò è vero,
come mai Kierkegaard che pure ha colto così efficacemente in senso
stretto il concetto di opera classica non è conseguente, per il
resto, alla filosofia hegeliana? In particolar modo alla
fenomenologia hegeliana. Forse perché questo comporterebbe dover
rinunciare alla religione e a qualunque idea di un Dio esteriore al
di sopra dell'uomo? Potrebbe essere....
Garroni:
Ma. Io stavo cercando un'altra citazione.
Voce
femminile: Puoi rileggere la prima domanda?
Se questo è vero...?
Voce
maschile: Come mai Kierkegaard che pure ha
colto così efficacemente il senso stretto ciò che riguarda
l'estetica, il concetto di opera classica...
Voce
femminile: Si si si.
Voce
maschile: Non è conseguente per il resto
alla filosofia hegeliana. In particolar modo la fenomenologia?
Garroni:
Va beh, e adesso.. si forse l'ho trovata,
forse l'ho trovata. Io credo che una, di nuovo noi, forse è utile
fare riferimento alla dogmatica marxista. La
dogmatica marxista dice che all'infinito l'uomo conosce la verità.
Nel senso che il processo conoscitivo è un progressivo approssimarsi
al vero. Evidentemente questa una proposizione insostenibile perché
auto-contraddittoria. Nel senso che se io mi avvicino
progressivamente al vero vuol dire che già so dove sta il vero.
Appunto mi posso approssimare progressivamente a Milano perché so
che Milano sta la. Quindi se il processo della conoscenza è una
continua approssimazione, vuol dire che già so dove sta la verità.
Ora questo è solo uno stravolgimento della dialettica, che
fa un discorso estremamente più sottile. La concezione ingenua dice
c'è un mondo di cose, che sono fatte in un certo modo, però
dall'altra parte c'è l'uomo che cerca di conoscerle. Invece sia le
cose, che l'uomo che conosce, sono immersi nella storia. Allora è
perfettamente vero che così come si modifica l'uomo nel rapporto con
le cose, analogamente le cose vengono modificate dall'uomo. Poniamo,
non si può dire che nel settecento, facciamo conto, Locke o Kant,
abbiano capito Hegel, qual è la natura vera dello stato. Dello
Stato. No, bisogna dire che storicamente si va costruendo
l'organizzazione politica fino al punto che nella sua purezza prende
corpo con l'epoca borghese, e il filosofo capisce questo. Ma non
poteva capirlo nei secoli precedenti perché non c'era quelle cosa la
da capire.
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