MISERIA DELLA FILOSOFIA - L'INFLUENZA
DI HEGEL 20-01-98
Se io dico: “dio crea gli uomini” e Franceschini dice “no sono gli uomini che creano dio”, è interessante che sostanzialmente, nelle due formulazioni non è cambiato nulla.
Sembra un’opposizione assolutamente radicale, sembra rappresentare un cambiamento assoluto: non è vero.
La sostanza della faccenda non cambia. Perché essendo dio la legge, che sia l’uomo a creare la legge o che sia la legge che crea l’uomo, la questione che conta è: qual è il rapporto, l’atteggiamento dell’uomo verso la legge?Voglio dire: “questo il partito ha detto e questo io faccio”. Qui la legge, cioè dio, è creata dall’uomo, dal partito. Ma una volta che l’uomo ha creato la legge, quella legge per me è imperativa assoluta e indiscutibile, è come se l’avesse creata dio. In questo caso che io riconosca che la legge è creata dall’uomo e non l’uomo da dio, cioè dalla legge, non modifica il fatto che io ho un atteggiamento passivo, di obbedienza passiva alla legge. Il problema vero è: qual è l’atteggiamento che io ho verso la legge: se ho un atteggiamento attivo, critico, o un atteggiamento passivo. Allora la cosa fondamentale per tornare alla dialettica per es., quando si dice: “la dialettica fa scandalo perché introduce il movimento nel pensiero”, si dice una mezza verità.
Sulla base di questo discorso credo possa risultare facile capire che cosa aveva in mente Hegel quando diceva che “la storia è la scena della rivelazione di dio”. Hegel sta dicendo che la ragione esiste nello svolgersi della storia. E in questo continuo svolgersi della storia c’è il continuo svolgersi e costruirsi della ragione. Questo è dio. Va da sé che questo dio darebbe fastidio tantissimo ai preti perché: primo, non è nella di trascende; secondo, è la storia stessa, è la storia stessa come continuo sviluppo che è razionale. Quindi si afferma la razionalità del mondo, il quale mondo non ha bisogno di prendere una razionalità dall’alto, da dio ma c’è l’ha in sé, e dio non è altro che questo svolgersi della razionalità del mondo.
Questo è l’ateismo più totale. L’ateismo più totale non è quello che dice: è l’uomo che crea dio. Perché resta ancora dubbio: qual è l’atteggiamento che assumo verso la legge? Se una volta che ho detto che l’uomo crea dio, o se volete che è lo stato che crea la legge, è il partito che crea la legge, è la scienza che dice la verità e quindi io resto passivo, accolgo passivamente queste verità, rimango sul piano della religiosità.
Avrò ilo culto della scienza, del partito. Avrò ricostruito una religione. La religione è tolta veramente quando? Quando io riconosco in sostanza che la razionalità è la storia e che la razionalità è destinata a un continuo ritmo di proprio superamento, non ha mai forme rigide. Capite allora bene perché l’antipatia verso lo stato. Perché lo stato invece è sempre in qualche modo l’affermazione: “io, non tu, sono la razionalità, tu devi obbedire”. In questo senso della storia come la scena in cui dio si rivela e si costruisce - cioè fuori metafora - in cui la ragione si svolge e si costruisce. Qui è tutta la storia implicata. Non ci sono né capi né non capi. È’ tutto il processo implicato. Allora è chiaro che un’autorità che pretendesse di distaccarsi dal processo e dire: io sono la razionalità. Sarebbe contro questa coralità del processo. Lo stato è quest’autorità che si distacca e che dice: “io sono la razionalità, io sono la legge”. Il superamento dello stato deve avere a che fare con questo senso forte, invece, della coralità della produzione della legge.
l’Introduzione alla critica della filosofia del diritto di Hegel, Marx ad un certo punto dice: “il proletariato deve farsi erede della filosofia classica tedesca”. E lo dice a conclusione di un discorso che, schematicamente, è questo: la filosofia perde il carattere speculativo quando si rende conto delle radici storiche, sociali che ha, ma contemporaneamente il movimento storico, sociale, deve salire fino ad assumere come propri i bisogni della filosofia.[…] dice Proudhon “poiché dunque tra gli oggetti di cui ho bisogno un gran numero non se ne trovano affatto in natura” etc. etc. cioè lo schema che Proudhon ha in testa chiaramente è questo - e badate, è uno schema presente comunemente nella mente della gente: “ci sono dei bisogni e c’è un’attività economica che deve produrre le cose che devono soddisfare dei bisogni, di conseguenza prima vengono i bisogni e poi viene la produzione”. Marx dice che tutto ciò è falso in quanto è la produzione che crea i bisogni![…] Resta caratteristico del pensiero cattolico, però, il fatto che il problema economico venga sempre pensato alla luce di una problematica morale, e questo non avverrà solo nel pensiero cattolico ma avverrà, per esempio, anche in Kant (ossia in ‘700 ben inoltrato!) il quale nelle sue lezioni di etica affronterà il problema dell’appropriazione privata ed il problema del denaro: ma Kant è legato profondamente alla tradizione cristiana! Voi, quindi, capite che un modo per legare l’economia all’etica è quello di pensare il bisogno prima della produzione: di nuovo assistiamo a questo primato del morale! Lo stesso Tommaso D’Aquino all’epoca o anche i preti oggi si chiedono, per esempio, se sia morale o no il cravattaro (ossia il prestito a strozzo, lo strozzino) e questo è un tema classico del pensiero cristiano risolto sempre nello stesso modo di come lo risolvono oggi e cioè “i cravattari diventiamo noi, voi toglietevi di mezzo in quanto siete immorali e ci mettiamo noi a fare i cravattari!”. E questa, però, è anche un operazione che spiega molto bene la forma del rapporto tra il cristianesimo e la cultura classica e cioè: “io cristiano punto al potere, uso quindi la morale contro il potere esistente per potermi procurare io il potere ed impostare le cose a modo mio!”.
Facendo riferimento, per esempio, a quel film che è stato girato sulla resistenza in cui dei partigiani comunisti ammazzano dei partigiani non comunisti, storicamente quei partigiani non comunisti erano degli agenti dei nazisti ed ovviamente, però, sono nel calcolo di tutti coloro che sono stati assassinati dai comunisti cattivi! E’ interessante, quindi, notare che nessuno contesta il criterio! Ha senso, per esempio, contestare un fenomeno storico perché produce morti? E’ mai esistita una storia senza morti? Che senso ha questo tipo di problema? Non ha nessun senso! E’ importante, invece, contestare il problema di fondo, contestare la domanda stessa e non mettersi a dire “no, i morti causati dal comunismo nella seconda guerra mondiale non erano cento milioni ma dieci milioni!”; è importante, appunto, considerare il problema di fondo! Quello che importa è contestare, cioè, il fine, lo scopo e non solo il mezzo; è ovvio che si contesta il fine, lo scopo allora si contesta la logica complessiva di quello che succede, viene messa in questione la totalità e non un aspetto soltanto: infatti il concetto di totalità è un concetto centrale nella dialettica! […]
in realtà la cosa interessante è questa: fin dal VI secolo a. C. (come documentato da Senòfane) tutti hanno capito che quando si dice Dio si dice la legge dell’universo e della società e che Dio è la sacralizzazione della legge. E’ molto interessante che il nostro San Paolo chiude la lettera ai Romani sottolineando che il vangelo di Cristo insegna all’uomo ad obbedire all’autorità statale. Allora quel passaggio che io facevo tra Dio e legge in realtà non è immotivato ma c’è una lunghissima tradizione di pensiero di credenti e non credenti che questo lo hanno capito perfettamente: Dio è la legge, è l’ordine![…]la storia di Marx la quale ha sicuramente radici lontane risalenti addirittura al pensiero antico (ossia al pensiero classico greco) in cui sappiamo che i due fondamenti principali sono Eraclìto e Parmenide: quindi, in buona sostanza, ci si riferisce alla nozione di logos. Questa centralità del necessario, della necessità alla quale tu ti riferivi è di estrema importanza in quanto oggi, per esempio, essa serve moltissimo contro tutti coloro che dicono “il lavoro non è merce!” i quali, però, sbagliano poiché la necessità storica, cioè la realtà storica, è proprio quella del lavoro come merce la quale può non piacere ma che purtroppo rispecchia esattamente la realtà; per il greco, appunto, è proprio questa la necessità! La necessità, cioè, è questo forte richiamo all’obbiettività delle cose le quali cose sono non per caso, ma secondo una regola, e questa regola è il logos: questo è un pensiero estremamente importante! Spesso (ma non sempre!), però, nel pensiero greco c’è questo senso del logos come qualcosa di immobile, di sempre eterno, ed infatti nè Kant, nè Hegel, nè Marx, nè Leibniz avrebbero pensato senza Platone ed Aristotele; infatti si può mostrare come tutte le articolazioni di fondo del pensiero dialettico stanno proprio nei classici, si può mostrare, per esempio, che la nozione di forza-lavoro non è facilmente separabile dalla nozione di potenza aristotelica!
[…]D’altra parte un fenomeno tipico del mondo moderno, in particolare con la lotta tra papisti e riformati, è l’emergere di un cristianesimo fideistico e non teologico ossia di un cristianesimo che non si occupa tanto delle dispute teologiche ma che, al contrario, vive la fede: abbiamo quindi un cristianesimo mistico, gettato nel pratico, impegnato a praticare la carità (per esempio la nostra odierna Sinistra Cattolica, Teologia della Liberazione). Questa forma di religiosità è tipicamente moderna ed è strettamente legata proprio allo scetticismo,[…]
Tutto questo lo ritroviamo in Kant ma se volessimo fare altri due esempi dell’epoca moderna potremmo dire di ritrovarlo anche in Montaigne e Pascal i quali, sebbene in ambiti diversi, sono entrambi due persone dotate di una grandissima capacità intellettuale, capacissimi di mostrare i paradossi e le contraddizioni, ma che, però, non riescono a fondare la religiosità se non sul paradosso perchè, appunto, non è possibile una fuoriuscita razionale.
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