Su Hegel politico. - Stefano Garroni -
In
italiano possiamo dire <quella
persona non ha carattere>,
per intendere che su quella persona non si può contare - in
particolare nel caso si tratti di assumere un qualche atteggiamento
deciso, di mostrare una
certa risolutezza e volontà e continuità nella
decisione presa. Una persona che non ha carattere ha in sé qualcosa
di indefinito, non è né questo né quell’altro ed, in tal senso,
possiamo anche dire che <quella
persona non esiste>,
appunto perché né è definibile in modo sufficientemente preciso,
né ha ‘il polso’, la ‘robustezza morale’, che ci si attende
da una persona,
che sia effettivamente tale.
Tuttavia, potremmo
(e dovremo) dire che quella stessa persona tuttavia esiste:
però nel senso particolare, che mi sembra ben precisato in questa
pagina, scritta da Sartre nel 1943:
“(la
persona) è in
quanto evento, nel senso che posso dire che Filippo II è
stato;
che il mio amico Pierre è,
esiste;
è in quanto compare in una situazione che egli non ha scelto; in
quanto Pierre è un borghese del 1942 e Schmitt era, invece, un
operaio berlinese del 1870; egli è, perché gettato nel mondo,
abbandonato in una ‘situazione’; è, in quanto pura contingenza;
è nella misura in cui –per lui, come per tutte le cose di questo
mondo -per questo muro, per questo albero, per questa tazza-, è
legittimo porsi la questione originaria <perché
questo essere qui è così e non altrimenti?>
Esso è nella misura in cui vi è qualcosa di cui esso stesso non è
il fondamento, ovvero la sua presenza
al mondo.” [1]
Lo
sappiamo, al senso ed al linguaggio comuni può capitare di
trasmettere, sia pure in modo largamente inconsapevole, una
saggezza, a volte perfino profonda -ed è
questo, appunto, che capita nel nostro caso.
Cosa
ci insegna, infatti, quel comune uso linguistico, che abbiamo
richiamato e che stiamo esaminando?
Che
una persona mancante di carattere non esiste propriamente;
ma, anche, ci mostra come questo sia un giudizio che generalmente
diamo di persone, le quali in un altro senso
-ovvero empiricamente- tuttavia esistono, son
presenti, stanno lì, possono essere indicate a dito; ovvero,
persone di cui potremmo scattare una foto, che potremmo sentir
parlare, ecc.
Persone,
in somma, di cui potremmo avere, come si dice, esperienza,
che potrebbero essere, appunto, quel Pierre o quello Schmitt, di cui
Sartre diceva.
Linguaggio
e senso comune sembrano, dunque, distinguere due sensi del
termine esistere: l’uno, che potremmo definire debole,
l’altro forte.
In
senso debole, essere, esistere stanno ad
indicare una mera presenza, la cui fondamentale
caratteristica è l’indeterminatezza, l’opacità, la
vischiosità.
In
senso forte, al contrario, essere,
esistere implicano più che la semplice
presenza, perché comportano la capacità, da parte di ciò che
esiste, di orientarsi, di organizzarsi, di perseverare nella
prospettiva di un risultato da raggiungere.
L’essere
in senso forte, dunque, non è gratuito, ovvero, la sua
presenza ha un senso, una prospettiva, rispetto alle
quali si organizza, si muove, s’impegna, ordina se
stesso, dunque, dà a se stesso
una razionalità.
In
una parola possiamo dire che ciò che esiste in senso forte, ciò
che non è semplice presenza, ma è effettivamente reale,
quello, nello stesso tempo e proprio perciò, è razionale.
In
fin dei conti, usando questa formula (ciò che è reale è
razionale) non diciamo altro, se non che ciò che è reale è,
appunto, reale e che razionale è
quell’esistente, che non si esaurisce nel semplice ‘star là’,
nel mero ‘esserci’, perché invece è qualcosa di strutturato o,
meglio, qualcosa che va strutturandosi diacronicamente, per
porsi in condizione di giungere al risultato, a cui
tende a pervenire.
Come
si vede, la duplice formula hegeliana (ciò che è reale è
razionale e ciò che è razionale è reale)
dice qualcosa, che è ricavabile dallo stesso linguaggio comune;
qualcosa che, in nessun caso, implicita il
sacrificio del mondo effettuale in nome di
una ragione onnivora.
Al
contrario, quella duplice formula se da un lato recupera e chiarisce
(rispetto al pensiero comune) la distinzione tra esistenza in senso
debole ed esistenza in senso forte, dall’altro mostra, fuori di
ogni possibile dubbio, che lo spazio della razionalità coincide con
quello di ciò che realmente è, di ciò che esiste in senso forte,
insomma della realtà stessa.
Il
senso della duplice formula hegeliana, dunque, non ha nulla della
trascendenza idealistica, perché piuttosto è la ferma, orgogliosa
affermazione che non esiste spazio della razionalità che non sia
quello della realtà, e che non ha senso una razionalità che non
coincida con la realtà, appunto.
E’
interessante cogliere subito la relazione che esiste tra la duplice
formula hegeliana e la critica –così frequente nello stesso
Hegel- al moralismo dell’.
Se,
infatti, si parla veramente di realtà quando ci si riferisce non ad
una semplice presenza, ma ad un complesso che –sia pure
contraddittoriamente e per vie indirette (Umwege)- si muove
verso la realizzazione piena di sé, allora è chiaro che, per il
filosofo (per chi voglia rendersi conto dei processi reali), il
problema non sarà mai quello di valutare il movimento obiettivo,
ponendolo di fronte al tribunale della sua propria,
soggettiva ragione.
Al
contrario, il problema e il compito del filosofo (nel senso chiarito
sopra) sarà sempre quello di riuscire ad afferrare ed esprimere con
chiarezza quali sono leeffettive ‘linee
di movimento’ del processo
in esame, quali le ‘torsioni e tensioni’ che ne
determinano la dinamica e perché ciò avviene. Comprendere
tutto ciò, a sua volta, sarà possibile, se si riuscirà a cogliere
qual è
la regola fondamentale, che ordina “il movimento della cosa
stessa”.[2]
Il
filosofo, dunque, giudica il fatto, l’evento. Ma
lo giudica nel senso che ne mette in luce il senso, la
prospettiva, la dinamica di cui è parte, da cui è mosso e che
contribuisce a realizzare; il filosofo giudica, nella stessa misura
in cui comprende quale sia la linea di movimento della cosa
stessa.
L’anima
bella, il moralista, invece, giudica, ma nel senso che pretende
sottrarsi alla storia, al movimento, per valutarlo rispetto ad una
regola, che non è della cosa, ma sì del suo arbitrio,
del suo intelletto –una regola, che il soggetto stesso ha
elevato a questo rango, in seguito ad una sua decisione,
ad una sua preferenza: dunque, in modo del tutto
arbitrario e casuale rispetto al movimento effettivo.
Per
non incorrere in fraintendimenti, di cui spesso per altro il
pensiero di Hegel è stato vittima, è bene precisare subito quale
sia l’oggetto della riflessione hegeliana.
L’orizzonte
del pensiero di Hegel è lo svolgersi dell’esperienza
e, dunque, il processo
storico di formazione
dell’uomo, in quanto Gattungswesen o ente sociale, collettivo[3].
Insomma,
l’oggetto della riflessione di Hegel è la storia dell’uomo e,
in particolare, di quelle fasi critiche, che segnano il passaggio da
una tappa all’altra del processo di auto-costruzione dell’umanità;
ciò che Hegel studia, potremmo dire, è la scena della difficile
costruzione dell’uomo in quanto Sé,
in quanto Soggetto;
ovvero il dramma, di cui Hegel dà conto, è quello della
continua fatica dell’uomo per realizzarsi come Soggetto, che esce
da e supera l’Außersichsein (l’essere-esterno-a-sé).[4]
Com’è
noto, l'esplicita distinzione fra teoresi e politica, fatta in base
alle finalità (rispettivamente, il vero e/o la vittoria, il potere,
l'utilità), è d'origine aristotelica.
Se
per questo rispetto -della formalità-, secca è l'alternativa (o
puo' esserlo) fra le due attività (la teoretica e la politica), non
meraviglia certamente che, nell'ambito della prospettiva dialettica,
l'atteggiamento sia, invece, quello di chi ricerca la mediazione fra
i due opposti.
In
linea generale, infatti -come mostra bene lo stesso Leibniz-,
l'atteggiamento dialettico consiste, appunto, nell'assumere
l'opposizione (o la contraddizione, la contrapposizione, la
dissonanza, lo scarto, ecc.) come una sorta di sfida alla ragione,
come quell'occasione privilegiata, che consente alla ragione appunto
di svolgersi, di arricchirsi di ulteriori modalità e forme,
insomma, di mostrare la propria plastica capacità di tutto
penetrare, mediare e sviluppare.
La
ragione dialettica, infatti, non sta essenzialmente
nei contenuti, che storicamente essa riconosce e
accoglie ma che, volta a volta, possono esser messi in questione (e
lo sono di fatto) da nuove credenze ed atteggiamenti, decisioni.
La
ragione dialettica, piuttosto, è una certa forma, che
si raffina, complica ed arricchisce nell'impegno a superare cio',
che sembra contraddirla o, meglio, cio' che si presenta in
opposizione, in dissonanza con i suoi contenuti storicamente
definiti. Ed è esattamente di questo tipo l'atteggiamento, che la
ragione dialettica assume di fronte all'opposizione fra teoresi e
politica, tra filosofia e pratica.
Nell'Enciclopedia[5], Hegel
scrive che lo spirito è attività; ma poiché lo spirito è attivo,
allora si esteriorizza; non bisogna, dunque, esaminare lo spirito
come un ente senza processo, come avveniva nella metafisica antica,
la quale divideva l'interiorità di dio aprocessuale dalla sua
processualità; al contrario, lo spirito va esaminato essenzialmente
nella sua concreta realtà, nella sua energia, e le sue
esteriorizzazioni vanno riconosciute come determinate dalla sua
interiorità.
Abbiamo
qui un chiarissimo documento dell'immanentismo dialettico che, da un
lato, riconosce la differenza fra spirito ed esistenza effettiva
(dunque non appiattisce, non riduce l'una
all'altro, non perde la differenza, ma la
mantiene); dall'altro lato, pero', fa dell'uno la
condizione, il completamento dell'altra, per cui il processo reale
-che non è se non questo inverarsi dello spirito
nell'esistenza (Dasein) e potenziarsi
dell'esistenza nello spirito (Geist)- è
l'effettiva realtà dello spirito stesso.
Il
processo non è, dunque, un contrapposto dello spirito, che vada
forzatamente ricondotto alla stabilità della regola; non è un
semplice contingente privo di senso, casuale, assurdo; piuttosto il
processo è il farsi reale dell'intimità dello
spirito, è il momento in cui effettivamente questa
intimità esiste.
Così
come dall'altra parte, è solo perché attraverso di essa è lo
spirito che si mostra, è solo per questa ragione o condizione, che
l'esistenza (il Dasein) acquista senso e peso
effettivi.
Come
si vede, giusta la prospettiva dialettica, lo spirito da morta cosa,
irrigidita e fissa, diviene energia, diviene la ragione, il logos
del processo, del divenire. Come, per l'altro verso,
quest'ultimo, a sua volta, da semplice, gratuito mutamento diviene,
invece, svolgimento, esplicazione, esteriorizzazione della
regola.
E'
in forza di tale mediazione, di tale compenetrarsi di contingenza e
necessità, di mutamento e di permanenza, di deviazione e di regola,
è in forza di ciò che ilcambiamento -sottolinea
Hegel nelle sue Lezioni
sulla storia della filosofia[6]- è
qualcosa che resta identico a sé, perché non è il rigido
contrapposto dell'universale, con la sua necessità, ma piuttosto
è momento
dell'universale stesso, dunque,
si colloca all'interno
di esso.[7]
A
questo scenario universale di compenetrazione degli opposti, a
questo gioco di continuo rinvio di un opposto al proprio opposto,
appartiene l'esperienza umana, che è sempre espressione della
conflittuale relazione fra uomo/ altro uomo (società) e natura.
Per
tornare al motivo iniziale, ciò
che è reale è razionale,
significa in definitiva che Hegel non condivide una
visione atomistica del
reale stesso, come aggregato
di puntuali presenze irrelate;
sì piuttosto, nella sua prospettiva, reale è
una sorta di socialità
di enti e processi,
la cui connessione non
è per caso,
in quanto risulta, invece, dallo svolgersi del movimento
orientato[8],
che comprende in sé e spiega ogni sua parte (fenomeno o processo,
che sia).
Ed
allora è corretto, com’è stato fatto più volte, sottolineare
l’opposizione hegeliana ad ogni filosofia del
finito ed,
in questo senso, la sua opposizione all’Illuminismo.[9]
Ciò
è corretto, ma a condizione che non si perda di vista che la
polemica hegeliana è contro la filosofia del
finito, nel senso di una teoria che pretende di dire così e
così (ovvero, finita) è l’essenza
del reale.
Se
invece l’affermazione del finito, della differenza e della
separazione si colloca sul piano delle scienze
particolari (Einzelwissenschaften),
non solo Hegel non ha obiezioni da muovere, ma addirittura mostra
nelle sue pagine di aver fortissima la consapevolezza che il sapere,
che quelle scienze forniscono è necessariamente
e legittimamente circoscritto
entro la dimensione del finito, del convenzionale ed appartiene,
dunque, all’atteggiamento[10] dell’intelletto (o
della percezione),
non ancora dunque a quello della ragione.[11]
[2] -
Ad es., il mantenimento o, addirittura, la crescita del tasso medio
di profitto, nel quadro del modo capitalistico di produzione.
[3] -
L’espressione Gattungswesen la
troviamo anche nel giovane Marx, utilizzata nel senso che abbiamo
visto. Si consideri che il termine Gattung rimanda
al tedesco antico Gatte (=
compagno) e a gatten (=
unirsi). Si noti quanto scrive O. Pöggeler: “Poiché Hegel vede
attuata (la) nella vita etica e statuale di un
popolo, può accogliere anche la filosofia politica classica di un
Platone e di un Aristotele, facendo propria la convinzione
aristotelica, secondo la quale il popolo è più conforme del
singolo alla natura, e opponendosi alle teorie giusnaturalistiche
moderne che prendevano le mosse dal singolo.” (O.
Pöggeler, Hegel,
L’idea di una fenomenologia dello spirito, Napoli
Guida 1986: 99).
[4] -
La volontà individuale si esprime come “Triebe, Begierde,
Neigungen … secondo la terminologia che appartiene alla
tradizione settecentesca delle teorie della socialità, o a teorie
in cui l’immediata adesione alle norme che regolano una
situazione di convivenza tra individui indipendenti venga
attribuita ad un’astratta ‘natura umana’.” (Cafagna,
8462: 28). Hegel legge con attenzione il Neuer
Emil di
Feder; da Thaulow Cafagna ricava: la filosofia ascrive ad un uomo
una Begierde,
quando si rappresenta qualcosa come per lui necessaria e
bene, con la conseguenza che cerca di ottenerla; la Neigung è
qualcosa che si manifesta di tanto in tanto nei confronti
dell’oggetto della Begierde; Trieb è
l’orientamento attivo della forza, volta a realizzare
qualcosa. (Cafagna,
8462: 28n).
[7] -
Per Hegel l’universale non può esistere, se non in quanto si
particolarizza. Dall’altra parte, l’esistenza effettiva del
particolare c’è in quanto modo di presentarsi dell’universale.
Potremmo dire che, da un lato, l’universales’abbassa nel
particolare ma che, dall’altro, il particolare s’eleva ad
universale –si tratta di un duplice movimento, esplicitamente
indicato da Marx, quando spiega il senso di realizzazione
della filosofia.
[8] -
Uno dei termini più frequenti nel vocabolario hegeliano è il
verbo bestimmen (e
naturalmente anche il sostantivo Bestimmung,
che da esso deriva). Solitamente, lo si traduce con determinare (e
il sostantivo condeterminazione),
secondo un’accezione , appunto, del
termine. Senonché, in tedesco bestimmen (Bestimmung)
ha una gamma più ampia di significati, tra cui quello di , , secondo una prospettiva non certo
deterministica.
[9] -
Per l’Illuminsmo, scrive A. Gargano, L’idealismo
tedesco. Fichte, Schelling, Hegel, Napoli
La Città del Sole 1995: 75,
“ogni
realtà è un finito separato da un altro finito, per Hegel nessun
finito può esser separato da un altro finito …”
[10] -
Va ricordato che, per Hegel, intelletto e ragione sono,
prima di tutto, due angolazioni, da cui si possono prospettare le
cose; sia pure intesi in questo senso,
tuttavia, intelletto e ragione non
compaiono per caso sulla scena della storia, ma sì in quanto si
collegano ed esprimono, in un certo modo, il movimento
storico-obiettivo. In ogni caso, resta vero
che intelletto e ragione son
punti di vista, orientamenti, attitudini, che incidono nella
valutazione dei comportamenti e nella loro scelta.
[11] -
E’ ben nota l’influenza, che Platone ebbe per la maturazione
della prospettiva dialettica in Hegel; ora, è proprio in Platone
(ad es., in Filebo.
17be) che Hegel può trovare un tema, che per lui diverrà
centrale: ovvero che si ha realmente conoscenza, solo quando si
abbia conoscenza determinata (dunque, finita).
Insomma, per Hegel, “il tutto può essere pensato, solo in quanto
differenziantesi in se stesso: esso non è che la differenza delle
differenze e, perciò, è identico con se stesso, poiché è la
non-identità delle differenze. In relazione ai generi suddetti, il
concetto passa nel proprio contrario, l’identità passa nella
non-identità che, in quanto tale, di nuovo è identità: dunque,
identità della non-identità.” (H.H.
Holz, “Gegensatz
und Reflexion zum Grundmunster einer materialistischen Dialektik”,
in Strukturen
der Dialektik,
DIALEKTIK 1/1992 Meiner 1992: 19). Si
tenga presente, inoltre, F. Valentini, La
controriforma della dialettica,
Roma Editori riuniti 1966: 40, il quale avverte che la critica
hegeliana all’Illuminismo non va confusa con quella romantica.”;
ricordiamo, inoltre, L. Althusser, Ecrits
philosophiques et politiques,
Paris Stock/Imec 1994: 82 e 224nota, il chiarisce come, per Hegel,
Kant fosse l’Illuminismo espresso in teoria.
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