Marxismo e scienza: la critica di Moreno a Galvano della Volpe. - Stefano Garroni -
Tra
gli anni 60 e 70, la cultura marxista italiana, ma non solo, fu
fortemente segnata dalla presenza della riflessione di Galvano della
Volpe, filosofo di formazione gentiliana, convertitosi poi al
marxismo.[1] Tale
intreccio fra Giovanni Gentile –il futuro filosofo ufficiale del
fascismo- e il marxismo italiano non deve meravigliare: basti
pensare all’influenza che lo stesso Gentile indubbiamente ebbe (in
funzione anticrociana) su Gramsci e su Togliatti.
Disponiamo
ora, in edizione portoghese, di quella “Lógica marxista e
ciências modernas”, che l’argentino N. Moreno scrisse, avendo
-si potrebbe dire- come obiettivo polemico principale esattamente ll
pensiero di Galvano Della Volpe. O, più precisamente, il modo in
cui Della Volpe configurava il metodo scientifico e quel
suo strumento fondamentale che è l’astrazione. Perché
questa scelta da parte di Moreno?
Il fatto è
che per Moreno il marxismo non può essere unicamente pensato (come
pure ha voluto certa recente letteratura prevalentemente francese)
quale scienza della società capitalistica (dunque,
l’ improbabile paradossale scienza di un oggetto unico)¸né
il marxismo ha da confrontarsi solamente con la problematica
scientifica delle cosiddette scienze morali.
Dacché,
in realtà, proprio in quanto scienza, il marxismo ha da fare i
conti con l’intera complessa storia della costruzione del
linguaggio scientifico in generale e, come nel caso di questo libro,
con la non lineare storia del concetto di astrazione e
delle diverse forme e sensi, che storicamente è andato assumendo.
Si
badi, tuttavia, da quanto detto finora non deve ricavarsi la
convinzione che, per Moreno, il marxismo sia, solo, uno strumento
per costruire immagini
esplicative del
mondo, al semplice –per quanto mobilissimo scopo- di trasformare
in un cosmo ordinato il chaos dell’esperienza[2]
Come
viene ben sottolineato nella Presentazione al
volume, scritta da Luiz Roberto Martins, la
vocazione caratterizzante il marxismo è la praxis o,
in altre parole, l’arrovesciamento dei rapporti sociali di
produzione per la costruzione di una società autenticamente a
misura d’uomo[3]
Se
l‘astrazione, secondo la sua versione classica, viene intesa come
l ‘estrazione e
il coordinamento di
ciò che è comune ad una molteplicità d’oggetti singolari, in
primo luogo, non possiamo non segnalare come essa riproduca le
caratteristiche del normale procedere della mente comune e, dunque,
non si presenti come strumento scientifico propriamente, - insomma,
come essa non si distingua dal modo di operare, per così
dire, de
l’ hombre de la calle.[4]
In secondo
luogo, solo apparentemente l’osservatore compila la due baconiane
tavole delle presenze e/o delle assenze, dacché in realtà è la
prospettiva da cui osservo l’oggetto a darmi i criteri, le regole,
in base a cui definire una nota, una proprietà, comune o no ad una
molteplicità di elementi singoli.
Il
concetto, a cui per questa via si perviene, non ha alcun rapporto
organico con le proprietà che lo caratterizzano: il rapporto
soggetto/predicato piuttosto è qualcosa di casuale che potrebbe
essere radicalmente diverso[5]
Infine,
ciò che mi autorizza a giudicare che è/non è
comune
Insomma,
come lo stesso Moreno sottolinea, l’attività astrattiva non
comincia con la neutra osservazione dei dati, ma sì col
metterli in prospettiva secondo una certa ipotesi, preventivamente
scelta dal ricercatore.
Anche
quest’ultima osservazione ci aiuta a comprendere il senso, in
cui Moreno afferma che la logica marxista è una nuova logica,
ovvero la logica moderna concreta; ma tale logica è
resa possibile alla condizione che il marxismo non cessi mai di
curare e rifinire i suoi rapporti col mondo scientifico in generale.
Questa
componente anti-empiristica nella concezione dell’astrazione (e
dunque, anche della costruzione del concetto), sappiamo che risale a
Galilei. E sappiamo anche che risale ad Aristotele la consapevolezza
di una problematica, che giungerà fino all’epoca contemporanea.
Posta la
concezione classica dell’astrazione (che sappiamo apparirà con
tutta chiarezza nelle già ricordate due Tavole –delle presenze e
delle assenze- baconiane), Moreno non sa cogliere il
senso del finalismo aristotelico, non riuscendo a vedere nel telos
il modo di funzionalizzare universale e particolare, concetto ed
empiricità E’ importante questa incomprensione del ruolo di
telos/fine in Aristotele, perché favorisce ancora una volta una
lettura in chiave speculativa di Hegel e, dunque, la riproposizione
da parte di Moreno di una lettura idealistica di Hegel –
tanto che si potrebbe dire che nella prospettiva moreniana esistono
elementi contraddittori, alcuni dei quali sono consonanti con la
riflessione metodologico-scientifica più recente, mentre altri
riprendono motivi, propri della vulgata.
A
riprova delle ambiguità di cui dicevamo, va sottolineato
positivamente che Moreno dà molta importanza alla lezione di
Descartes per la sua sottolineatura del ruolo conoscitivo del
soggetto[6];
Moreno coglie inoltre la centralità del tema del possibile in
Leibniz (centralità, che senza dubbio è riscontrabile anche in
Hegel e in Marx) e il ruolo grande Di Kant nella formazione della
coscienza e della scienza moderne.
Tornando a
Della Volpe o, meglio, alla critica che Moreno muove alla sua
concezione dell’astrazione (e quindi non dimentichiamolo, anche
del concetto), il riferimento esplicito che egli fa è
all’epistemologia genetica di Jean Piaget.
In
particolare, Moreno ricorda come Piaget distingua vari tipi di
astrazione[7]:quella generalizzante,
che consente la costruzione di classi; ma anche quella costruttiva,
che consente di costruire nuove realtà intrecciandosi con
astrazioni, operate a partire da campi diversi d’esperienza; ed
infine Piaget parla di una astrazione riflessiva,
che serve a chiarificare la coscienza del soggetto.
Insomma,
la semplice astrazione determinata, di cui dice Della
Volpe, studioso della marxiana Introduzione alla critica
dell’economia politica, è solo una delle varie forme,
che l’astrazione può assumere ed è affetta profondamente da una
prospettiva empiristica, ormai del tutto insufficiente, posti in
particolare gli sviluppi delle scienze, che hanno scoperto le
dimensioni varie della realtà –a cominciare
dalla realtà fisica.
[1] -
Per un profilo sommario dell’opera di Della Volpe, rimando a S.
Garroni, A
propoisito di alcuni giudizi di G. Della Volpe.
Appunti per una ricerca, in
Giornale critico della filosofia italiana, fasc. 1 – 1972.
[2] -
Su questa problematica, cfr. Maria Isabel Binimelis Bassa, Un
nuovo modo di vedere il mondo. I frattali, Milano
2011.
[3] -
Si potrebbe dire che anche questo progetto è una forma di
trasformazione del chaos in cosmo e così di nuovo il marxismo
mostrerebbe di possedere una caratteristica, che è sempre stata
propria della scienza in
generale.
Si noti che in questo modo riceve una precisa definizione il
termine praxis, che non va confuso col più generico < pratica>.
[4] -
per la trattazione di questa problematica, h presente
“Sostanza e funzione” di E. Cassirer, Firenze 1973 [la prima
edizione tedesca risale al 1910].
[5] -
Per dirla con Hegel, la relazione soggetto/predicato resta una
relazione esteriore,
che in realtà non consente una migliore, più intima conoscenza
del soggetto e della sua dinamica vitale. Quasi che così si
riproponesse quel divieto del to
intimate di
lockiana memoria (a proposito di questa tematica del to
ntimate,
non a caso riproposta dallo scetticismo moderno di
uno Schulze, contro cui Hegel scriverà, rinvio al cap.
4 di S. Garroni, Sul
perturbante, Roma
1984).
[6] Il
che avrebbe potuto favorirlo nel cogliere la centralità del
soggetto, non solo nella conoscenza ma anche nella prassi storica,
secondo l’ampia analisi, che di questi temi toviamo nella
hegeliana Fenomenologia
[7] -
E’ utile ricordare –perché anche questo ha
in sapore non dellavolpiano,
che secondo Piaget l’astrazione è empre più ricca della
percezione.
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