Pubblico questo scritto di Stefano Garroni su Hegel perché ritengo possa servire in un periodo di dominio postmoderno ad abbattere la tirannia capitalista, almeno nelle coscienze.
Hegel
Indice
[1] - Hegel, irrazionalismo,
geometria.
[2] - il non-idealismo di Hegel.
[3] -
[4] - Hegel tra conservazione e
rivoluzione.
[5]
- dissoluzione (Zersetzungsprozess) dell’hegelismo.
[6]
- Hegel e Kant.
[7] - Scienza e filosofia.
[8] - Hegel e la religione.
[9] - Hegel e la storia.
[10] - Critiche ad Hegel.
[11] - Hegel e le questioni dell’arte e del linguaggio.
[12] - Studi su Hegel.
[13] - Hegel e la natura.
[14] - Qualità/quantità.
Questo lo
scrive Emilio, a proposito del suo rapporto con Kant -ma va benissimo per il
mio rapporto con Hegel e con Marx: «Qui non si tratta... di scoprire esigenze occulte
al di là della problematica oggettiva di un autore, la sua in
quanto contrapposta all’ della lettera, ma di seguire
piuttosto un filo conduttore fondamentale, rilevabile anche a livello di
lettera, al fine di scoprire -se è possibile- una trama problematica dominante,
o quanto meno più produttiva, tra i tanti problemi che si affollano nei suoi testi,
che talvolta vi si sovrappongono, vi si intricano, o addirittura si
contraddicono o si elidono. La tecnica inevitabile (ma non si vede perché di
dovrebbe sperare di evitarla) per conseguire un tale fine è appunto quella,
motivata da un’ analisi adeguata, della riformulazione.
In generale, è possibile capire nella misura in cui è possibile riformulare in
un linguaggio almeno in parte diverso. Il che non significa sollecitare
arbitrariamente il testo, ma al contrario coglierlo nella sua interna dimensione
dinamica, in quanto internamente richiede una riformulazione possibile»
(Garroni, 4187: 73).
[1] - In 1130.1: §.164 a proposito del
: “Il concetto è il puramente (schlechthin) concreto, perché l’unità negativa con sé in quanto
esser-determinato-in-e-per-sé (il quale esser determinato è la singolarità),
proprio essa, costituisce (ausmachen)
l’universalità. I momenti del concetto, dunque, non possono esser separati.
Al contrario, le determinazioni della riflessione debbono
esser concepite e [debbono] valere -ognuna per sé, separata dalla
contrapposta.
Ma poiché nel concetto è
posta la loro identità, ognuno dei suoi momenti deve essere colto, solo,
dal e con gli altri.
Prese astrattamente, universalità, particolarità e
singolarità sono lo stesso che identità, differenza e fondamento. Ma
l’universale è l’identità con sé espressamente
nel significato che, in esso, son contenuti ad un tempo particolare e
singolare. In fine il particolare è il
differente o la particolarità, ma nel significato che è universalmente in sé e
in quanto singolo. Appunto, il singolo ha il significato di essere soggetto, fondamento, che contiene in sé
il genere e il mondo e nel significato di essere esso stesso sostanziale. Questa è la posta
non-separabilità dei momenti nella sua differenza (§.160). - la chiarezza del concetto, nel quale ogni
differenza non è mai cesura (Unterbrechung),
offuscamento, ma che al contrario è trasparente (durchsichtig). Nulla è più abituale che parlare del
concetto come qualcosa di astratto.
Ciò è giusto, in parte dacché elemento del concetto è il pensiero e non la
sensibilità empiricamente concreta, in parte poiché il concetto non è ancora l’idea. Nella misura in cui il concetto
soggettivo è ancora formale, tuttavia non come se dovesse avere e ritenere
altro contenuto che se stesso. - In quanto assoluta forma, il concetto è tutta
la determinatezza, ma come essa è
nella sua verità. Dunque, pur se astratto, il concetto è tuttavia il concreto,
ed appunto il puramente concreto, il soggetto in quanto tale. L’assolutamente
concreto è lo spirito (§.159. Aggiunta). Il concetto esiste, in quanto concetto
distinguentesi dalla sua obiettività, la quale tuttavia resta la obiettività propria del distinguente. Ogni altro
concreto, per quanto ricco sia, non è altrettanto identico con se stesso e,
dunque, in se stesso non così concreto -a considerare, almeno, ciò che
abitualmente vien detto concreto, cioè una varietà esteriormente connessa. -
Ciò che vien chiamato concetto ed, anche, concetto determinato - ad es., uomo,
casa, animale, ecc.- non è altro che semplice determinazione ed astratta
rappresentazione: astrazioni che del concetto prendono solo il momento
dell’universalità, lasciando cadere particolarità e individualità, le quali non
vengono svolte da esso e, quindi, sono astratte dal concetto.”
Il concetto hegeliano di verità -scrive Holz in AAVV,
7124: 164a- si orienta secondo la formula classica, per cui la verità consiste
nell’accordo dell’oggetto con il suo concetto e ciò in un duplice senso:
accordo dell’oggetto esistente con il suo concetto nel pensiero (coscienza);
ed accordo del modo di apparire
dell’oggetto esistente con la essenziale totalità delle sue determinazioni, concepita
nel concetto (dunque accordo di apparenza ed essenza); entrambi i punti di
vista arrivano allo stesso risultato: entrambi richiedono una adaequatio rei et intellectus, poichè la
totalità delle determinazioni o l’essenza della cosa non è data in un qualche
punto temporale dell’esser-ciò, ma solo nell’integrazione mediante il pensiero
razionale [una def. hegeliana dell’essenza: Wesen
ist was gewesen ist (v. Sartre, 2259: 73)]. Le scienze presuppongono questa
adeguazione come possibilità del loro operare; compito della filosofia in
quanto scienza del fondamento delle scienze è, non solo, di affermare
quell’adeguazione, ma anche di farla svolgere dalla nascita e dalla forma del
sapere e dalla sua sistematica. [mi
chiedo se qui non sia compreso quello, che indico con :
per cui la filosofia sarebbe il delle scienze, cf anche
in 1dialego.doc. Ma tieni anche conto di
Kojève, 1363: 10b, che sottolineas il nesso verità/storia in Hegel -l’anti-determinismo di Marx è legato a questa concezione della
verità, in cui l’agire umano cosciente gioca un ruolo decisivo] .[1]
“Michael Theunissen ha correttamente osservato come nel
concetto di verità di Hegel non ci troviamo di fronte ad un semplice
di effettualità e concetto. Essi sono tenuti invece in una
differenza che viene espressa nei termini o, in
geometria, . La vera effettualità non è il concetto,
ma corrisponde ad esso, o è congruente con esso.” (Holz, 7404: 64s); “la verità
è il risultato di un esame critico per il quale si instaura un processo di
progressiva determinazione dell’oggetto (il cui fine è il termine-limite della
notio completa). Ogni determinazione concettuale finita corrisponde alla realtà
in conformità con lo scopo conoscitivo, essendo tale corrispondenza
nell’insieme una “
(Holz, 7404: 66)[2];
“la verità è la pienezza -venuta alla coscienza mediante il pensiero- dei
momenti che sono propri di un oggetto; la verità assoluta è la rappresntazione
completa di questa pienezza (la ‘notio completa’ dell’oggetto).[3]”
(Holz, 7404: 69; 129). Il rapporto concetto/realtà in Hegel ha la forma dell’Übergreifen (Holz, 7404: 67): a chiarimento del tema
-rapporto pensiero/oggetto-, cf. Holz, 7404: 68s, che cita un luogo di Hegel.
[Storicità dell’oggetto]
- In Hegel, “l’oggetto cambia con l’ampliarsi del
pensiero, non perché sia dipendente dalla coscienza che lo pensa in qualità di
orizzonte, ma perché esso, una volta mediato con le sue condizioni, si
rappresenta in maniera diversa rispetto all’immediatezza.” (Holz, 7404: 65)[4]
[1130.1: §.231] - “Nella individualità concreta (Einselheit),
in cui la determinazione, che è semplice nella
definizione, viene invece concepita (aufgefaßt)
come un rapporto (Verhältnis),
l’oggetto è una relazione (Beziehung)
sintetica di differenti determinazioni (unterschiedener Bestimmungen); - un teorema.
La loro identità -poiché sono differenti (verschiedene)- è mediata.
L’apporto (Herbeibringen) del
materiale, che definisce i membri, è la costruzione (Konstruktion) e la stessa mediazione, da
cui risulta la necessità per il
conoscere di quella relazione, è la prova (Beweis). Stando a quanto di afferma
abitualmente della differenza tra metodo sintetico ed analitico, appare
lasciato del tutto all’arbitrio quale dei due metodi si voglia usare. [Il metodo di Marx ®] Quando è presupposto il concreto -che dal metodo
sintetico è rappresentato come un risultato-,
le astratte determinazioni si ricavano analiticamente da esso come conseguenze
(Folge); queste astratte determinazioni
definiscono i presupposti e il materiale per la prova. Le definizioni algebriche delle
linee curve sono teoremi nel procedere geometrico; così anche i
teorema di Pitagora -preso come definizione del triangolo rettangolo- darebbe
mediante analisi i teoremi, che in geometria sono stati precedentemente
dimostrati a suo sostegno. Il carattere arbitrario della scelta consiste in
questo: che l’uno o l’altro metodo derivano, comunque, da un presupposto esteriore. Secondo la natura
del concetto, il primo passo è l’analizzare (ist das Analysieren das erste),
poiché ha per primo (vorest) da
elevare la materia data, concretamente empirica, nella forma di astrazioni
generali, le quali poi potranno esser rappresentate come definizioni nel metodo
sintetico. Che questi metodi -così
essenziali e ricchi di risultati nel dominio proprio- siano inutilizzabili per
la conoscenza filosofica si mostra per il fatto che essi hanno dei presupposti
e che in essi la conoscenza si risolve in intelletto e progressione nell’identità
formale. In Spinoza, che ha di preferenza usato -e proprio per il concetto
speculativo- il metodo geometrico, il formalismo di quel metodo salta subito
agli occhi[5]. La
filosofia di Wolff - largamente
caratterizzata dal pedantismo- è anche per il suo contenuto una metafisica
dell’intelletto. - In luogo dell’abuso che si è fatto del formalismo di quei
metodi nella filosofia e nelle scienze, nell’epoca attuale, ha fatto la sua
comparsa l’abuso della cosiddetta costruzione.
Con Kant si è diffusa la rappresentazione (Vorstellung),
secondo cui la matematica costruisce i
propri concetti; ciò non significa altro se non che essa non ha a che fare
con alcun concetto, ma sì con
astratte determinazioni di intuizioni
(Anschauungen) sensibili. In questo modo si finisce col chiamare costruzione dei concetti la
presentazione (Angabe) di
determinazioni sensibili, -prese dalla percezione e ad esclusione del
concetto-, e del formalismo ulteriore, che classifica tabellarmente gli oggetti
filosofici e scientifici secondo uno schema presupposto ed in più affatto
arbitrario. Eppure in tutto ciò vi è un’ oscura rappresentazione dell’idea, dell’unità fra concetto ed obiettività e, quindi, un’ oscura rappresentazione che
l’idea è concreta. Ma questo gioco del cosiddetto costruire è ben lontano dal
rappresentare questa unità - che solo
il concetto in quanto tale è-, ed altrettanto poco il sensibilmente concreto
dell’intuizione è un concreto della ragione o dell’idea. Poiché inoltre la
geometria ha a che fare con la sensibile,
ma astratta, intuizione dello spazio,
non ha difficoltà a fissare in esso semplici determinazioni intellettuali; è
per questo che essa, sola, ha portato alla sua perfezione il metodo sintetico
della conoscenza finita. Ma ciò che merita d’essere ben notato, è che essa, la
geometria, viene a scontrarsi finalmente con le incommensurabilità e con le irrazionalità. [per la geometria in Hegel, cf. gwfh.doc, dove faccio
accostamenti a Cassirer e a Descartes; per l’importanza di Desartes in Hegel,
cf. Holz in 1puch.doc]. Laddove, se la geometria vuol
procedere nel determinare, è costretta ad andare
al di là del principio intellettuale. Anche qui appare, come avviene
spesso, questo scambio nella terminologia, per cui ciò che vien detto razionale è in realtà l’intellettuale, mentre ciò che vien detto
irrazionale è, piuttosto, un inizio ed una traccia
proprio del razionale. Altre scienze,
quando arrivano al limite del loro procedere intellettuale -cosa che capita
loro necessariamente e in modo frequente, dacché non si trovano nella
semplicità dello spazio e del tempo-, se la cavano in modo semplice. Esse
interrompono la propria conseguenzialità ed assumono quanto loro serve -che è
spesso il contrario dell’acquisito- dall’esterno, dalla rappresentazione,
dall’opinione, dalla percezione o dovunque si trovi. ..”[6] - Per
il limite storico del rapporto, che Hegel ha con la matematica, cf. AAVV, 3932:
39-40; lo stesso Fleischmann afferma: “la tendenza fondamentale della Logica
hegeliana consiste nell’unificare finito ed infinito in un solo discorso
coerente; si tratta di un’ impresa, che ha un senso matematico perfettamente
localizzabile.” (AAVV, 3932: 41).
Con calcolo differenziale e calcolo integrale, Hegel
intende due operazioni opposte, di cui la prima elabora le differenze, che la
seconda si incarica di reintegrare in un’unità matematica di ordine più
elevato, la qualcosa ci conduce alla relazione quantitativa[7].
(Fleischmann, 0904: 103). La prima forma della relazione quantitativa è
chiamata da Hegel “relazione
diretta/direkte Verhältnis” -si tratta di una relazione immediata, poiché
in essa il momento qualitativo non
appare ancora in quanto tale, ma vi è solo implicito, sott’inteso; come esempio
vale a/b, dunque, una frazione
composta da numeri interi, che siano diversi da 0 -laddove è il numeratore/Anzahl; è il denominatore ed il risultato della
divisione -ovvero, il rapporto tra a
e b- è l’esponente; l’esponente o quoziente è il lato qualitativo
dell’operazione matematica (Fleischmann, 0904: 104). La realzione indiretta/umgekehrte
Verhältnis sembra voler dire che ogni operazione matematica mette in
rapporto d’un infinito compiuto (il quoziente) e un infinito incompiuto; ciò
avviene sotto la forma di un rapporto dialettico, nel quale i due infiniti
implicati si negano reciprocamente , creando così un rapporto d’ordine
superiore e, dunque, più concreto. Infine, la relazione delle potenze/Potenzenverhältnis
(Fleischmann, 0904: 107s).
Il commento di Lukàcs, 1585: 93-4 sul tema
dimostra quanto profondamente questo autore mi abbia
influenzato; comunque è di pienissima attualità la pagina lukacciana.
Per il rapporto
che c’è fra dialettica ed anti-meccanicismo (inteso come Weltanschauung), interessante
Lukàcs, 1585: 123, secondo cui, Vico, Hamann, Rousseau ed Herder sono pensatori
che, “in un’ epoca la cui tendenza prevalente era di dominare con il pensiero i
fenomeni meccanici della natura e di svolgere un pensiero metafisico consono a
questa aspirazione, cercarono, in opposizione a questo indirizzo, di rivendicare al pensiero filosofico il diritto
di intendere il mondo storico che sempre muta ed è in continuo sviluppo.” - nota, ovviamente, che in questa pagina
Lukàcs propone una concezione del conoscere come approssimazione,
rettificazione continua ed, implicitamente, ribadisce il lato positivo
dell’irrazionalismo -cioè, il suo anti-merccanicismo, la sua critica ad un
pensiero intellettualistico-metafisico.
Da tener presente l’uso che Moritz Schlick fa di
nella sua teoria epistemologica (AAVV, 7246: 161-2), e l’uso che ne fa Hegel; in
particolare mi chiedo quale sia il rapporto tra riconoscere/anerkennen e
centralità dell’: almeno in ambito sociale (morals), per Hegel è vero che la mia volontà diviene
qualcosa di sicuro, stabile ed obiettivo, mediante la forma giuridica, cioè il riconoscimento
altrui; dunque, almeno in questo ambito, è vero che dire
è possibile, in quanto esiste una collettività organizzata in modo pubblico,
cioè mediante regole da tutti conosciute (cf. Hegel, 1136: 359-60) -in altre
parole, in quanto io vivo nel contesto di un’ esperienza organizzata; almeno in ambito morals, obiettivo =
riconosciuto da una volontà collettiva organizzata o strutturata mediante
istituzioni; dunque, la pubblicità del diritto non è solo una garanzia per il
singolo contro l’arbitrio del Sovrano, ma anche un modo per dare effettiva
esistenza alla società. Nel caso delle leggi all’interno della bG, la
pubblicità contribuisce come una delle condizioni per la esteriore obbligatorietà (Verbindlichkeit) delle leggi stesse.[8]
Il brano che cito
da Russell è interessante, perché -mi pare- dimostra il contrario di quanto
vorrebbe dimostrare -cioè, da esso risulta la coerenza e non l’opposizione tra
dialettica ed infinito: “Si supponeva un tempo che i numeri
infiniti, e in genere l'infinito matematico, fossero autocontraddittori. Ma
poiché era ovvio che vi fossero gli infiniti (per esempio, il numero dei
numeri), le contraddizioni dell’infinito apparivano inevitabili, e la filosofìa
sembrava essersi cacciata in un cul de sac.
Questa difficoltà portò alle anfinomie di Kant, e di là, più o meno
indirettamente, a gran parte del metodo dialettico di Hegel. Quasi tutta la
fìlosofia attuale è buttata all'aria dal fatto (di cui pochissimi fìlosofl si
sono accorti) che tutte le antiche e rispettabili contraddizioni nel concetto
di infìnito sono state definitivamente liquidate. Il metodo mediante il quale lo si è fatto è
estremamente interessante e istruttivo.
In primo luogo, benché la gente avesse abbondantemente parlato
dell’infinito fìn dall'inizio del pensiero greco, nessuno aveva mai pensato di
chiedere: che cos'è l'infinito? Se a un
filosofo fosse stata domandata una
definizione dell'infìnito, egli avrebbe probabilmente sfoderato una tiritera
incomprensibile, ma non sarebbe certo stato in grado di fornire una definizione
che avesse un qualsiasi significato.
Circa vent'anni fa, Dedekind e Cantor si posero questa domanda e, ciò
che è più notevole, le dettero risposta. Scoprirono, cioè, una definizione
perfettamente esatta di un numero infinito, ossia di un insieme infìnito di
cose. Fu il primo passo, e forse il più grande.
Restavano da esaminare le supposte contraddizioni di questo concetto.
Cantor procedette nell'unico modo giusto.
Prese delle coppie di enunciati contraddittori, in cui entrambi i lati
della contraddizione venivano considerati dimostrabili, ed esaminò in maniera
rigorosa le supposte prove. Scoprì che
tutte le prove contro l'infinito implicavano un certo principio, a prima
vista evidentemente vero, ma che, per le sue conseguenze, portava alla
distruzione di quasi tutta la matematica. Le prove favorevoli all’infinito,
invece, non implicavano alcun principio che presentasse conseguenze
dannose. Risultò così che il senso
comune si era lasciato trarre in inganno da una formula speciosa e che, una
volta respinta questa formula, tutto andava bene. La formula in questione è
che, se un insieme fa parte di un altro, quello che è una parte ha meno termini
di quello di cui è parte. La formula è
vera per i numeri finiti. Per esempio,
gli inglesi sono soltanto una parte degli europei, e vi sono meno inglesi che
europei. Ma quando passiamo ai numeri infiniti, non'è più vera. Questa sconfitta della formula ci dà la
definizione esatta di infinito. Un
insieme di termini è infinito quando contiene come parti altri insiemi che
hanno altrettanti termini dei suoi. Se
si possono togliere alcuni termini da un insieme, senza diminuire il numero
dei termini, allora in quell'insieme vi è un numero infinito di termini. Per esempio, esistono tanti numeri pari
quanti numeri esistono in tutto, poiché ogni numero può essere
raddoppiato. Lo si può constatare
ponendo insieme i numeri pari e i numeri dispari su una riga e i soli numeri
pari su un'altra riga: 1, 2, 3, 4, 5 ad
infinitum. / 2, 4, 6 , 8, 10, ad infinitum.” (Russell, 2224: 80-2).
Un elemento di contrapposizione di Hegel
all’irrazionalismo risulta bene dall’opposizione, esistente tra il suo
orientamento e quello dell’impoliticità di Th. Mann; -il che, per altro, apre
la questione del rapporto, invece, di quest’ ultimo con l’irrazionalismo.
Per il rapporto/differenza con il romanticismo,
probabilmente è importante che, per Hegel, lo spirito del popolo (Volksgeist) contiene (enthalten) dentro di sé necessità
naturale e si colloca nell’esistenza esteriore (äußerlichen Dasein); per Volksgeist, Hegel intende Stato, suoi
interessi, sistema delle leggi, costumi. L’argomento di Hegel è esattamente
questo: lo spirito pensante nell’eticità ha nel Volksgeist un suo momento,
all’interno del quale l’infinita sostanza etica è qualcosa di determinato e
limitato; nel suo lato soggettivo il Volksgeist è affètto da casualità; è
eticità non cosciente; è coscienza del suo contenuto etico come presenza
temporale, in rapporto ad una natura e ad un mondo esteriori. (Hegel, 1130.3:
353). - Tenendo presente la nozione di
Vermögen, si potrebbe forse dire che il Vermögen, appunto, è lo sfondo di un
Volksgeist. Se è vero, la cosa è utile per comprendere la riflessione
successiva di Marx.[9]
Hegel versus
romanticismo. “Ciò che Hegel affermava... fu che si
doveva porre un termine, se possibile, all’indeterminatezza romantica di tutto
questo sognare intorno alle relazioni dell’io
individuale e dell’io assoluto, e
intorno alle concezioni del finito e dell’infinito in generale. Quello che
occorreva alla filosofia era un’analisi e una dimostrazione più esatta
dell’asserzione che la coscienza individuale e l’ordine esteriore, l’io finito e l’io infinito, il mondo del momento e il mondo dell’universale, sono
concatenati in stretti legami spirituali.” (Royce, 7437: 256).
[2] - (Per tutto
questo §., cf in 3hegel.doc) - “... . Hegel ha elaborato in tal modo quegli elementi logici
generalissimi che formano la tendenza più progressiva del metodo dialettico: il
carattere di approssimazione/rettificazione della conoscenza dialettica.”
(Lukàcs, 1585: 94; 95a). Dico non-idealismo esattamente nel senso che
la legge, l’idea non esaurisce il reale; in questo senso, per es., non posso
assumere posizioni platonizzanti (se la cosa è legittima, pensa alla fondazione
logica della matematica e, dunque, alla legge come garante dell’obiettività e
necessità del conoscere]. E’ interessante che, inteso in questo senso, il
carattere approssimativo della conoscenza non significa, banalmente, il suo
crescere indefinito, ma proprio la netta separazione tra conoscere e progetto
fondazionista -che questo abbia a che vedere con la fondazione logica della
matematica, è questione da approfondire. Cf. il punto [71] di hegel.doc, in
gwfh.doc]. Hegel, 1146: 200 mi sembra confermare Lukàcs, perchè è probabile
vada interpretato in questo senso: la ragione
è il movimento del mondo, solo nella
misura in cui il mondo si muove;
in altre parole, non ha senso contrapporre da ; in questo senso, certamente, ciò che
si muove è più che la sua legge -perché la comprende a sé, insieme però
all’ rispetto alla legge.
«... è stato... Hegel ad avvertire per primo sia la
struttura complessa dei fenomeni sia la processualità della loro essenza, dei
loro nessi, e a metterle al centro dell’edificio metodologico di qualsivoglia
filosofia» (Lukàcs, 7290: 120).
Anche la filosofia politica di Hegel tratta prosaicamente il suo oggetto,
e non vuole ringiovanire il mondo divenuto «maturo» ma soltanto conoscerlo. In quanto è tale conoscenza, essa è un
riconoscimento, una conciliazione con «ciò che è». Il pensiero è ora tutto
presso di sé e, al tempo stesso, come
idea organizzata, abbraccia l'universo, cioè il mondo divenuto
«intelligente> comprensivo e trasparente.
Tutta quanta I'«oggettività» sussistente è divenuta una cosa sola con la
sua «generazione di sé>. «Sembra che allo Spirito del mondo sia ora riuscito
di sbarazzarsi da ogni essenza estranea e oggettiva, e di cogliersi e come
Spirito assoluto, di generare da sé ciò che gli diviene oggettivo e,
comportandosi con calma, di tenerlo in suo potere>. In questa unità di
oggettività e di attività spontanea risulta concluso il senso compiuto
dell'epoca «moderna». Solo basandosi su questa intenzione storica finale, si
può comprendere in tutto il suo pathos e il suo peso la conclusione hegelia
della filosofia: Tantae
molis erat se ipsam cognoscere
mentem.> .” (Löwith, 1528: 79-80).
“... è propria della considerazione storica la spassionatezza
nell’accogliere e comprendere l’accaduto per sé nella sua forma reale, nelle
sue mediazioni empiriche, nei suoi motivi, fini e cause.” (1141: 378-9).
“L’unico pensiero (Gedanke), che la filosofia porta con sé, è il semplice
pensiero (Gedanke) della ragione,
cioè che la ragione domina il mondo e
che, dunque, anche la storia universale procede razionalmente.” (Hegel,
3971: 48-9).
A chiarimento della razionalità del reale, cf. Hegel, 3971: 49 - mi pare che da qui si ricavi bene che la
razionalità del reale non significa che reale è solo il razionale, ma che
razionale è sia il razionale che il non razionale; in altre parole, torna la
nozione di ragione come regola della serie (quindi, anche delle torsioni e
tensioni della serie). Ipotesi: è possibile sostenere la presenza di
due linee interpretative -la prima delle quali, a dir così mazzonianamente,
intende l’identità di reale e razionale come espulsione di ciò che razionale
non è; ed un’ altra, che fa invece della ragione l’unità di ragione e non
ragione? Nello stesso Hegel, 3971: 49 si
legge un passo, perfettamente interpretabile nel senso del concetto = regola
della serie (Cassirer): “... solo una tale idea è il vero, l’eterno, il
puramente potente, dacché si rivela nel mondo ed in quest’ ultimo null’altro si
manifesta, se non la sua nobiltà e signoria: questo è ciò che si mostra nella
filosofia e che qui si presuppone come dimostrato.”; sulla stessa linea la
descrizione del rapporto spirito/storia, che trovi in Hegel, 3971: 50b e che,
per altro, ripropone la questione dell’eleatismo di Hegel, come anche la sua
nozione di infinito, in quanto contrapposta a quella di cattiva infinità (anche
qui vale il riferimento al tema ; per il nesso
filosofia/enciclopedia, cf. Holz in AAVV, 7124: 154-5; così Hegel -cit. in
AAVV, 7124: 161b- definisce l’: “In un’
enciclopedia nel senso abituale, le scienze vengono assunte empiricamente così
come si danno... Invece l’enciclopedia filosofica è la scienza della
connessione necessaria, determinata dal concetto.”).
[2.1] - «Ora, Hegel attacca questa concezione [la giusnaturalistica]. L'ideale di
libertà proclamato dai sistemi del diritto naturale è a suo giudizio una mera
astrazione. Esso non ha alcun posto nel nostro mondo reale e concreto. Se il
razionale è il reale, se i due termini non significano estremi opposti, ma
invece si pervadono e compenetrano reciprocamente, allora non possiamo parlare
di un'ideale che sia concepito come una pura aspirazione o come un' esigenza
astratta.Tutto ciò è un mero formalismo, che appare sì innalzare la filosofia
al disopra del mondo empirico, del mondo dei fatti, ma contemporancamente la
priva della sua forza essenziale, che è la capacità di organizzare il mondo
reale. Se tracciamo una siffatta linea di demarcazione, le nostre cosiddette
idee ed i nostri cosiddetti ideali divengono nulla più che entità chimeriche.
Se da un lato sono giudicati come qualcosa ch' è di gran lunga troppo
eccellente per esser reale, dall'altro sono considerati come troppo impotenti
per procacciarsi realtà.» (Cassirer, 6508: 118).
«Contro questo soggettivismo etico [à la Fichte] Hegel protesta con veemenza. Nella sua Filosofia del diritto si legge: “cosa
sia diritto e dovere, in quanto elemento in sé e per sé razionale delle
determinazioni volitive, non è essenzialmente proprietà particolare di un
individuo, né nella forma del sentimento [...] ma è essenzialmente in quella
delle determinazioni universali pensate, cioè nella forma delle leggi e dei
precetti [come risulta da Hegel, 1146:
44s, “il contenuto del sapere costituisce la determinazione del sentimento”; a
questo si lega tale descrizione del sentimento: “Il sentimeno -si legge in
Hegel, 1146: 53- si estende come una
semplice forma soggettiva, è il modo nel quale qualcosa è in me, in quanto io
sono il soggetto di qualche cosa. Questa forma rimane uguale in sé, in tutte le
diversità del contenuto, ed è dunque in sé individualità propria.”].
Quindi, la coscienza morale è sottoposta a questo giudizio, se è, o non è, vera
[... ]. Quindi, lo Stato non può riconoscere la coscienza morale nella sua
forma caratteristica, cioè in quanto sapere soggettivo; tanto poco quanto,
nella scienza, l’opinione soggettiva, l'assicurazione e il richiamo ad una
opinione soggettiva hanno un valore”. Ogni tentativo di costruire un cosiddetto
Stato ideale in conformità ai nostri canoni morali soggettivi è dunque da
giudicarsi vano e futile. La filosofia può immergersi nella realtà e conoscerne
il principio; ma non può creare la realtà dal nulla, né modificarne la
sostanza. Questo pensiero è espresso in
maniera assai notevole nelle celebri parole con cui Hegel conclude la
prefazíone alla Filosofla del diritto: « Del
resto, a dire anche una parola sulla dottrina di come dev' essere il mondo, la
filosofia arriva sempre troppo tardi.
Come pensiero del mondo, essa appare per la prima volta nel tempo, dopo
che la realtà ha compiuto il suo processo di formazione ed è bell’e fatta. Questo, che il concetto insegna, la storia
mostra, appunto, necessario: che, cioè, prima l'ideale appare di contro al
reale, nella maturità della realtà, e poi costruisce questo mondo medesimo,
còlto nella costanza di esso, in forma di regno intellettuale. Quando la filosofia dipinge a chiaroscuro,
allora un aspetto della vita è invecchiato, e, dal chiaroscuro, esso non si
lascia ringiovanire, ma soltanto riconoscere: la nottola di Minerva inizia il
suo volo sul far del crepuscolo”. Se parliamo di Hegel come di un filosofo
‘idealista’, non dobbiamo perciò mai dimenticare che il suo idealismo non
esclude affatto, ma al contrario implica ed esige, il più rigoroso e
intransigente realismo politico.» (Cassirer, 6508: 119).
[2.2] - “La filosofia deve
riconoscere come lo spirito sia per se
stesso solo nel caso in cui
contrapponga a sé la materialità, in parte come propria corporeità, in parte come mondo esterno in generale, e
solo nel caso in cui riconduca questa distinzione all'unità con sé, mediata
dall'antitesi e dal suo superamento.
Tra lo spirito ed il suo proprio corpo ha luogo naturalmente un
collegamento ancora piú intimo che non quello tra il resto del mondo esterno e
lo spirito. Proprio a causa di questa
connessione necessaria del mio corpo con la mia anima, l'attività esercitata
immediatamente da quest'ultima nei confronti del primo non è affatto...
semplicemente negativa. Io debbo quindi
mantenermi anzitutto in questa armonia immediata della mia anima e del mio
corpo... Non devo trattare quest'ultimo con disprezzo e ostilità... Se io mi
comporto conformemente alle leggi del mio organismo corporeo, la mia anima è
allora libera nel suo corpo... L'anima non può tuttavia arrestarsi a questa
unità immediata con il suo corpo. La forma dell’immediatezza di quella armonia contraddice al concetto dell'anima,
cioè alla sua determinazione di essere un'idealità riferente a se stessa. Per diventare conforme al suo concetto,
l'anima deve trasformare la sua identità
con il corpo in una identità mediata, ossia posta dallo spirito, deve cioè impadronirsi del corpo, plasmarlo
come strumento docile e adatto alla propria attività, deve
trasformarlo in modo da poter in esso riferire sé a se stessa.” (Löwith, 1528:
137 -nota bene che, giusta Löwith, Feuerbach respinge con
passione questa pagina di Hegel).
[2.3] - Il brano che cito è tratto
da G. Dithey (v. Löwith, 1528: 208); tieni presente che, per l’A., in esso è
compresa sia la valorizzazione del pensiero di Hegel, sia la critica alla sua
sistematicità -che la storia, sia alla sua concezione del
cristianesimo come religione assoluta; per quanto ne so, invece, questo è il pensiero di Hegel o, almeno, questo
è ricavabile legittimanente da Hegel: “Tutto è relativo,
incondizionata è soltanto la natura dello spirito stesso che si manifesta in
questo tutto. E anche per la conoscenza
di questa natura dello spirito, non vi è un limite, non vi è alcuna
comprensione definitiva, poiché ognuna è relativa, ed ha fatto abbastanza
quando ha soddisfatto al suo tempo. Questa grande dottrina, le cui potenti
conseguenze con l'andar del tempo hanno rivoluzionato l'ordinamento sociale
attraverso la relatività del concetto di proprietà, ha condotto logicamente
anche alla relatività della dottrina di Cristo” .
[2.4] - Un’ ipotesi a proposito del feticismo: così come Marx,
probabilmente, articola la nozione di , nel senso che ne
indica un significato diverso da quello della tradizione antropologica, senza
rifiutar quest’ ultima; analogamente -forse- procede Hegel, individuando fasi
diverse dello stesso : una immediata ed un’ altra mediata.
(Hegel, 1141: 357-8; 358a). Mi sembra interessante, da punto di vista
dell’antropologia, Hegel, 1141: 374a, perché consentirebbe di superare la
disputa fra intellettualismo e simbolismo a proposito dei riti ‘primitivi’,
ricorrendo alla nozione di simbolismo incosciente (bada che quest’ ultima non
sta a dire simbolismo , ma sì la . Per il tema del feticismo,
interessante la citazione da Hegel, che trovi in Iacono, 7405: 69 che, per
altro, consente il passaggio dal piano religioso a quello politico (aggiungi
che sembra dimostrare, ancora un volta, l’anticipo di Hegel su Marx a proposito
del nesso fenomeno religioso-questione politica dello Stato).[10]
[2.5] - “... quel che contraddistingue le ricerche logiche di Frege,
Peano e poi di Russell, di Whitehead e via via tutti gli altri, è proprio il
loro carattere irrimediabilmente rispetto ad un punto di vista
hegeliano, la loro origine metodologica e, soprattutto nel caso di Peano, ...
la loro strumentalità.” (Pacifico in Quine, 6840: XII). - è proprio quanto non mi convince; la faccenda è
legata a ciò che si intende per sapere assoluto in Hegel; cf la con il suo recupero del formalismo. L’ipotesi mia è che nella prospettiva dialettica vanno distinti due
livelli: nel primo, la logica è quella dell’effettivo
sviluppo storico; nel
secondo, il pensiero ha se stesso come proprio oggetto (questo significa
e coincide con quello, che Kant intende con logica -cf.
Höffe, 6179: 39), nel senso che analizza la plasticità delle proprie categorie
-in questo senso, sembrerebbe che per me sapere assoluto corrisponda a o delle possibilità logiche: se, dunque, sapere
assoluto si coniuga con , non sembra farlo nel senso della Bedingung der
Möglichkeit di Kant. Per la nozione hegeliana di , tieni
conto della “dichiarazione di Aristotele che la conoscenza, libera dalla
materia, è identica al suo oggetto” (Beierwaltes , 5548: 26).
[2.6] - «Con ciò che esiste, il pensiero intrattiene un rapporto duplice:
ne dipende, essendone il prodotto e facendolo sussistere nel linguaggio; ma,
così facendo, conduce all’essere ciò che non è ancora stato abbozzato» (Sebag,
4691: 41). - Osserva: (x) da un lato, il
pensiero semplifica -isola e collega solo l’; in questo
senso, può esser richiamato il gioco linguistico semplice ed elementare, di cui
dice Wittgenstein, il cui scopo è porre in evidenza la del
gioco linguistico effettivo; (y) dall’altro, completa o dà il finish e, così,
rende possibile l’anticipo sul reale, la previsione. Anche il gioco linguistico
semplice ed elementare mi consente di anticipare se non altro la possibilità di
certe mosse linguistiche; la differenza consiste nel fatto che, in tal modo,
non anticipo processi reali, ma solo colgo una grammatica. Cf. 3hegel.doc su
Bild.
[2.7] - Esamina la possibilità di coniugare la nozione di -che trovi in C.I.Lewis e in Ch. Morris- con la nozione di
, che usi per Hegel (AAVV,
5904: 15-6, in particolare).
[2.8] - Così Hegel
sulla mancanza moderna di valori e di fondamenti: «La durezza di un imperativo oggettivo, un volervi insistere
dall'esterno, il potere dello Stato qui non possono ottenere nulla; il processo
di corrompimento è già in profondità. e ai poveri non è più predicato il
Vangelo, se il sale è diventato scipito e tutti i fondamenti sono silenziosamente
venuti meno, allora il popolo, per il cui intendimento la verità può solo
essere colta nella rappresentazione, non sa più venire incontro alla sua
interna spinta. Esso è ancora il più
vicino al dolore senza fine; ma essendo stato pervertito l'amore in un amore e
un godimento privi d qualsiasi dolore, esso si vede abbandonato dai suoi
maestri. Costoro si sono aiutati con la riflessione e hanno trovato la loro
soddisfazione nel finito, nella soggettívità e nei virtuosismi di questa, e appunto
perciò nella vanità, ma il nucleo sostanzíale del popolo non può trovare in ciò
la soddisfazione ... Questa dissonanza l'ha per noi risolta Ia conoscenza
filosofica. Ma questa riconciliazione è
essa stessa solo parziale, priva di esteriore universalità; la filosofia è
sotto questo aspetto un santuario isolato ed suoi servitori formano una classe
sacerdotale isolata che non può confondersi con il mondo e che ha da custodire
il possesso della verità. Come íl presente
temporale e empírico possa uscire da questa lacerazione, quale forma esso possa
assumere, è il suo problema e non è compito immediatamente pratico e faccenda della filosofia».
Mentre in Hegel, per il suo fondamentale rivolgersi al
passato, la crisi di istanze legittimanti è solo tema marginale del suo
pensiero politico, è merito di una serie di pensatori conservatori o persino
reazionari del XIX e de XX secolo, aver prestato grande attenzione a questo
problema. Juan Donoso Cortés, Carl Schmitt e Arnold Gehlen - per citare solo
tre personalità di particolar spicco - sono uniti da un lato dal disprezzo per
una cultura della riflessione e della discussione inconcludente e senza fine
che disgrega le tradizionali pretese di legittimità (un cultura coltivata dalla
borghesia liberale fin dalla Rivoluzione francese); dall'altra essi sono uniti
dalla esigenza di un’istanza di legittimazione sganciata dal raziocinare, Ia
quale però da questi tre pensatori viene diversamente identificata: la Chiesa cattolica per Donoso, íl sovrano
per Schmitt, le istituzioni per
Gehlen. Motivo comune, tuttavia, è che
l'istanza di legittimazione richiesta spezza, in questi pensatori, non solo il
raziocinare ma il pensare stesso - essa fínisce per consistere soltanto ín un
ritorno ad una fedeltà sostanziale, non mediantesi argomentativamente, in un
ritorno a norme ed istituzioni tradizionali» (Hösle, 7037: 9-11).
Interessante quanto riporta da Hegel Meikle, 6541: 38,
perché può essere adeguatamente interpretato come descrizione dell’attuale fase
della società capitalistica (heute): i suoi scopi sostanziali sono stati
raggiunti; a questo punto lo ‘spirito’ non ha più nulla da raggiungere e ciò
che si impone è l’abitudine (viviamo
come vuole il capitale, ma questa è ormai una condizione priva di spirito, in
quanto già una certa fase della
storia dello spirito è stata realizzata
ed è in questo contesto, che si colloca il ‘pensiero debole’, descritto in
Hegel, 3971: 55); di qui, la necessità di una nuova fase e di una nuova
tensione.
[2.9] - Da Prini, 306: 58-9 si ricaverebbe una concezione
heideggeriana della verità, che si oppone al tema hegeliano della fatica del
concetto (Arbeit/Mühe), con
caratteristiche direi mistico-irrazionalistiche. In questo modo risulterebbe
meglio il senso della tesi hegeliana.
[2.10] - A conferma del fatto che quella di Hegel può
esser detta filosofia della
contraddizione, se e solo se si comprende che quest’ ultimo termine ha
significati vari e che, dunque, nel testo hegeliano può comparire anche in un’
accezione generica. (Meikle, 6541: 36a). Per la diversità di concezione della
contraddizione, che distingue Hegel (e Marx) da Aristotele -v.la in
aristo.doc-, cf. il rapporto fra scetticismo e dialettica. Per la questione del
rapporto scetticismo/dialettica, cf. spm1.doc; cf., anche, in plato.doc, quella che do come chiave di
lettura del Parmenide platonico.
[2.11] - Cesa, 5627: 44, per un lato, sembra dar ragione a
me a proposito del sapere assoluto hegeliano, il quale non implica affatto la
scomparsa delle contraddizioni; dall’altro, dà di questo realismo di Hegel una
versione tale, da permetterne una lettura ‘conservatrice
(‘socialdemocratica’)’, la quale fa risaltare l’utopismo di chi vuol cambiare alle radici il mondo (sull’atteggiamento politico di
Hegel, cf. quanto ricavo da Rosenkranz in hegeltum.doc). Cf. Marx, ovviamente;
tieni presente il M. Weber, citato da Vincent, 2681: 141, da cui si ricaverebbe
un nesso profondo fra convinzione che sia possibile una soluzione radicale del
problema Positivität/Entfremdung e
posizione speculativa. Da questo punto di vista, il fatto stesso che Marx
indichi la prospettiva del comunismo, testimonierebbe di un suo utopismo,
dunque, di una sua incapacità di liberarsi effettivamente da una prospettiva
speculativa.
[2.12] - La mediazione in Hegel, se vale la citazione che
trovo in Soldani, 7110: 56, dimostra come la storia di un qualcosa entri
essenzialmente nella costituzione del qualcosa?
[2.13] - “A ragione, la produzione del pensiero e, in modo
più preciso, la filosofia son dette sapienza
del mondo: infatti, il pensiero rende
presente la verità dello spirito, lo introduce nel mondo e così lo libera
in se stesso e nella sua realtà.” (Hegel, 1130. 3: 358, sott. mia, SG: cf la
questione del in spm1.doc)[11] - Pensa alla presa di coscienza in ambito psicoanalitico, ma anche in ambito
politico (ridestare la coscienza di classe nelle masse). Traduco il tedesco
non ‘sapienza mondana’, ma sì ‘sapienza del mondo’, perché
mi sembra che ciò che importa non sia rubricare una certa sepienza (mondana,
invece che teologica, poniamo), ma sì che il pensiero e la filosofia rendono il
mondo cosciente di sé e, così, si potrebbe dire pensando a Marx,
lo spirito. Questa la
ritrovi in Bedeschi, 0332: 59a attribuita
a Feuerbach, ma certamente si tratta di una fondamentale ‘intention’ hegeliana.
[2.14] - “... una conoscenza sia pure superficiale della
filosofia di Hegel, e in particolare della sua estetica, convincono che egli,
soprattutto per quel che riguarda l’estetica, mette altamente in rilievo
l’importanza della materia.” (Kierkegaard, 3849: 50).
[2.15] - [inizio/arrivo]
- Come molti fanno, Althusser, 7737: 103 si chiede se Hegel non finisca, al
termine del processo mediatore, col restaurare il contenuto originario. A me
pare che sia necessario rispondere affermativamente e ricavare da ciò dubbi
sulla lettura idealistica di Hegel e conferme, invece, del fatto che il suo
discorso ha un vincolo -che è, poi, l‘esperienza, la quale funziona come luogo
d’inizio e punto d’arrivo del pensiero, della coscienza. Althusser, 7737: 103s
torna sullo stesso problema, sospettando che anche Hegel abbia
-nell’- il momento in cui la verità si dà tutta intera, senza
veli; mi pare confermarsi il fatto che se intendo l’ come
esperienza, la difficoltà scompare. Il testo di Althusser, comunque, aiuta a
comprendere come possa nascere una lettura di Hegel, che lo approssima al
platonismo. Cf. 6hegel.doc[n].
[3] - Il pensiero/pensare (Denken) penetra sensazioni,
conoscenza (kennen), giudizi (erkennen), pulsioni (Trieb) e volontà,
nella misura in cui sono umani. (Hegel, 3971: 48a); “... la inscindibilità di
oggetto e coscienza di esso, o, più esattamente, data l’ovvia impossibilità di
riferirci a ciò che sta fuori di noi in termini che non siano .”
(Valentini, 2636: 23).
La differenza tra erkennen e kennen
sembra essere la stessa, che corre fra un’ enciclopedia sistematica (erkennen) ed un’ enciclopedia di stampo
empiristico (3971: 50). Questa differenza sembra corrispondere perfettamente a
quella, che opera B. Bolzano tra scienza (Erkennen) e conoscenza (Kennen), su
cui cf. Trinchero, 7336: 26a. In proposito considera quanto scrive Kenny:
“Descartes, che fu il campione per eccellenza della metafisica spiritualistica,
può anche essere considerato un portavoce della metafisica fondazionalistica.
La filosofia, egli scrive, <è come un albero, le cui radici sono la
metafisica, il tronco la fisica e i rami tutte le altre scienze>. Non
soltanto Descartes, ma molti altri pensatori hanno considerato la filosofia
come un sistema ordinato; un sistema che potrebbe più perspicuamente essere
esposto in forma assiomatica, nel modo tentato da Spinoza.” (AAVV, 7384: 43).[12] Così
Hegel definisce l’: “Un’ enciclopedia ha da indagare
l’intero ambito delle scienze secondo l’oggetto di ognuna e secondo i concetti
fondamentali, loro propri.” (AAVV, 7124: 161a) - implicite, vi è qui una def. di Einzelwissenschaft; tieni ben
presente lo Hegel citato in Cingoli, 7464: 42b, per comprendere cosa intenda
Hegel per Einzelwissenschaft, ovvero, quanto le collochi entro la dimensione
dell’intelletto.
[3.1] - Jaspers
parla di “immanentismo logico di Descartes e di Hegel” (Prini, 306: 65).
[3.2] - «(Con la Fenomenologia)
Hegel parte dalla forma immediata della coscienza quale abbiamo visto prima di
Kant e la guida fuori dal soggettivo e del psicologico nella realtà e nella
storia, sino a riprenderla in sé stessa come autocoscienza e dominio logico del
mondo» (Banfi, 299: 378-9).
[3.3] - Cito dalle
bozze napoletane del testo di Holz, Riflessioni sulla filosofia di Hegel:
«Quando Hegel osserva che la filosofia ha come oggetto la verítà (cfr. Enciclopedia, §. 1), lo fa quasi en passant -un particolare che
colpisce, dato che a partire dalla Prefazione alla Fenomenologia la verità viene Indicata come ciò a cui la filosofia
mira: Hegel dichiara che i suoí sforzi sono incentrati sul proposito di
collaborare “a che la filosofia si avvicini alla forma della scienza, - alla
meta... (di) essere vero sapere»
(Fenomenologia: 14, 4). Né nella Fenomenologia, né nella Logica
però, gli viene in mente di indicare esplicitamente un oggetto della filosofía, mentre in vari
luoghi e in vario modo si pronuncia sul fare
della filosofia; nella Fenomenologia leggiamo, per es.: “L'interiore necessità
che il sapere sia scienza, sta nella sua natura; e, ríspetto a questo punto,
il chiarimento che più soddisfa è unicamente la presentazione della filosofia
stessa” (ivi); e ancora nella Logica: “Ma
può essere soltanto la natura del
contenuto quella che si muove nel conoscere scientifico, poiché è insieme
questa propria riflessione del
contenuto, quella cbe pone e genera la sua determinazione», e più
avanti: «Il proprio muoversi (dei
pensieri) è la loro vita spirituale, ed è quello per cui la scienza sí costituisce,
e di cui essa è l'esposizione» (L I 16, 7).
La filosofia deve dunque mostrare il carattere scientifico del sapere
nell'atto di costituire se stessa nel movimento dei contenuti della
conoscenza.
Ciò che chiamo e che
rintraccio, quale elemento fondamentale e costante, in Hegel: “La tensione
dialettica tra la formazione razionale dei concetti e la materia che le si
offre nella realtà ... è ... un fatto universale del rapporto conoscitivo con
la realtà...” (Lukàcs, 1585: 99). “Ciò che Goethe attribuiva ad Hegel era
niente di meno che il principio della
propria azione spirituale: la mediazione fra l’essere per sé e l’essere altro,
o per dirla con Goethe, l’essersi posto nel mezzo fra soggetto ed oggetto,
mentre Schelling aveva messo in rilievo l’estensione della natura e Fichte
l’estremo limite della soggettività. .” (Löwith,1528: 28).
Ovviamente, è questo un elemento che mi consente di
gettare un ponte fra dialettica e, modernamente, la tradizione
neo-positivistica ed in generale della filosofia, legata alla riflessione sulle
scienze.
E’ o no accostabile ad Hegel questo asserto?: “... se
carattere fondamentale dello spirito scientifico è la fedeltà più completa alla
concretezza dell’esperienza, solo un netto allontanamento da essa permetterebbe
di fondare la validità degli schemi logici, che permeano e strutturano
l’esperienza, in una struttura ontologica in sé, che sarebbe inferibile solo
con un arbitrario processo ipostatizzante.” (Barone, 2702.1: 74). Come si vede,
questa di Barone è una pagina kantiana, che vale anche contro l’idealismo
oggettivo.
Il passo, che ora cito, serve a mostrare come venga inevitabilmente
rifiutata la prospettiva di un’ analisi delle categorie prima dal conoscere, se la conoscenza viene intesa come (cf. Hegel critico di Kant, in gwfh.doc: 36): “Le
suggestioni del Tractatus
logico-pbilosopbicus trovano il terreno più fertile in una distinzione di
principio dell’Allgemeine
Erkenntnislehre: la contrapposizione di esperire (kennen) e conoscere (erkennen). Il conoscere è sempre ordinamento e
calcolo per mezzo di concetti e simboli, mai intuizione o immediata
esperienza vissuta. Intuire - quando non si intenda con questo
termine ciò che giustamente è chiamato conoscenza per intuizione, geniale
anticipazione di un risultato gnoscologico - è il puro esser-ciò di un
contenuto di coscienza, antecedente a ogni elaborazione, e quindi a ogni
conoscenza. Confondere l'esperienza
vissuta con la conoscenza è fraintendere lo scopo di questa, è lasciarsi
sfuggire la sua natura di procedere concettuale che supera il limite di ciò che
è esclusivamente privato e proprío alla coscienza; indubbiamente solo questo
contenuto immediato è intuibile (kennbar),
ma conoscibile è ciò che trascende la coscienza e ha una valida struttura
oggettiva. Per Schlick l'errore della
tesi kantiana sulla inconoscibilità delle cose in sé è connesso alla
indistinzione tra intuire e conoscere, alla pretesa di una immediata presenza
della «cosa» alla coscienza. La distinzione
tra l'immediato non analízzato e ciò che è simbolizzato e interpretato non è la
separazione metafisica del dominio del conoscibile dal dominio
dell'inconoscibile: “.
(Barone, 2702.1: 245-6).
Il concetto di apriori variabile, che si ritrova in C. I.Lewis e che Ch. Morris riprende: “La linea divisoria tra l'apriori e l'aposteriori è quella tra princìpi
e concetti definitivi, che possono essere mantenuti di fronte a ogni
esperienza, e quelle generalizzazioni autenticamente empiriche che possono
essere nettamente falsificate. Il
pensiero che mancò tanto al razionalismo quanto all'empírisrno, è che ci sono
princìpi, rappresentanti l'iniziativa della mente, che non impongono
all'esperienza una limitazione di una qualche specie, ma che tali concetti sono
ancora soggetti a mutamento per motivi pragmatici, quando l'espansione dei
confini dell'esperienza rivela la loro inadeguatezza come strumenti
intellettuali... La mente dà all'esperienza l'elemento d'ordine e di
classificazione, categorie e definizione.
Senza questo elemento la conoscenza è impossibile ed è qui che si
trovano le verità necessarie e indipendenti dall'esperienza. Ma il rapporto tra i nostri modi categoriali
di azione, i nostri interessi pragmatici e il particolare carattere dell'esperienza
è più stretto di quanto si sia considerato.
Nessuna spiegazione di uno di questi aspetti può essere completa senza
la considerazione degli altri due. [... ] I concetti che, come quelli logici,
sono i meno atti a essere colpiti dall'apertura di nuovi ordini d'esperienza,
rappresentano le nostre categorie più stabili; ma nessuno di essi si sottrae
alla possibilità di alterazione” (Barone, 2702.2: 465).
Quello che io chiamo è assai prossimo a quello che Cassirer, 6508: 80 intende per
. Direi del tutto in linea con quanto dico, a
proposito sia della centralità dell’esperienza, che del senso stesso della
logica dialettica, AAVV, 3932: 44-5. Anche il motivo, che trovo in Hegel, del
conoscere come un certo tipo di , lo trovi in Kant, giusta
Cassirer, 1651: 241.
Per Kant, “quel che chiamiamo esperienza, consiste in un siffatto
insieme di relazioni in progresso, non in una totalità di dati assoluti.”
(Cassirer, 1651: 242).
Cf. 1kant.doc sul tema e sul suo rapporto con la centralità del momento (sintetico)
dell’.
Se vale Prini, 306:59-60, in Heidegger dovrebbe esser presenta l’opposto
di quello che chiamo , dunque, da un lato, un
atteggiamento contrario allo setticismo (alla concezione relazionle del
conoscere), dall’altro, di nuovo un esito irrazionalistico, contrario alla
ragione.
[3.4] - E’ vero
-come sostiene il Lenin dei Quaderni- che per Hegel la verità assoluta è la verità obiettiva? A me parrebbe
di no: la verità assoluta è quella del pensiero che pensa se stesso, dunque, la
verità in assenza del finito, dell’empirico, del determinato; è la verità della
; in questo senso, sempre -quando mi muovo
entro il piano del finito- la mia conoscenza è storicamente determinata, è a
dir così- ‘imperfetta’: quella del ‘rispecchiamento al limite assoluto’ è una
balla, estranea alla prospettiva dialettica. Cf. lenin1.doc.
[3.5] - Nota che Barone, 2702.1: 154 individua in
Wittgenstein due sensi del termine .
Il passo, che ora
cito, vale a riprova del fatto che, se è vero che Hegel usa il termine
in un significato diverso da quello in cui compare
nell’espressione , è altrettanto vero che la
determinazione dello spazio semantico del termine ha tutta una storia
complessa: “ < E’ bene ed è giusto che la
parola sia oggi elevata all’onore di designare tutto ciò che ha
riferimento alla filosofia, perchè il dominio della logica ha estensione tanto
ampia quanto quella del , il discorso, il Verbo. >; per la
nozione di logos, interessante Banfi, 299: 346, in cui si legge “la ragione...
come oggettivata, come logos”. La sua
[di Schlick] immatura morte lascerà dissolvere l’istanza da lui solevata di non
limitare l’ con la particolare
determinazione dell’aggettivo e prevarranno nella dottrina
neopositivistica gli interessi essenzialmente metodologici del Carnap e del
Neurath, fino a che, a contatto con i motivi pragmatistici americani e per
l’efficacia delle indagini semiotiche di Charles Morris non si attuerà
nuovamente in essa una più vasta apertura problematica ...” (Barone, 2702.1:
239).
Le leggi della logica -sostiene C.I. Lewis- «sono principi
procedurali, sono le regole parlamentari per un discorso ed un pensiero, che
siano intelligibili. Sono legislative, perché si rivolgono a noi stessi
-infatti, definire, classificare ed inferire non sono operazioni del mondo
oggettivo, ma solo atteggiamenti categoriali della mente» (AAVV, 5904: 16-7). Serve a chiarire perché, anche secondo Hegel, la conoscenza del mondo
implicita la conoscenza di come procede la mente e la tesi, secondo cui la
nostra conoscenza si svolge nel quadro e nel limite dell’ e
non di un’ astratta .
[3.6] - Quando Schelling, giusta Löwith, 1528: 195-6, mette in luce come,
in Hegel, “l’essere primo e più alto è già esso stesso un essere determinato, anche soltanto come
pensiero di un oggetto esistente, che pensa. La filosofia della
ragione di Hegel vuole l’essere senza ciò che è, ed il suo idealismo è
, in quanto non si pone affatto la domanda dell’esistenza
positiva”. Comunque, per un elemento comune, fa Hegel e Schelling, a proposito
della critica a Fichte e del modo di concepire la coerenza logica e l’identità,
cf. 800.doc[4].
[3.7] -«... (l’) interferenza fra la Scienza (il termine congloba qui
tanto l’aspetto quanto quello del
fenomeno) e la realtà a partire dalla quale essa si è sviluppata, la storia, la
natura.» (Sebag, 4691: 16).
«Filosoficamente, Hegel riprende il problema là dove Spinoza lo aveva
lasciato, situando in primo piano l’appropriazione della natura totale da parte
dell’individuo; ma, nello stesso tempo, egli rompe con ogni razionalismo che
concepirebbe questa appropriazione come semplice lavoro del pensiero che scopre
la legge di un oggetto a prima vista sconosciuto; questa legge governa lo
stesso pensiero, giacché quest’ultimo non è che il movimento attraverso il
quale l’Essere si dà la conoscenza di sé.» (Sebag, 4691: 18). «Avendo lo
sviluppo nello spirito raggiunto un certo stadio, diviene possibile, alla
coscienza del singolo, attingere alla materia che le è così data, al fine di
significare la propria esistenza» (Sebag, 4691: 26)
«Lo spirito è l'assoluta, reale
essenza che sostiene se stessa.Tutte le figure della coscienza fin qui apparse
sono astrazioni di questo spirito medesimo; esse sono il suo analizzarsi, il
suo distinguere i propri momenti, e il suo indugiare in momenti singoli. Questo
isolare tali momenti ha a suo presupposto
e a sua sussistenza lo spirito stesso; ovvero esso isolare esiste solo
nello spirito, il quale è l’esistenza. Questi momenti, così isolati, paiono
bensì esistere come tali; ma il loro
avanzare e il loro ritornare nel loro fondamento ed essenza mostrò com’ essi
siano soltanto momenti o grandezze dileguanti[13]; e
quell’essenza è appunto tale movimento e dissolvimento di siffatti momenti».
(cit. dalla hegeliana Fenomenologia,
in Sebag, 4691:26). Sempre sulla linea del sottolineare l’articolazione tra
individuo e spirito universale e non della negazione del primo, cf. Sebag,
4691: 42a; ma tieni conto anche di quest’altra pagina, che giustamente coniuga
dialettica e diversità, dialettica e concezione stratificata dell’esperienza:
«Il funzionamento reale dello Stato esclude... ogni fusione dei piani; l’uomo è
un essere molteplice, che si definisce rispetto a una pluralità di livelli cui
corrispondono forme differenti di attività: la loro fusione è fonte di
disordini» (Sebag, 4691: 42b).
[Così in Holz, 7466: 43, a chiarimento del nesso individuo/cristianesimo]
- “Globalmente, tutti questi mutamenti della coscienza
significano una nuova relazione del soggetto con se stesso. L’individuo non si
sa più, in primo luogo, come momento di un evento salvifico, il cui scopo sia
la redenzione del genere (Gattung),
dell’umanità; piuttosto, l’individuo intende se stesso, nella sua interiorità,
come il destinatario della Grazia, come
lo scopo interno ad essa. Il dono universale della Grazia per la redenzione del genere umano si
realizza nell’atto dell’elezione individuale -e tale individualizzazione
caratterizza sia la volontà arbitraria (Willkühr)
di dio, sia il merito dell’uomo, che a quell’elezione contribuisce.”
La scissione individuo/mondo suo,
coscienza/essere (errore) son reali e resi possibili dal fatto che così e così
è il mondo, è l’essere: è per questo che la correzione dell’errore e della
scissione è, anche e contemporaneamente, correzione del mondo. E’ in questo
contesto che va posta la stessa questione dell’interpretazione dei simboli estetico-psicologici
-per l’importanza di questo tema in Marx, cf. Sebag, 4691: 56, che cito in
marx.doc..Sul tema dell’errore in Hegel, cf. sotto la citazione da Banfi.
«Il primo volume della Fenomenologia
dello Spirito descrive dunque questo lento cammino della coscienza
individuale, che la conduce, dalle apparenze che ad essa si danno, al cuore del
"Geist" hegeliano. Questo movimento non è in nulla un'analisi razionale che penetri un
oggetto esterno; ciò implicherebbe una sistematizzazione dei risultati acquisiti,
estranea, per sua natura, a una tale dialettica, che è ben lungi dal muoversi
secondo un registro scientifico. Infatti, il mondo cui l'individuo si oppone
non è che l'insieme delle manifestazioni esteriorizzate della sua propria
attività; la conoscenza dell'oggetto equivale alla sua soppressione; e l'una e
l'altra sono una rifusione degli elementi della catena nella quale s'inserisce
l'esistenza dell'individuo. Ciò spiega come mai questa dialettica abbia a prima
vista un significato negativo; essa è avvertita dal soggetto come distruzione
brutale delle proprie certezze. Quel che è in gioco non ha in apparenza alcun
rigore, e si presenta anzi in una forma caotica. L'oggetto dell'esperienza non
si dà come un prodotto necessario dello sviluppo della autocoscienza, ma come
un contenuto "trovato" che nasce senza ragione, accidente che
costringe, occasione che obbliga. E’ qui che la descrizione hegeliana è stata
spesso accostata all'essenziale dell'esperienza psicoanalitica: ciò che nasce e
che si rivelerà, al termine del processo, come legge ultima della coscienza ha
lo stesso carattere d'estraneità proprio di ciò che il soggetto può dire di se
stesso quando si trova in posizione analitica.» (Sebag, 4691: 20); «Il fatto è
che il dualismo fra lo spirito e ciò che esso conosce, inscritto nel cuore
della dialettica fenomenologica come di ogni conoscenza, si riassorbe per tanto
che l’oggetto non è che la forma esteriorizzata dello spirito; il cambiamento
del sapere che si adatta ad una realtà altra è, altrettanto, trasformazione di
tale realtà, che si eleva alla conoscenza di se stessa». (Sebag, 4691: 25). «Poter dare inizio alla
filosofia significa per Hegel liberare la vita dell’uomo da tutto ciò che,
gravando su di essa, impedisce la piena realizzazione delle sue possibilità più
proprie. Durch Philosophie leben lernen,
così si esprime Hegel nei suoi primi corsi jenensi...» (AAVV, 6665: 33) e cf la nota 159 in Q/XLIII.
[3.8] - Che l’obiettività della dialettica sia legata,
anche, al modo di funzionare del pensiero e che, dunque, la riflessione
dialettica sia racchiusa entro il mondo dell’esperienza, sembra ricavabile
dallo Hegel, citato in AAVV, 7387: 145n.
Per questo va molto bene anche AAVV, 3932: 49a. Cf., anche, Gellner, 7428: 94a.
La Critica della ragion pura, scrive
Cassirer, 1651: 346a, “è critica dell’esperienza: mira a dimostrare come
quell’ordine legale che l’intelletto sembra limitarsi a trovare già
precostituito nell’esperienza, in realtà sia un ordine istituito dalle
categorie e dalle regole dell’intelletto stesso e, in tal misura, u ordine
necessario.” - insomma, questo facciamo, quando conosciamo, dire
significa dire questo.
[3.9] - Feuerbach equipara la forma baconiana al concetto hegeliano. (AAVV, 7124: 242).
[3.91] - “La dottrina di Hegel apparirà come un’analisi
del fondamentale paradosso della nostra
coscienza. Egli si sforzerà di definire, in termini di questo paradosso, prima
la relazione dell’io finito e dell’io infinito, poscia la relazione tra
mente e realtà.” (Royce, 7437: 266s).
Royce, 7437: 268ss ricostruire in questo modo la logica
del discorso, che Hegel fa nella Phänomenologie: il punto d’attacco è la tesi empiristica,
secondo cui a partire dalla conoscenza della percezione presente posso
ricostruire il mondo (gli oggetti e le altre menti); Hegel mostra, invece, che
questo
[hic et nunc],
implica che
Sul tema della
, Hegel, 1130.3: §. 436.
[3.92] - “Certo noi non possiamo all’interno del mondo
sensibile e dell’esperienza concludere su una causa prima, poiché in quello,
come nel mondo finito, possono darsi solo cause condizionate. Ma proprio perciò
la ragione viene non solo autorizzata, ma spinta a passare nella sfera
intelligibile, o, piuttosto, in genere si trova a suo agio solo in questa; essa
non va oltre il mondo sensibile, ma piuttosto si trova, con la sua idea di
causa prima, assolutamente su un altro terreno -e parlare della ragione ha solo
un senso, in quanto essa, e la sua idea, è pensata come indipendente dal mondo
sensibile ed è autonoma in e per sé.” (Hegel, 1146: 178). Cf. ,
in 3hegel.doc [4.3].
[4]
“Persino Lassalle, che si considerava un hegeliano
ortodosso, e al tempo stesso voleva essere un rivoluzionario, fu costretto a
soggettivizzare in vari modi il metodo dialettico e ad avvicinarlo a Fichte.”
(Lukàcs, 1585: 554).
“Tutti questi tentativi di fare di Hegel una forza vivente
e operante a sostegno della realtà attuale, del conservatorismo prussiano e
guglielmino, si svolgono parallelamente nel periodo che precede la prima
guerrra mondiale senza ancora formare un indirizzo ben determinato, e ancor
meno una scuola.” (Lukàcs, 1585: 562).
“Mentre, per Lutero, il contenuto della fede cristiana era
dato dalla rivelazione, lo spirito europeo ha dato a se stesso nella
Rivoluzione francese, attraverso la mediazione di Rousseau, il contenuto della
propria volontà.” (Löwith, 1528: 70).
“La divisione della scuola hegeliana in hegeliani di
destra e di sinistra fu di fatto resa possibile dalla fondamentale equivocità
dei dialettici di Hegel, che potevano essere interpretati
tanto in un senso conservatore quanto in un senso rivoluzionario.” (Löwith,
1528. 123). D’Hondt, 7836: 48 caratterizza la destra hegeliana.
Secondo Ruge, “la filosofia hegeliana è, da un lato, alla Rivoluzione
francese , che ha innalzato l’uomo libero a scopo dello Stato. La stessa
cosa ha fatto anche Hegel, mostrando che l’assoluto è lo spirito pensante, e la
sua realtà è l’uomo pensante. Lo spirito della libertà vive come ideale
politico universale nell’Illuminismo e nella Rivoluzione, come metafisica vive,
invece, nella filosofia tedesca. In Hegel, i diritti dell’uomo hanno conseguito
la loro autocoscienza filosofica, e lo sviluppo ulteriore non può costituire
altro se non una realizzazione di quella. La stessa filosofia che ha fatto
acquistare allo spirito umano la suprema dignità dell’essere assolutamente
libero, è però, d’ altro canto, contemporanea
alla contro la libertà del pensiero e dell’azione politica.
Hegel era quindi legato tanto allo spirito progressivo quanto a quello reazionario
della sua epoca; e, sotto il secondo aspetto, egli è stato infedele al suo
proprio principio, cioè al progresso nella coscienza della libertà.” (Löwith,
1528: 146).
Lo Stato -scrive Hegel, 3971: 58a- è la compiuta
realizzazione dello spirito nell’esser-ciò.
Pagine dello Hegel . (AAVV, 0045:
xiii-xiv)
[5] - Tieni presente l’interpretazione di destra, che
Engels dà di Hegel, in engels.doc.
Tieni presente la
nota mia, a proposito di scissione/passaggio, che sta più sotto.
“La sconfitta della rivoluzione del 1848 completò la
dissoluzione del sistema hegeliano nell’ambiente filosofico tedesco. Il libro
di Rudolf Haym su Hegel (1859), che è stato a lungo determinante per la
valutazione di Hegel, ed è ancora oggi influente per molte questioni, riassume
nel modo più efficace questa liquidazione del metodo dialettico.” (Lukàcs,
1585: 553; per R.Haym, cf. Löwith, 1528: 105ss).
“... quel generale bisogno di Weltanschauung..., che la borghesia tedesca sente nel periodo
imperialistico, quando si rende conto che non è possibile compiere la
preparazione ideologica delle grandi lotte interne e soprattutto esterne del
tempo sulla base della filosofia formalistica del neokantismo.” (Lukàcs, 1585:
555) -anche oggi c’ è un certo ritorno ad
Hegel: quale ne è il senso?
“Nella cosiddetta scuola della Germania sud-occidentale
(Windelband e Rickert) si determina ben presto un movimento di ritorno a
Fichte.” (Lukàcs, 1585: 555). Su Windelband, che ‘ritorna’ ad Hegel attraverso
il ritorno a Kant, cf. Löwith, 1528: 209-10.
“... un importante carattere del movimento neohegeliano
nel periodo imperialistico: il fatto di non rompere i rapporti con Kant.”
(Lukàcs, 1585: 555).
Un motivo importante della ‘rinascita hegeliana’, che
potrebbe essere significativo anche oggi (ed, in questo senso, oggi (heute) potremmo assistere al
tentativo di offrire Hegel -ma al posto
di Marx e di Lenin- per soddisfare la richiesta della ‘nuova generazione’;
sotto questo profilo potrebbe diventar significativa anche la disputa tra
cattolici e Severino? : “« La nostra nuova generazione -così si esprime
Windelband- è stata presa dal desiderio di una visione generale del mondo e
cerca di soddisfarlo in Hegel ». Il problema di sapere per quali trasformazioni
della situazione spirituale questo stato d'animo si sia generato, non è preso
in considerazione da Windelband: « Non importa, le cose stanno cosí e si
impongono con una forza primordiale! » La giovane generazione aspira a tornare
dalla sua desolazione metafisica alle « ragioni spirituali della vita », e a
soddisfare questo bisogno si offre particolarmente la filosofia universale
hegeliana dello spirito storico, che dimostra un « senso totale della realtà
».” (Löwith, 1528: 210).
“Nel rinnovare la filosofia hegeliana essi fanno di
questa, contrariamente al suo vero significato storico, l’integrazione e non il
superamento della filosofia di Kant. Questa base gnoseologica appare nel modo
più netto nel piccolo libro di Julius Ebbinghaus, Relaltiver und absoluter Idealismus del 1910, un libro che, quantunque
non abbia avuto grande diffusione, ha esercitato un influsso decisivo sulle
idee e sul metodo dei successivi e più importanti rappresentanti del
neohegelismo. Il pensiero fondamentale di Ebbinghaus si può riassumere
nell’affermazione secondo cui Hegel non fece altro che trarre in modo coerente
e fino alla fine tutte le conseguenze del metodo trascendentale di Kant, mentre
Kant medesimo si sarebbe fermato a mezza via in rapporto alle conseguenze
ultime del proprio metodo. L’hegelismo quindi non è altro che un kantismo
veramente coerente. Perciò Ebbnghaus formula il compito che si impone al
neohegelismo nel modo seguente: principio
filosofico dalle determinazioni dell’io kantiano liberato
dalla sua incertezza> ” (Lukàcs, 1585: 557); “e la grossa opera di Kroner,
così importante per il neohegelismo (Von
Kant zu Hegel, 1921-4), non è... niente di più che una realizzazione
concreta del programma formulato a suo tempo da Ebbinghaus: un tentativo per
dimostrare che la filosofia di Hegel è derivata per intrinseca necessità dalla
filosofia kantiana senza rompere col suo fondamento.” (Lukàcs, 1585: 569; su
Kroner cf. anche Löwith, 1528: 211-2).
Die
Jugendgeschichte Hegels
di W.Dilthey, uscito nel 1907: “riferendosi al metodo speculativo, Dilthey
afferma con grande decisione: . Analogamente, nonostante tutti gli altri dissensi, egli si trova
d’accordo con Windelband nel rifiuto del metodo dialettico. Analizzando il
metodo speculativo, egli dice: . Gli indirizzi
neohegeliani, che altrimenti divergono per molti aspetti, concordano quindi
nella questione centrale: il rifiuto del metodo dialettico... (Dilthey) porta
Hegel nelle immediate vicinanze dell’irrazionalistica [Lebensphilosophie] del periodo imperialistico, il cui principale
fondatore è stato appunto Dilthey.” (Lukàcs, 1585: 559) -tieni presente che
Cassirer si volle sempre distinguere dalla Lebensphilosophie
(Cassirer, 6508: 12-3). Per il tema
, cf. quanto noto a proposito di Cassirer, in
sophia.doc.
“La scoperta compiuta da Dilthey del giovane Hegel quale
[Lebensphilosophie]
viene sviluppata dal neohegelismo in modo da fare del giovane Hegel il
Hegel. Il successivo svolgimento di Hegel, la sua elaborazione del
metodo dialettico, appaiono come un graduale irrigidimento, come una più o meno
mortale logicizzazione dei grandi risultati conseguiti nella giovinezza.”
(Lukàcs, 1585: 572); “pertanto il compito odierno è . Da questa concezione storica
Marcuse (che proviene da Heidegger) trae la conseguenza conclusiva: [Lebensphilosophie]
al punto
in cui Hegel l’aveva lasciata>.” (Lukàcs, 1585: 573).
“Tutti questi tentativi di fare di Hegel una forza vivente
e operante a sostegno della realtà attuale, del conservatorismo prussiano e
guglielmino, si svolgono parallelamente nel periodo che precede la prima
guerrra mondiale senza ancora formare un indirizzo ben determinato, e ancor meno
una scuola.” (Lukàcs, 1585: 562).
Il neo-hegelismo esprime “il tentativo... d’ inserire
l’irrazionalismo in un sistema senza rinunciare esplicitamente all’intelletto
ed alla scientificità.” (Lukàcs, 1585: 563-4) -cfr. episteme.doc per una
considerazione, che faccio.
“Dice Kroner: <Hegel
è senza dubbio il più grande irrazionalista che la storia della filosofia
conosca. Nessun pensatore prima di lui ha saputo chiarire il concetto come
lui... Hegel è irrazionalista perché fa valere l’irrazionale nel pensiero, perché
rende irrazionale il pensiero stesso... E’ irrazionalista perché è dialettico, perché la dialettica è
l’irrazionalismo stesso reso metodo, reso razionale, perché il pensiero
dialettico è un pensiero razionale-irrazionale... Il pensiero in quanto dialettico,
in quanto speculativo, è in se stesso irrazionale, vale a dire
sovra-intelligibile, perché è vivo:
esso è la vita che pensa se stessa... Il problema della conoscenza si
approfondisce e si allarga in lui fino a diventare il problema dell’esperienza vissuta.” (Lukàcs, 1585:
574-5). [Per la dialettica a modo mio, dunque, questo neokantismo è
interessante da studiare].
Il
dei neohegeliani. “Ciò che invece
avviene nei sopra ricordati hegeliani o ex-hegeliani è un avvicinamento
all’irrazionalismo antistorico di Schopenhauer, in cui l’ombra della tragedia
fa apparire come ogni idea di progresso storico
o sociale. Se ora Glockner rinnova questa idea, ciò è qualcosa di più di un’
attuazione filosofica della sua linea storica... Ciò significa l’adesione del
neohegelismo a quella tendenza della filosofia della vita [Lebensphilosophie] che aveva trovato la sua espressione prima
nell’amor fati nietzschiano, e poi nella simmeliana , per condurre infine, attraverso Spengler, al nichilismo
esistenzialistico di Heidegger, che è, nel suo genere, anch’ esso un
. “ (Lukàcs, 1585: 578-9); nota la tesi di Glockner, secondo
cui Feuerbach fu il destino di Hegel (Löwith, 1528: 213).
«... quel concetto del , a cui (Kierkegaard) riteneva con ragione che
sarebbe stata legata la sua importanza storica, per averlo vigorosamente
affermato nel pieno clima d’ebrezza dell’identificazione hegeliana del reale e
del razionale...» (Prini, 306: 27).
Altra vicinanza
tra neohegelismo e dialettica ‘a modo mio’: “Siegfried
Marck... accetta Aufhebung
,
solo la ‘conservazione e innalzamento’>, mentre respinge
Così Löwith su Hegel: “tutto un mondo di lingua, di
concetti e di cultura è giunto alla sua fine con la storia dello Spirito di
Hegel. Da questa fine comincia la nostra particolarissima ...” (Löwith, 1528: 80).
Secondo Feuerbach, “quando Hegel interpreta l’altro da me
come il mio esser-altro, disconosce la specifica autonomia
della natura e del mio prossimo; filosofa, presupponendo un punto di vista autocosciente e puramente filosofico,
senza riconoscere gli inizi ed i principi non filosofici della filosofia. La
filosofia hegeliana è quindi esposta alla stessa critica, che colpisce tutta
quanta la filosofia moderna a partire da Descartes: anche ad essa si può
rimproverare la rottura ingiustificata con l’intuizione sensibile, cioè la
presupposizione immediata della filosofia.” (Löwith, 1528: 133).
Insomma, quando Feuerbach critica la filosofia di Hegel come riesposizione
della teologia, intende dire che è legata alla condanna della sensibilità,
all’esclusione della sensibilità dal piano della ragione: in questo senso, la
filosofia di Hegel sarebbe in linea con la tradizione del cristianesimo
misantropico (Löwith, 1528: 134). Questo consente di comprendere meglio Della
Volpe? “Filosofare , ossia conforme all’uomo,
significa per Feuerbach anzitutto prendere in considerazione ciò che dà valore
al proprio pensiero, ossia la sensibilità, manifestantesi
conoscitivamente nell’intuizione sensibilmente determinata, che riempie
concretamente il pensiero; e, in secondo luogo, il prendere in considerazione
ciò che del pari dà valore al proprio
pensiero, ossia il prossimo, che è conoscitivamente il collaboratore del
pensiero dialogico.” (Löwith, 1528: 135-6). Ancora più chiaramente: “Ad essere
oggetto della critica non è, beninteso, solo Schopenhauer; lo è Kant, e lo sono
gli idealisti, soprattutto Hegel; e se negli anni quaranta Hegel era stato
visto come l’ultimo grande sistematizzatore di quell’indirizzo di pensiero che
da Platone aveva preso le mosse, ora egli viene seccamente rimproverato di
essere stato anche più di Platone, di aver voluto
dallo spirito tutta quella vita sensitiva di cui il pensatore
greco aveva, invece, senza difficoltà, riconosciuto la dipendenza dal corpo.”
(Cesa, 5627: 123).
“Avvenne, così, tra la fine dell’Ottocento e i primi del
Novecento, che -mentre in Inghilterra l’insoddisfazione per il monismo
hegeliano, che tutto risolveva senza nulla spiegare, spingeva Bertrand Russell (e
con lui G.E.Moore, ma per altre vie) a cercare di capire che cosa mai fossero
la matematica, la logica e la filosofia, muovendo da un assunto
dualistico-platonico del tutto estraneo all’idealismo inglese- in Italia un’
analoga insofferenza, ma nei riguardi di un monismo positivistico
all’attrettanto vacuo, che tutto risolveva (lasciando tutto inspiegato) nei
mistici nomi della Scienza e del Fatto, portava Benedetto Croce a riscoprire
Hegel.” (Pacifico, in Quine, 6480: XI).
“Caratteristica comune delle ricerche più propriamente
teoretiche di Benedetto Croce e Giovanni Gentile fu, particolarmente negli anni
precedenti la prima guerra mondiale, in cui ambedue si occuparono di
"logica," l’interesse per la logica
della filosofia. Questa espressione,
usata da Croce nel Saggio sullo Hegel per
caratterizzare quello che a lui pareva il tratto più saliente, e vivo, del
pensiero di Hegel (la ricerca, cioè, dell'universale concreto), corrisponde
all'espressione gentiliana logica del
pensare e, come noto, tanto la
logica di Croce, intesa come "scienza del concetto puro,' quanto quella di
Gentile, intesa come "teoria del conoscere," nascono dal ripensamento
della logica di Hegel, ripensamento
volto a rivalutarne il vivo, eliminando quanto in esso vi era di
meccanico, di sforzato, di ultrasistematico, in una parola, di morto. Alla
logica del pensare si oppone, nella visione dei due neo-hegeliani, la Iogica del pensato, l'insieme, cioè,
delle regole "statiche" e "astratte" (i due aggettivi hanno
per loro, naturalmente, lo stesso senso negativo, che avevano in Hegel) con le
quali si descrive una qualunque attività conoscitiva compiuta, come per
esernpio la matematica o la biologia o anche il linguaggio come totalità data
di forme espressive catalogabili.” (Pacifico, in Quine, 6480: XI-II).
Una descrizione di scenari politico-culturali
novecenteschi, che ripropone il clima da ‘dissoluzione del sistema hegeliano’,
la fornisce Gusdorf, 6023: 11s, ma in particolare pp. 16ss, che consentono
anche di capire bene l’atteggiamento anti-storia (cha va di pari passo con la
rinuncia della ragione, in quanto attività volta a dar senso alla storia,
basandosi sui suoi movimenti obiettivi, per quanto contraddittori). Ancora,
tipico Gusdorf, 6023: 67-8, che mostra lo sbocco irrazionalismo di una
denuncia, in realtà ‘idealistica’ del mondo presente: idealistica, perché eleva
la ragione -in quanto modo di organizzare e riflettere le esperienze- a causa
fondamentale di ciò che deriva, invece, dalla ‘forma di vita’; in questo
contesto, si colloca un ambiguo rapporto col mito, da una parte, collocato in
uno scenario del tutto superato storicamente (e della cui arcaica esistenza,
per altro, non si produce alcuna prova storica); dall’altro, il mito viene in
realtà riproposto come correttivo della ragione. E’ interessante che il tutto
vien fatto in un libro e servendosi di una lingua -il francese- raffinatissima,
cioè di due prodotti esattamente di quella ragione, che si vuol criticare. [Quando questa contraddizione vien tolta,
ecco che compaiono Ghezzi e Carmelo Bene]. Un elemento di fondo per la
costruzione dell’imbroglio è giocare sull’ambiguità del termine
-il quale, com’ è ovvio, conuce alla citazione da Bastide.
[5.1] - La sconfitta della rivoluzione del 1848 -nota
Cesa, 5627: 104- porta con sé la sconfitta dell’idealismo e lo sviluppo
capitalistico successivo porta con sé l’affermazione del materialismo
(positivistico e scientista). Di grande interesse la citazione da M. Stürmer,
che fa Hobsbawn, 7122: 23-4, a conferma delle forti analogie di clima
culturale, tra periodo attuale e periodo della dissoluzione del sisteme
hegeliano; ovviamente, va tenuta presente anche per il discorso su Feuerbach.
AAVV, 7124: 244-5 -riferendosi a Feuerbach-, parla di un punto di vista fichtiano-neohegeliano. Per la genesi
dell’irrazionalismo borghese, cf. Holz in AAVV, 6961.3: 391e.
[5.2] - Per analogie fra crisi e dissoluzione
dell’hegelismo da un lato, ed apparizione del post-moderno dall’altro, cf.
quanto noto a proposito di Neurath e il post-moderno, in 900.doc.
“Alla fine dell’avventura della ragione, possiamo
certamente arrivare ad una conclusione: non solamente che queste due
aspirazioni di Descartes sono incompatibili tra loro, ma che nessuna in sé può
essere soddisfatta. Forse non ci può essere una cognizione libera dalla
cultura, come non ci può essere una giustificazione genuina di qualsiasi mondo.
Non possiamo sfuggire alla cultura contingente e legata alla storia; e non
possiamo neanche giustificarla. Descartes ha pensato che egli poteva giustificare una visione del
mondo, e che poteva essere una
visione del mondo che non fosse debitrice delle contingenze della storia,
dell’abitudine e dell’esempio.” (Gellner, 7428: 26s). - Non so quanto questo ritratto di Descartes sia attendibile; quello
che ricavo, comunque, che Gellner tende e rifiutare, come falsa e impossibile,
una visione del rapporto ragione-mondo, in quanto tende a
coniugare con elementi ‘storici’ (cioè, semplicemente esistenti
e non /); e la con ricerca del ‘fondato’, non semplicemente del dato. In
questo senso, Gellner non vuole essere solo anti-Descartes, ma anche
anti-Hegel. Ma -se comprendo bene- Hegel modifica il significato di
, quando parla di . Ricorda
Togliatti, Marxismo e bakunismo, come
esempio di ideologia simpatitica (marxismo.doc).
[5.3] - Nota che, campionando la critica ad Hegel, E.
Weil, 2737: 31 presenta chi rifiuta la filosofia della storia, ovvero che tesi,
comunque, che la storia abbia un senso.
[5.4] – “Quando subentrò la critsi del , ci
si avvicinò a Hegel dal lato delle sue osservazioni , di
quei contenuti empirici del suo pensiero che non potevanonon essere stati
falsati dalla sistematica. In questo senso, a partire da Dilthey, si è scoperto
nei lavori hegeliani pre-filosofici un Hegel completamente nuovo.Questi lavori
prefilosofici, le Jugendschriften hegeliane, trovarono un’interpretazione
rilevante dal punto di vista filosofico – sia che si individuasse in essi
quell’itinerario che dalla teologia conduce alla comprensione della storia
(com’è caratteristico dei pensatori moderni a cominciare da Hamann e Herder
fino a pensatori del nostro tempo), sia che in tali lavori ad un tempo
politico-economici e teologici si vedesse annunciata quella dialettica della
storia che Marx avrebbe elaborato in una forma più pura. Venne anche tracciata
una linea che dalle Jugendschriften conduceva fino alla Fenomenologia dello
spirito e xon ciò si contrappose questa linea del pensiero
hegeliano allo schematismo del sistema, al suo .” (Pöggeler,
5654: 145).
[5.5] -“Con la rivoluzione di luglio, in
sostanza, la dilucidazione storica della necessità del progresso e la difesa
storica del progresso contro la reazione romantica sono storicamente acquisite:
e nei piu grandi spiriti europei la conoscenza e la rappresentazione della
problematicità storica della società borghese cominciano a diventare la
questione centrale. Non è, per esempio, un caso che la rivoluzione di luglio
abbia dato al tempo stesso il primo segnale della dissoluzione della massima
fìlosofia storica di guesto periodo, del sistema hegeliano.” (Lukàcs, 1566:
102).
[5.6] - “In Germania la caduta della
filosofia hegeliana significa la scomparsa dell’idea della contraddittorietà
del progresso.” (Lukàcs, 1566: 232).
[6]
Da Hegel, 1146: 171a si ricava con
chiarezza che egli giudicava Kant superiore al sentimentalismo irrazionalistico
del “nostro tempo”.
«L’intimo senso della rivoluzione kantiana ebbe in Hegel
la sua più profonda coscienza» (Banfi, 299: 378).
A conferma di quanto osservo in gwfh.doc (mi pare), Kripke
sottolinea come, per Kant, apriori
sia quella conoscenza, che acquisto indipendentemente dalle esperienze: la
distinzione tra apriori e aposteriori è questione di ‘fonte’ da cui la
conoscenza origina, non della pretesa di conoscere il conoscere prima di...
conoscere. (AAVV, 5904: 145a).
Una pagina di Emilio, di cui non contesto il tono kantiano
ma che ha anche, a parer mio, un tono hegeliano: «Non sarà sfuggito, crediamo,
il netto sapore kantiano di queste considerazioni: il che vuol dire che il
principio della coerenza, come quello
della finalità, non offre alcuna garanzia indiscutibíle, ma è soltanto un principio
interpretativo che deve specificarsi in interpretazione effettiva. Certo,
nessuna determinata interpretazione di un testo qualsiasi può dimostrare, in senso forte, di essere
l'unica interpretazione possibile, di essere cioè necessaria al modo di una
"interpretazione in generale" (dizione che usiamo qui in analogia
con la kantiana « conoscenza in generale »).
Ma non si vede perché l'interpretazione di un testo dovrebbe offrire
maggiori garanzie di una interpretazione della natura. Rimane il fatto che il
principio della coerenza, in quanto principio regolativo, riesce a cogliere il
non-sistematico proprio in rapporto ad un sistema (all'«idea» di un sistema),
cioè non semplicemente come casualità scissa, fluente e inafferrabile, ma come
qualcosa che è in tensione con una certa tendenziale (o «ideale») organizzazione
intellettuale. Proprio così questo qualcosa può essere anche una casualità, al
modo stesso in cui una violazione è tale in quanto è appunto la violazione di
una norma (anche soltanto implicita).» (E.Garroni, 4187: 17).
Un punto di convergenza tra Hegel e Kant lo si ricava da
quanto Cassirer, 6508: 128 scrive, contro la distinzione tra nomotetico ed
ideografico, a proposito della struttura del giudizio, quale che sia l’ambito
in cui si colloca. Rifletti, per la questione del rapporto Hegel-Kant a
proposito della sinteticità del conoscere, a quanto scrive Hegel, 1146: 176s.
Qui è importante tener presente che la tesi hegeliana del finito, la cui
essenza è ‘passar nell’altro’, ha esattamente il senso di superare la scissione
tra percezione e intelletto, che afferma Kant: “Così come è posta la
contingenza, ugualmente è posta la sostanzialità.” (scrive Hegel, 1146: 177).
Dalle bozze
napoletane di Holz: «In un certo senso, la cosa stessa è
la versione dialettica della cosa in sé. Ma proprio di quest’ ultima Hegel non
si occupa: la sua è infatti una teoria della rappresentzione scientifica del
mondo ontico, e non una teoria del mondo ontico in sé...[Così Hegel nella Logica:] “Il concetto è l’essenza universale di una
cosa (Sache), la sua unità negativa
con se stessa... La cosa stessa è proprio questo: che il concetto di essa, come
unità negativa di se stesso, nega la propria universalità e si pone
nell’esteriorità... Il metodo di Hegel non consiste nella ricostruzione della
cosa, ma nella costruzione del sapere; questa costruzione deve giungere al
punto in cui il sapere assoluto mostra di essere l’unica forma in cui la cosa
stessa si manifesta».
«Secondo Kroner [Von
Kant bis Hegel, Tübingen 1921-4], il sistema hegeliano costituisce
l’esaudimento, il compimento di tutte quelle promesse che, pur presenti nella
concezione originaria di Kant, questi non aveva saputo adempiere.» (Cassirer,
6508: 115). Così Pera: «... Kant ritiene che mentre lo scopo della scienza
-l’unità sistematica delle conoscenze- si possa fissare apriori, il metodo per
il raggiungimento di questo fine si possa invece conoscere solo a posteriori
esaminando l’effettivo modo di procedere delle ricerche in atto» (Pera, 4780:
47) -mettilo in relazione, ad es., col
modo in cui Hegel studia la dinamica del simbolismo in estetica: appunto, ciò
che conta è seguire come di fatto il
fenomeno si è sviluppato; analogamente, il metodo si svolge e forma, nel corso
stesso dell’esperienza conoscitiva ed è indicabile post festum. La cosa è ovviamente anche molto importante
per Marx e spiega la sua distinzione fra Forschungsweise e Darstellungsweise, a proposito della quale, per altro, cf. leibniz.doc con l’eventualità che vada
chiamato in causa il principio leibniziano della ragion sufficiente (in proposito, Goldschmidt -in AAVV, 7124: 334- sostiene addirittura che
la differenza tra Forschungs - e Dartsellungsweise abbia, per la teoria
marxiana della formazione sociale, un ruolo costitutivo); è interessante che M. Pera sembra intuire il
pericolo (dietro il discorso di Kant può intrufolasi Hegel) e lo dimostra con i
termini che usa per criticare, in questa occasione, Kant. L’intento di Pera è
di proporre Popper. (Pera, 4780:49a).
Formidabile testo di Hegel, che si legge in Cassirer,
6508: 116-7, e che ne caratterizza appieno l’atteggiamento di fondo.
Certamente, se per Kant vale quella che chiamo la ,
esistono aspetti rilevanti, per cui Hegel non è solo diverso, ma sì opposto a
Kant -però, la questione è comprendere bene e non farsi prendere dalla lettera
immediata. Probabilmente un modo di comprendere la maniera diversa, in cui
Hegel tematizza la rispetto a Kant, sta in quello ch qui dico
sotto il titolo .
“Ma un’ accurata e spregiudicata indagine storica dovrebbe
mostrare che la via da Kant a Hegel non è affatto così rettilinea e diretta
come Hegel stesso la presenta.” (Lukàcs, 1585: 558).
Goethe ed Hegel “interpretarono il giudizio come il
fecondo termine medio che compie la mediazione fra il concetto della natura e
il concetto della libertà e permette di cogliere una . E questo perché Kant, riflettendo sopra la , cioè come bellezza obiettivamente percepibile (nell’arte) e
come organizzazione (nella natura), avrebbe già espresso la vera idea della
ragione in modo formale, ancorché non si rendesse conto di trovarsi, con la sua
idea dell’intelletto intuitivo, nel campo della speculazione. In realtà, però,
egli, con la sua idea di un ‘intelletto archetipo’ avrebbe già avuto in mano la
chiave per risolvere l’enigma dei rapporti tra natura e libertà” (Löwith, 1528:
31).
“Nel decennio 1860-70 si credette di aver superato Hegel e
i suoi discepoli, per mezzo del zurück zu Kant
)>, preparato da Schopenhauer, senza essere
coscienti che questo rinnovamento di Kant era connesso all’incapacità di
dominare i problemi, sorti nel decennio 1840-50 dalle critiche mosse a Hegel...
Considerato in connessione al divenire complessivo e reale del secolo, questo
ritorno a Kant, apparentemente tanto ingiustificato, si spiega con il fatto che
gli intellettuali borghesi avevano cessato in pratica di rappresentare una
classe storicamente viva, ed avevano quindi anche perduto nel loro pensiero
l’iniziativa e la forza di penetrazione. Quando finisce il movimento politico
rivoluzionario, si conclude anche quello filosofico del decennio 1840-50 [gli intellettuali, heute]. Il ritorno a
Kant, a giudicare dal modo in cui esso avvenne, attesta un passo indietro
rispetto a quei limiti della problematica, che erano già stati raggiunti dai
giovani-hegeliani sotto il rispetto filosofico, religioso, sociale e politico.
Il mondo borghese-cristiano, intaccato nelle sue fondamenta, rivive nella
storia del neo-kantismo una rinascita apparente e solo dalla crisi del
neo-kantismo è sorto ancora una volta il tentativo di un rinnovamento di Hegel.”
(Löwith, 1528: 202-203).
Cassirer, 526: 12b suggerisce questa differenza tra
concezione hegeliana del concetto e neo-kantismo: secondo quest’ ultimo, il
concetto è un insieme di parti funzionali per l’ottenimento dell’; per Hegel, invece, è un’ unità contraddittoria e per questo
è di movimento. Questa differenza sta a dire che si deve parlare
di scientismo, sia nel caso di
Cassirer che, in generale, di certo
neo-kantismo? Per lo scientismo di Cassirer, cf. quanto egli scrive
della funzione proposizionale, in Cassirer, 526: 35a - sembra che
l’ del pensiero, per come è qui descritta, renda difficile
capire quale rapporto possa avere il del pensiero con quello della .
Cassirer, 526: 26a mi sembra esporre con chiarezza la
prospettiva dialettica -almeno per come io la intendo- e la nozione di esperienza
su cui essa si basa: “... la costruzione di un -sia esso
considerato come un complesso di oggetti sensibili o logici, reali o ideali-
non è appunto mai possibile altrimenti che secondo determinati principi di
ordinamento e di elaborazione formale. E il concetto non fa altro che fissare
questi elementi dell’elaborazione formale per sé e fissarli per il pensiero.” -
[chiarisce cosa significa per Hegel?].
“Contro gli argomenti di natura psicologica ed
antropologica proposti da «alcuni moderni» Kant aveva sì sottolineato la natura
formale della logica, ma la stessa contrapposizione operata da Kant tra logica
trascendentale e logica formale aveva finito per far prevalere presso i
filosofi idealisti l’aspetto trascendentale e psicologico. «Fu lui con il suo
trascendentalismo che diede inizio a quella strana mescolanza di logica ed
epistemologia che Hegel e gli altri idealisti dell’Ottocento presentaronno
sotto il nome di logica» è la drastica conclusione di William e Marta Kneale...”
(AAVV, 6069: 715).
«A proposito del neokantismo di Cassirer, va osservato
ch’egli s riferisce ad Hegel nelle prefazioni a tutti e tre i volumi della Philosophie der symbolischen Formen, e
precisamente là dove illustra la natura della sua impresa. Nel terzo volume -
la Phänomonologie der Erkenntinis-
arriva anzi ad identificare il suo proprio concetto di fenomenologia con
l’accezione hegelina del termine» (Cassirer, 6508: 20).
L’idealismo trascendentale di Kant -giusta la citazione,
che trovo in Cassirer, 6508: 77- sembra fatto a posta per confermare la
critica, che ne fece Hegel. Con idealismo
trascendentale, Hegel intende “la filosofia di Fichte nella sua dipendenza
dal soggettivismo kantiano.” (Cingoli, 7464: 53).
«Come Kant, (Hegel) è convinto che il problema della
libertà sia l’alfa e l’omega della filosofia idealistica. Questo problema
pervade l’intera sua opera... L’analisi dei fenomeni dello spirito soggettivo,
dei fenomeni della coscienza, deve venir integrata da un’ analisi più profonda
e più vasta, da una filosofia dello spirito oggettivo e dello spirito assoluto.
Soltanto mediante una filosofia siffatta diviene possibile definire e
dimostrare il concetto autentico della libertà. Non possiamo restringere la
libertà alla moralità, perché così facendo la includiamo nei limiti della mera
soggettività, della riflessione soggettiva.
La libertà significa invece molto di più: significa la meta ultima dello
spirito assoluto, e al tempo stesso la via cb'esso deve percorrere per
raggiungere questa meta. La libertà non
è un semplice fatto della coscienza, che debba esser creduto sulla
testimonianza della coscienza medesima. E’ qualcosa che deve farsi e
acquistarsi, e non può esser acquisita che mediante il processo di
autorealizzazione dello spirito [Dato che
lo spirito è libertà -come dice Hegel, 3971: 58b- e che lo spirito ha nella
storia la propria concreta espressione e la più compiuta realizzazione di sé
nello Stato, allora il terreno della libertà è lo stesso terreno della storia:
è questo il punto su cui Kierkegaard attacca, vedendo in esso una dissoluzione
dell’individualità]. E ciò spiega il
rapporto della libertà con le differenti forme della cultura, con l'arte, la
religione, la filosofia. Arte, religione e filosofia sono null'altro che le differenti
e necessarie fasi dell'autorealizzazione dello spirito assoluto. E la
filosofia, comprensiva di tutte queste fasi, non solo tiene insieme l'arte e la
religione, ma le unifica in una visione spirituale unitaria, innalzandole così
alla sfera del pensiero autoconsapevole. “Questo sapere è, dunque, il concetto
dell'arte e della religione, conosciuto dal pensiero: nel qual concetto quello
che v'ha nel contenuto di diverso è conosciuto come necessario, e questo necessario
è conosciuto come libero”. Con ciò Hegel è convinto di aver realizzato
l'autentica conciliazione di libertà e necessità. La via attraverso la quale lo spirito
assoluto giunge a se stesso è una via necessaria; ma il punto d'arrivo in cui
questa via sbocca è l'assoluta autoconoscenza - ossia l'assoluta libertà dello
spirito. L’idealismo in tutte le sue
varie forme respinge l'idea di uno spirito sottoposto ad un destino
esterno. Per possederla, lo spirito deve
esso medesimo realizzare ed attualizzare la sua libertà, e l'intera opera della
cultura è precisamente questo processo di autorealizzazione.L'idealismo critico
si propone un compito diverso e più modesto rispetto all'idealismo assoluto di
Hegel. Non si pretende capace di
comprendere il contenuto e la meta della cultura in modo tale da poter dare una
definizione logica di ogni suo singolo passo, e una descrizione metafisica del
piano universale secondo il quale essi si svolgono dalla natura e sostanza
assolute dello spirito. Ma, fatta salva
questa riserva critica, non pensa che i singoli stadi e processi mediante i
quali l'universo della cultura si costruisce manchino di un'effettiva e reale
unità, che null'altro siano se non disiecta
membra, sparsi frammenti» (Cassirer, 6508: 96-7).
Dalle bozze napoletane di Holz ricavo lo stimolo per
questa osservazione: la critica di Hegel a Kant (voler pensare il pensiero, prima di pensare) ha, in realtà, questo
senso: concepire il pensiero come un oggetto, che posso dall’esterno esaminare
e descrivere, significa assegnargli caratteri rigidi che, appunto, ne
definirebbero l’individualità; ma in questo modo risulterebbero fissate
caratteristiche, che il pensiero ha in un momento dato del suo svolgersi
storico e, dunque, se ne perderebbe la dinamicità (pensa sempre al Parmenide platonico). Cf. gwfh.doc, alla
p.36, a proposito di ed anche Cingoli, 7464: 21a.
Mi chiedo se quanto scrive Emilio, 6631: 38-40 non sia, in
sostanza, quello che Hegel intende quando critica Kant per la pretesa di
nuotare prima di buttarsi in acqua. In Emilio, 6631: 42 trovo un ulteriore
motivo, che mi pare accumunare sia Kant che Hegel: la rivendicazione della
metafisica, come riflessione sulle (ciò in
mancanza di cui è imporprio dire ‘c’è X’); è un motivo anti-pluralismo ed anti
pensiero debole, in quanto pone la necessità che il pensiero si riconosca nei pensati -pensa alla centralità del tema
in Hegel.
«E’ risaputo che Hegel voleva costruire (le) fondamenta
(del suo pensiero) su un sistema metafisico che egli affermava di aver
sviluppato dalla critiche di Kant alla metafisica. Ma ciò che più interessa il
nostro discorso è piuttosto il ritorno di Hegel alla tradizione della teologia.
Certamente la sua teologia dovrebbe essere considerata eretica in quanto
trascura il dogma cristiano della creazione come evento compiutosi una sola
volta e quello dell’incarnazione come un accadimento altrettanto unico nel
tempo. La storia dell’universo era per Hegel la storia di dio che crea se
stesso e la storia dell’umanità era nello stesso senso l’Incarnazione continua
dello spirito» (Gombrich, 5558: 26-7). Che significa l’ per
Hegel, secondo Cottier, 5341: 24; in questo senso, importante la concezione che
ha Hegel, 1146: 56 dell’amore di dio, la quale, in realtà, significa la
trasformazione dell’individuo separato in cittadino attivo e consapevole -che
è, ovviamente, un’affermazione di immanentismo, com lo è il fatto che dio non
conosca gelosia (Hegel, 1146: 64)..
Bada alla distinzione, che Kant introduce, tra filosofia,
in quanto Schulbegriff, e filosofia, in quanto Weltbegriff, per le
ripercussioni che può avere sulla comprensione della dialettica (cf.
1kant.doc); in proposito, tieni presente quanto ha detto Valentini a Siena, a
proposito del recupero hegeliano della Critica
della ragion pratica e, dunque, del sollen.
Importante AAVV, 0574: 23-4, per il modo in cui son
presenti, in Kant, sia il tema , sia il tema
: in particolare la pagina serve ad ambientare quest’
utimo.
Se vale quanto scrive AAVV, 0574: 24, se è vero, dunque,
che -secondo Kant- all’intelletto appartiene la forma della legge, mentre la sua determinazione deriva dall’esperienza, qual è allora la differenza
profonda con la tesi hegeliana? Anche per Hegel, infatti, la forma
del processo dello spirito è quella che è e solo entrando nel Esser-ciò
acquista determinatezza e compiuta realtà -in proposito, cf. le citazioni da
Garroni, in 1kant.doc.
“Col passare del tempo si ritiene sempre più che
l’idealismo tedesco non sia stato una linea diritta da Kant ad Hegel.”
(AAVV, 0574: 44).
“Hegel odiava le strade facili in filosofia e aborriva il
misticismo. Perciò egli dapprima, nei suoi studi personali, si teneva stretto
(finché avesse trovata la sua propria forma di pensiero) al modo originale con
cui Kant trattava i problemi della nuova filosofia.” (Royce, 7437: 256a).
Tieni presente il concetto di intuizione (Anschauung/Intuitus) che ha Kant e rifletti sul suo rapporto con la concezione
dialettica di concetto (Cassirer, 1651: 130s). Dovrebbe essere un
terreno di ricerca questo: intendendo intuizione in un certo
modo, Kant costruisce la conoscenza concettuale ( o dell’intelletto) a partire
dall’intuizione; Hegel, invece, indicherebbe il tragitto intuizione/concetto
intellettuale/concetto dialettico, ovvero, intuizione articolata.
Per Kant, 7292: 232a, la categoria non dà alcun concetto
determinato, cioè circoscritto a certe condizioni della sensibilità: è questo
un presupposto del sapere assoluto di Hegel? Cf -in Höffe, 6179: 39- cosa
intende Kant per .
A me sembra che qui sia espresso bene
il rapporto di Hegel con Kant: “In ogni caso il consensus gentium nella
fede di Dio rimane espressione del tutto vaga anche nei fatti che esso esprime
e, se pure il suo fondamento storico fosse più solido e ben determinato, non
sarebbe per sé costruttivo. Tali specie
di prove non giungono a produrre una convinzione propria e intima, perché il
consenso di altri è un qualche cosa di occasionale. La convinzione, sia essa una fede o una conoscenza pensante,
prende bensì origine dall'esterno, dall'autorità, con l'insegnamento e lo
studio della dottrina; ma è essenzialmente un ricordarsi [sich erinnern] all'interno
dello spirito. La libertà formale
consiste nel trovare l'uomo la propria soddisfazione in se stesso. Davanti a questo momento cade completamente
ogni autorità. La libertà reale dell'uomo è l'altro momento; in essa l'uomo
trova la sua soddisfazione nella cosa e ugualmente essa annulla completamente ogni
autorità. I due momenti sono veramente inseparabili.” (Hegel, 1146: 71).
Kant, 7168: 210s potrebbe valere come prova che lo stesso Kant è
consapevole della contraddizione, che inevitabilmente affètta dia quando ne
vengono determinate le proprietà. Infatti, la necessità di pensare prima di tutto
“la santità della legge”, chiaramente, ha lo scopo di togliere la
contraddizione, in dio, fra bontà e giustizia. Cf. anche Kant, 7168: 214.
Schopenhauer, 3005: 85 cita tre § dell’Enciclopedia hegeliana, per denunziarne le insulsaggini contro
Kant.
[7]
Hegel, 1146: 140s (la questione dello ) va
letta come polemica contro il sapere immediato, esattamente contro il
‘post-moderno’ -se con questo si intende la svalutazione dell’astratto, in nome
della determinatezza e ricchezza dell’immediato; Hegel mostra, invece, come il
finito (l’immediato) non solo non è determinato (né concreto), ma piuttosto ha
come determinazione propria quella di . Se ne ricava, dunque,
che il sapere (qualunque sapere) deve prender le mosse dalla consapevolezza di
cosa sia il finito e, quindi, volgersi all’infinito; evidentemente ciò vale
anche per le Einzelwissenschaften, le quali, comunque circoscritte da una
regione, debbono anch’esse lavorare con un e non
col finito, immediatamente dato[14]. La
‘condanna’ dell’immediato, finito, ricompare in Hegel, 1146: 145a - qui è
interessante notare ( a) che l’intelletto
pretende risolvere la contraddizione, ma trasformando la cosa nella propria
ombra, dacché ne afferma solo un lato, negando l’altro; (b) l’altra soluzione consiste nel riconoscere la contraddizione, ma anche
il suo esito -ovvero, la riduzione a nulla; ricorda questo testo, che traggo da
gwfh.doc: “, perché [Hegel, Logica II, 1, 2C).”; in Hegel, 1146:
145s si legge: la soluzione (b) è, ad un tempo, esatta e falsa,
dacché “contraddizione e nulla sono almeno distinti tra loro; la contraddizione
è il concreto, ha ancora un contenuto tale che si contraddice; esso lo enuncia,
esprime ciò di cui è la contraddizione. Il nulla al contrario non esprime
niente, è senza contenuto, è il vuoto completo... Il nulla non è affatto la contraddizione. Il nulla non
si contraddice, è identico con sé.”
“Hegel ha radici nelle scienze del suo tempo in modo più
profondo di qualsiasi altro idealista.” (Hartmann, 8174: 258).
Il significato di Hegel per la scienza della natura, cf.
AAVV, 7124: 263. Tuttavia, va pure registrato un importante sviluppo della
scienza naturale dopo la morte di Hegel, che origina anche un nuovo rapporto
con la filosofia. (AAVV, 7124: 265a).
«Hegel fu l’unico filosofo prima di Marx che -in specie
nella Fenomenologia...- diede
espressione in maniera chiara ai nuovi problemi della comprensione del mondo,
soprattutto all’importanza primaria della processualità storica e della
complessità delle forme oggettuali» (Lukàcs, 7290: 112-3); così prosegue il
testo -e sulla cosa bisogna ragionare: «... abbiamo (in Hegel) il continuo
tentativo di fare delle categorie logiche tramandate dalla storia della
filosofia, come dalla pratica, il fondamento spirituale della nuova visione del
mondo» [ciò che mi appare bizzarro è che,
qui, , nel senso di Hegel,
è dato senza ulteriori specificazioni, né di significato né di livello] .
Hegel prende le mosse dalla problematica forma/contenuto,
quale appare nell’ambiente Kant - Fichte. (AAVV, 7124: 158)[15] - almeno tenendo presente Kant, ciò
significa che Hegel prende le mosse da una problematica, in cui la matematica
gioca un ruolo centrale. “Ma -così prosegue Holz, in AAVV, 7124: 158- al
contrario di Fichte (il quale assegnava ad ogni scienza una sua propria
sistematica, ricavata da un principio e nella dottrina della scienza come
scienza della scienza voleva dare il principio del sapere scientifico in
generale), Hegel, nel corso delle riflessioni che con gli schizzi jenensi si lega
alla sistematica della filosofia, riconosce che l’unità di forma e contenuto
può essere posta in luce (herstellen),
solo, ad un nuovo livello della logica, che deve prendere il posto dell’antica
metafisica e deve appieno conquistare le forme logiche mediante il movimento
dei concetti, riempiti di contenuto, degli essenti e delle loro relazioni.” - E’ così che si giustifica Hegel, 1146: 23,
23s, da cui risulta che non solo le prove dell’esistenza di dio, ma dio stesso
è semplicemente un caso di applicazione della logica. Da quanto sopra
sembrerebbe che la riflessione della scienza su se stessa non può superare
certi limiti, o (forse) che esiste un metadiscorso scientifico, che è compito
della filosofia, in quanto logico-ontologia e sostitutiva dell’antica metafisica.
Che il discorso della scienza, secondo Hegel, abbia bisogno di un metadiscorso
fondativo, vien ribadito da Holz, in AAVV, 7124: 159 -di qui il mio penchant
verso Hilbert; ma anche la tentazione di accostare tutto ciò a Wittgenstein,
una volta che sia chiarito che l’ambito della riflessione di Hegel è sempre
quello dell’esperienza e della sua grammatica. In questo senso, quale che sia
il livello della riflessione, la Begründung non è mai di ultima istanza, non ha
ai un valore assoluto. Sia per Leibniz che per Hegel, la fondazione di ogni
verità -dunque, di ogni sapere scientifico- rimanda ad una visione del mondo
come totalità (Weltganzes); se per
Leibniz questa visione è simultanea (come appare all’occhio divino), per Hegel,
invece, si volge nel tempo, nella storia. - se
non sbaglio, ciò consente di comprendere meglio perché Holz si soffermi tanto
sulla nozione di Weltbild. [cf. 1episte.doc, in cui riporto questa pagina
in relazione a Preti]. Inserisci in questo contesto la critica hegeliana al metodo
matematico e geometrico, richiamata da Althusser, 7737: 95a.
Cassirer, 6508: 127 ricorda come, nelle Regulae ad directionem ingenii,
Descartes scriva: «... tutte le scienze non sono nient’ altro che l’umano
sapere, il quale permane sempre uno e medesimo, per differenti che siano gli
oggetti a cui si applica, né prende da essi maggior distinzione di quanta ne
pranda il lume del sole dalla varietà delle cose che illumina...» - mi chiedo se questo non abbia a che fare con
la nozione hegeliana di ; in AAVV,7124: 161c, testo
di Hegel, in cui si afferma che ciò che delle scienze rimanda alla ragione,
quello appartiene alla filosofia -il che,
tra l’altro, conferma che ciò, che noi intendiamo per , per
Hegel, vale come Einzelwissenschaft..
«L’affermazione secondo la quale la filosofia è dottrina
della scienza (Wissenschaftslehre)
rimanda a Fichte e conferisce alla filosofia quel carattere di rapporto
riflessivo e indiretto con l’oggetto, carattere di ,
che è elaborato nella maniera più marcata, ma ancora non dialettica, nella
filosofia trascendentale di Kant» (Holz, 7404: 71). A questo si può collegare
Hegel, 3971: 49 che definisce il concetto semplice che la filosofia porta con
sé (cf. qui [2]), per la storia, un presupposto,
ma non per la filosofia: richiama la sfida Platonica a Zenone, contenuta
nel Parmenide.
Da Holz, 7404: 85s: «La forma logica in cui il sapere di un
oggetto si dà in modo esplicito è la predicazione, il giudizio per cui si
attribuiscono delle qualità ad un oggetto. La verità “nell’elemento della
scienza” - la quale è per Hegel... la vera figura della verità- si manifesta
anzitutto come verità della predicazione; la forma nella quale il pensiero
viene a se stesso è la predicazione.». Per questo tema, cf soggetto/predicato in hegello.doc.
«La funzione autentica della logica -leggo sempre nelle bozze napoletane di Holz- non è quella di
indicare le regole della classificazione, cioè della distinzione e della
connessione, che è soltanto parte del suo compito; bensì quella di descrivere
il processo del determinare e andar-oltre: la progressiva determinazione (Fortbestimmung), processo che
costituisce la via dalla alla ». Una
tesi opposta? Garroni, 4187: 34-5 a proposito del ruolo meditore del giudizio,
in Kant, fra oggetto determinato e principi/concetti dell’intelletto, non solo
mi pare vada accostato a quanto Hegel scrive a proposito dell’intuizione
dell’uomo politico (gwfh.doc), ma anche al discorso che fa Lukàcs, 1565 su arte
e scienza nella politica in Lenin. A proposito di Lukàcs su Lenin, mi chiedo se
non serva a capirlo, quanto scrive Emilio a proposito della sua analisi della
kantiana Critica del giudizio: «Si è
detto, in sostanza, finora, leggendo fedelmente Kant, che è necessaria, perché
sia possibile una conoscenza effettiva, una certa attrezzatura di condizioni
intellettuali precostituite (noi diremmo oggi: di condizioni determinate a
livello di patrimonio genetico), da una parte, e dall’altra anche una capacità
di specificare quelle condizioni, di applicarle ai vari casi concreti; e che
tale capacità non è propriamente una capacità intellettuale, ma una capacità
estetica di , creativa e costruttiva dell’uomo (un , o un ..., ma -per così dire- su un piano diverso» (Garroni, 4187: 74).
“L’esame critico dei concetti scientifici instaurato dal
Mach ha come conseguenza un rifiuto, da parte dei cultori della scienza, di
abbandonare la fondazione delle basi ultime di essa ai filosofi, in quanto la
sfera dei principi non è preclusa, di diritto, all’indagine scientifica stessa.
Le geniali elucidazioni critiche di Einstein sul concetto di simultaneità
renderanno sempre più evidente il dovere della fisica -e delle scienze in
generale- di mettere ordine essa stessa nelle sue idee... quando l’apparato
categoriale della scienza sia considerato nella sua funzionalità strumentale,
cade ogni possibilità di abbandonare la sua fondazione nelle mani dei filosofi
che dovrebbero farne un loro oggetto specifico ed esclusivo. In tal modo lo
spirito critico verrebbe disperso nelle costruzioni dogmatiche di una sfera
ontologica sotratta alla vigilanza della scienza.” (Barone, 2702.1: 67-8). “Che
la riflessione critica sui concetti della scienza possa -o, meglio, debba-
essere sviluppata dai cultori stessi della scienza, ciò non implica affatto che
una tale riflessione si possa ricondurre sullo stesso piano della formulazione
di leggi e della prognosi di eventi.” (Barone, ivi: 76). E’ ovvio notare che questo è un
punto decisivo dell’intrapresa di Hegel, anche se a me sembra del tutto
evidente che la filosofia, contro cui si muove la linea critica moderna, non ha
a che spartire con la riflessione hegeliana.
G.Dilthey mostra “la vanità di un rinnovamento di Hegel,
che passi sotto silenzio l’incompatibilità della scienza scientifica moderna
con la scienza speculativa di Hegel, e sembri così dimenticare che Hegel ha
considerato le scienze come < l’edificio di un intelletto abbandonato dalla
ragione >, il cui ingrandimento è insopportabile per la superficialità di
tale sapere.” (Löwith, 1528: 207).
Mi pare
interessante per la questione del modo di procedere dell’antropologo; in
particolare mi pare vada sottolineata la tesi, secondo cui l’antropologo può
dire , anche se alla coscienza
dell’ non risulta affatto; inoltre, sembre possibile richiamare
Lévy-Bruhl: “... dal fatto che gli antichi non
pensassero, nella loro mitologia a ciò che noi ora vi troviamo, non consegue
affatto che le loro rappresentazioni non siano, e non debbano quindi esser
considerate in sé come simboli; giacché i popoli, nell’epoca in cui creavano i
loro miti, vivevano in condizioni esse stesse poetiche, prendendo quindi
coscienza del più profondo del loro intimo non in forma di pensiero, ma nelle
figure della fantasia, senza separare le rappresentazioni astratte generali
dalle immagini concrete.” (1141: 353). Nota
che per Hegel sembrano valere entrambi le tesi: -se voglio comprendere il
simbolico, debbo accoglierlo per quello che esso è, cioè per l’esperienza, che
in esso si deposita (anti-riduzionismo, anti-intellettualismo); - il simbolico appartiene alla pre-arte,
dunque, esiste uno sviluppo orientato dell’arte, in forza di cui il senso
obiettivo (ovvero, secondo la Entwicklung dello spirito) di un qualcosa può
differire dal senso che quello stesso qualcosa ha per l’ -ad es.,
“il punto terminale a cui tende l’arte simbolica, raggiunto il quale essa si
dissolve in quanto simbolica, è l’arte classica.”( Hegel, 1141: 358). Quanto scrivo nell’Introd. al Manifesto di Marx-Engels tende, invece, a togliere
questo determinismo nella prospettiva dialettica - in questa chiave, può essere
interessante Vincent, 2681: 148, perché mostra una situazione, quella
dell’antica Roma, in cui esistono molti elementi dell’economia capitalistica, i
quali, però, non si ‘incontrano’; tieni presente, anche, quale ruolo può aver
avuto Max Weber nel far emergere la critica del determinismo marxista (ricorda
che Weber polemizza contro il marxismo della II Internazionale).
In Cassirer, 526: 55a viene espresso il contenuto, che
lego al termine hegeliano ; sempre in accordo col modo mio di
intendere , cf. Weil, 2737: 32..
Se il movimento della coscienza è il movimento stesso
dell’essere, che senso ha parlare di ? Cf. Sebag, 4691: 18-9 -mi chiedo se in Hegel non si
dica in due sensi: 1) errore nel senso di dire P, quando invece ¬P; 2) errore
in quanto mancanza di consapevolezza del movimento dello spirito; in 1) la
prospettiva è quella dell’intelletto comune, dunque, del senso comune e
dell’intelletto; in 2) la prospettiva è quella della Vernunft - con la
specificazione che una certa situazione in 2) rende necessario 1): cf. la
critica di Marx alla Nationalökonomie. Il tema dell’ideologia. A conferma, cf.
la cit. da Hegel, in Sebag, 4691: 24-5. Cf. in marx.doc, la citazione da Sebag,
4691: 56.
Anche Holz sottolinea come la filosofia di Hegel non abbia
come oggetto il mondo, ma sì il sapere scientifico del mondo. «... un raffronto
con Wolff dimostra come l’abbozzo sistematico dell’Enciclopedia, rappresenti l’impegnativo disegno di un recupero
della metafisica tradizionale e dell’architettonica della sua problematica.
Ora, dopo Kant non era più possibile erigere, semplicemente, impianti
metafisici secondo lo stile dei sistemi filosofici delle Scuole del Settecento
(anche se l’affinità della Enciclopedia
a tali sistemi è inconfondibile e perfino intenzionale, come la prefazione all’Enciclopedia di Heidelberg lascia
intendere). Hegel nella logica speculativa aveva rivalutato la metafisica come
critica della metafisica classica. Restava l’obbligo di dedurre
-precedentemente al sistema, e come suo presupposto- la facoltà e il metodo
della ragione nel trascendere i limiti dell’intelletto per conoscere gli
oggetti non empirici. Kant aveva tentato di assicurare tali presupposti nella
critica della ragion pura..., ma si era imbattuto nelle antinomie, limite che
impedisce di entrare nel regno della metafisica» (testo di Holz, che traggo
dalle bozze napoletane).
Dalle stesse bozze di Holz ricavo -a proposito del
- che «è un compito della Fenomenologia quello di decostruire
i fattori determinanti dell’alienazione dello spirito da sé (e insieme, anche,
quello di decostruire i contenuti della cultura quando sono diventati
feticci)».
«La rigidità del logico. Che succede
quando si dice: das Muss della cinematica è assai più rigido del Muss causale,
che costringe la parte di una macchina a muoversi così, se l’altra parte si muove così?-
Immagina che noi si possa rappresentare i modi di movimento di un meccanismo
‘perfettamente rigido’; e che venga detto che questa immgine è del tutto
rigida, intendendo con ciò che possiamo assumerla come modo di rappresentazione
-come che stiano i fatti, come che si possano flettere o espandere le parti del
meccanismo reale» (Wittgenstein, 2767.1, §. 121) - la mia domanda è: i due livelli qui indicati da Wittgenstein possono,
in linguaggio hegeliano, corrispondere alla storia secondo il concetto ed alla
storia secondo il fenomeno? Cf. anche marx.doc ed il concetto di
.
Secondo Kant, “pel concetto (durch den Begriff), l’oggetto non viene pensato se non come
conforme alle condizioni generali di una possibile conoscenza empirica in
generale; per l’esistenza (durch die
Existenz) invece, come contenuto nel contesto dell’esperienza totale; se
dunque mediante il rapporto col contenuto dell’esperienza totale il concetto
dell’oggetto non è menomamente accresciuto, il nostro pensiero, per altro,
mediante esso acquista una percezione possibile di più.” (Cassirer, 1651: 249).
- La questione è sapere quale rapporto ha
questa distinzione kantiana con quella, hegeliana, delle due storie (ché ne
sembra quasi il calco).
Cf. kant.doc, per la relazione fra concezione hegeliana
del concetto filosofico e quella kantiana della filosofia, come Schulbegriff.
«... la alle astrazioni della metafisica,
che la filosofia, almeno da Kant in poi, aveva messo in questione nella loro
possibilità» (Garroni, 6631: 69).
Interessante l’ottocentesco hegeliano statunitense Harris,
a proposito del : fa emergere l’antiformalismo, cioè,
l’orientamento dialettico a legare strettamente ed
suo. (AAVV, 7340.2: 28).
Iniziative internazionali sulla filosofia della natura e
sulla riflessione matematica di Hegel, in AAVV, 7124: 17-8. Per i limiti della
dimostrazione matematica, cf. hegello.doc.
La sistematizzazione delle scienze, operata da Comte,
presenta strettissime analogie con quella hegeliana (AAVV, 7124: 27).
“... la Logica
di Hegel, sotto tutti i rapporti possibili, è l’esatto opposto di un
sistema ipotetico-deduttivo, come noi lo
intendiamo nel quadro delle moderne scienze della natura.” (AAVV, 3932: 44a). - tieni presente il rapporto fra polemica
contro il sistema ipotetico-deduttivo e la critica al feticismo; in proposito,
utilissimo AAVV, 3932: 50.
Per comprendere cosa significa scienza (nelle schede, v.
) -in quanto contrapposto ad Einzelwissenschaft- in Hegel
e in Marx, tieni presente la rifondazione in senso strettamente scientifico,
che Kant tenta della metafisica (AAVV, 7124: 98a).
La scienza determinata, di cui dice Schelling (AAVV, 7124:
123), è ciò, che Hegel chiama Einzelwissenschaft; il suo limite, mi pare, non è
in primo luogo di essere scienza empirica
; sì piuttosto di essere unilaterale.
A questo punto, l’atteggiamento di Hegel -che critica le Einzelwissenschaften
ma, anche, sottolinea i meriti dell’empirismo- mi pare chiarissimo: esistono
motivi pratici, che conducono a valorizzare le scienze particolari e proprio
per il loro ricorso all’empirico; va, però, criticata la visione del mondo, che
esse comportano, quando vengano valorizzate al
di là dei loro limiti. Cf. anche 2hegel.doc.; cf. sopra [3] per un’
implicita def. di Einzelwissenschaft. Che sia proprio il loro esser particolari e non il loro ricorso
all’empiricità, che rende le Einzelwissenschaft limitate e necessitanti di un
superamento nella scienza filosofica o scienza speculativa, vien confermato
anche da W. Goldschmidt, in AAVV, 7124: 327ss. Se ho ragione, quanto noto a
proposito della Forschungsweise e della Darstellungsweise in marx.doc, è
coerente con Hegel (ma non con certo neo-hegelismo): infatti, nella distinzione
operata da Marx vien recuperata la validità/indispensabilità di un forte legame
con l’empirico, ma viene anche espressa l’esigenza di , in modo tale da consentire un’ esposizione deduttiva -quindi, che
parte dall’insieme per giungere al particolare.
“La scienza -scrive Hegel- è la conoscenza
concettualizzante (begreifende Erkenntnis)
dello spirito assoluto. In quanto concepito in forma concettuale (Begriffsform), ogni essere estraneo (Fremdsein) è stato superato nel sapere,
e questo ha raggiunto la piena uguaglianza con se stesso. E’ il concetto che ha
se stesso come proprio contenuto, che pensa concettualmente (begriefen) se stesso.” (cit. da Holz, in AAVV, 7124: 160-1).
Hegel, “Enzyklopädie”, §. 156.
Zusatz, a proposito dell’interazione/Wechselwirkung: “L’interazione è
il rapporto causale posto nel suo pieno sviluppo. Ed è questo il rapporto, a
cui la riflessione tende a volgersi, come a un suo rifugio, quando, per la
difficoltà del già citato progresso all’infinito, l’indagine delle cose sotto
il punto di vista della causalità si mostra non sufficiente. Così capita, ad
es., quando, nell’indagine storica, ci si chiede se il carattere e i costumi di un popolo siano
le cause della sua Costituzione e delle sue leggi, oppure, al contrario,
costumi e carattere siano effetti di quelle. E’ così che si giunge a concepire
entrambi - carattere e costumi da un lato, Costituzione e leggi dall’altro-
sotto la prospettiva dell’interazione: vale a dire che le leggi, per quello
stesso rapporto per il quale sono causa, nello stesso tempo (zugleich) sono effetto; e l’effetto, per
quello stesso rapporto per il quale è effetto, è nello stesso tempo causa. Lo
stesso avviene nel caso della ricerca naturale, in particolare a proposito
degli organismi viventi, i cui singoli organi e funzioni si mostrano stare,
parimenti (gleichfalls), nel rapporto
dell’interazione. Ora l’interazione è, certamente, la più ravvicinata (nächste) verità del rapporto di causa ed
effetto e, per così dire, si colloca alle soglie (an der Schwelle) del concetto. Tuttavia, non ci si è accontentati
di ricorrere a questo rapporto, posta la prospettiva della conoscenza
concettuale (begreifende Erkennen).
Anche nella prospettiva dell’interazione, resta un contenuto dato da
analizzare; si tratta, dunque, in realtà di un rapporto ancora privo di
concetto; si ha ancora a che fare con un’arida cosa (Tatsache) e così resta insoddisfatta la richiesta (Forderung) di mediazione, che è presente
anche nel ricorso al rapporto causale.
Esaminata da vicino la questione, l’inadeguatezza del ricorso al rapporto di
interazione consiste in questo: tale rapporto -invece che poter valere come
equivalente del concetto-, ha piuttosto bisogno, esso stesso, di esser
concettualizzato -il che avviene quando entrambi i suoi lati non son lasciati
nella condizione dell’immediatamente dato, ma ... vengon conosciuti (erkennen) come momenti di un che di
terzo e di più alto. E proprio questo è, d’ altronde, il concetto. Se ad es.
consideriamo i costumi del popolo spartano come l’effetto della sua
Costituzione e, viceversa, quest’ ultima come l’effetto dei costumi, per quanto
tale analisi possa essere giusta, tuttavia questo modo di concepire non riesce
a soddisfare pienamente, perché così non vengono concettualizzati né la
Costituzione né i costumi di quel popolo. L’obiettivo lo si raggiunge, invece,
quando Costituzione e costumi -come anche gli altri lati della vita e della
storia del popolo, si conoscono fondati nel concetto.” - Per chiarire il linite dell’interazione/Wechselwirkung, tieni
presente anche quanto scrive W. Goldschmidt a proposito della verità in Hegel
-che è tale, in quanto riesce ad esporsi concettualmente, sistematicamente
(AAVV, 7124: 328). Kant affronta
il tema della Wechselwirkung In Kant, 1328: 288ss.
Per Hegel, le scienze speculative sono: logica; filosofia
della natura; filosofia dello spirito; sul rapporto fra scienze speculative ed
Einzelwissenschaften, cf AAVV, 7124: 327ss.
“Alcuni sistemi metafisici (anche se non tutti) sviluppano
in un procedere metodico, da Hegel chiamato , il
modello del rapporto tra pensiero ed essere e, fondato su questo, il modello
del mondo complessivamente (im ganzen) : ad es., Platone nel Parmenide e nel Sofista ; Nicola Cusano, Leibniz ed Hegel [il che significa la centralità dell’esperienza, di cui io dico]. Il
pensiero speculativo presuppone la critica trascendentale [Il che significa che Hegel preesuppone Kant e che, dunque, per quante
siano le diversità ed opposizioni tra i due, non può parlarsi di rapporti di
reciproca esclusione ], ma non si ferma ad essa. Poiché l’essere nel
pensiero è sempre presente solo come e poiché la
massa infinita di oggetti e relazioni presenti nel mondo nel suo complesso, non
possono essere in un pensiero finito, il metodo speculativo si
interroga circa l’esistenza o meno nello stesso pensiero finito di aprioriche
determinazioni formali, che consentano di poter compiere in modo razionale il
passaggio dall’ambito finito di oggetti dell’esperienza al transempirico (e
transfinito) mondo nel suo complesso -le quali determinazioni formali siano
logicamente presupposte nell’esperienza.” Così H.H. Holz, in AAVV, 7124: 351.
Hegel sulla filosofia: “... die Philosophie (ist) eben
diese Lehre, den Menschen von einer unendlichen Menge endlicher Zwecke und
Absichten zu befreien und ihn dagegen gleichgültig zu machen, so daß es ihm
allerdings dasselbe sei, ob solche Sachen sind oder nicht sind.” (1130.1: 189). - Un effetto di
c’è nella religione, ma anche nella filosofia. Tieni
presente anche qual è il compito della filosofia (cit. sotto), che si lega
anche ai diversi sensi che ha il concetto di : infatti, in
quel testo Hegel non dice (ma in un altro senso, invece, lo dice) che die Dinge
= die bestimmte Gedanken. Per i diversi significati/usi di essere/Sein, cf.
-qui sotto- il Zusatz al §. 107 di Hegel, 1130.1.
[8] - “Né Hegel
né Goethe però sospettarono che un cristianesimo, il cui significato consisteva
nel potersi , aveva ben poco ormai in comune con il suo significato
originale. Eppure, la frase di Goethe: stava in effetti già al
principio di quella via, che doveva condurre da Hegel a Feuerbach, e più oltre
ancora sino a trasformazioni decisive e radicali. I due opposti esperimenti
compiuti da Nietzsche e da Kierkegaard per giungere ad una nuova opzione tra
paganesimo e cristianesimo costituiscono una decisa reazione a quel
cristianesimo liberamente interpretato da Hegel e da Goethe.” (Löwith, 1528:
49). Cf. 5hegel.doc per un importante anticipo di Hegel su Nietzsche nel
giudizio sul cristianesimo.
Per l’atteggiamento anti-cristianesimo di Goethe, cf.
Cesa, 5627: 84. Tieni presente che Hegel distingue fra quelle religioni che hanno solo un culto; quelle che
considerano laterali gli aspetti
dottrinali, che pur hanno; ed, infine, quelle religioni, che trascurano (übergehen) l’ambito dottrinario.
(1136: 413) - la mia ipotesi è che porre,
come fa Hegel, l’essenza di un qualcosa (qui, della religione) non all’inizio
ma ad una certa fase inoltrata dello sviluppo del qualcosa, consenta una
particolare disponibilità a coglier le differenti forme di manifestazione
storica del qualcosa stesso. Utilità di
Hegel per l’attuale riflessione
in sede di antropologia?
[8.1] - “Hegel non ha mai inteso la sua
del critianesimo come una negazione, bensì come una
giustificazione del contenuto spirituale della religione assoluta. La dottrina
cristiana del dolore e della redenzione era per lui determinante anche nel
campo speculativo. Invano si cercherebbe nelle sue lettere e nelle sue opere
uno sfogo ironico contro il cristianesimo; quando egli polemizza, ciò avviene
soltanto contro modi indebiti, propri di certe correnti teologiche, di dare
rappresentazioni prive di concetto. Soprattutto nella vecchiaia egli ha posto
espressamente in rilievo la cristianità della propria filosofia.” (Löwith,
1528: 56). A me pare acettabile quanto
scrive Löwith se e solo se lo si inquadra all’interno della ritematizzazione
non religiosa, ma filosofica, che del cristianesimo fa Hegel: nota ad es. come
Hegel, 3972: 56 interpreta il fatto, che il dio critiano si rivela [rivelazione
e conoscenza di dio o del vero; come anche le conseguenze immanentistiche della
concezione di dio/amore e non solo creatore, presenti in Hegel, 1146: 46a].
“Le prove dell’esistenza di dio sono cadute in tale discredito che passano come
qualche cosa di antiquato, appartenenti ad una metafisica ormai decaduta, dai
cui aridi deserti siamo usciti salvi nella fede vivente, e dall’aridità
dell’intelletto ci siamo di nuovo elevati al caldo sentimento della religione.”
- così
Hegel, 1146: 24, che polemizza contro questa ; fai
il raffronto con Kant. Nota la difesa che Hegel fa dell’intelletto -il che non
impedisce che Hegel, 1146: 51 sottolinei la necessità del rapporto
religione/sentimento: infatti, in Hegel,
1146: 134b hai certamente una prova del fatto che Hegel sta dalla parte del
contro il vuoto, astratto e rigido intelletto -anhe se il suo
non vuol laciarsi coniugare con l’irrazionalismo.
A riprova della tematizzazione del tutto mondana, che
Hegel fa della religione: “Soltanto il dio cristiano è veramente
e in pari tempo uomo, mentre la sostanza spirituale si
soggettiva in un ‘individualità storica. In tal modo, l’unità del divino e
dell’umano fu infine portata alla coscienza e fu resa possibile all’uomo, quale
immagine di dio, la riconciliazione.” (Löwith, 1528: 69). “Si potrebbe almeno
ammettere che dio, e solo dio, è l’essenza assolutamente necessaria, benché
questa determinazione non esaurisce la rappresentazione cristiana, la quale, di
fatto, ha in sé maggiore profondità di quella metafisica della cosiddetta
teologia naturale; ed è anche più profonda di quella del moderno sapere
immediato e della semplice fede in dio.” (Hegel, 1146: 172).
“La cosiddetta
secolarizzazione del cristianesimo originario -del suo spirito e della sua libertà- non
significa quindi menomamente, per Hegel, una condannabile decadenza dal suo
significato primitivo, bensì al contrario la vera esplicazione di questa
origine attraverso la sua realizzazione positiva.” (Löwith, 1528: 70). Cf. Feuerbach, 5520: 86, §. 2 - “Il modo religioso e pratico di questa umanizzazione fu il
protestantesimo. Il dio che è uomo, è il dio umano: il Cristo - solo questo è
il dio del protestantesimo. Al contrario del cattolicesimo, il protestantesimo
non si occupa solo di cosa sia dio in se stesso, ma anche di ciò che egli è per
gli uomini. Di nuovo al contrario del cattolicesimo, il protestantesimo non ha
più alcuna tendenza speculativa o contemplativa, non è più teologia, piuttosto
è essenzialmente cristologia, cioè a dire antropologia religiosa.”
“Mentre, per Lutero, il contenuto della fede cristiana era
dato dalla rivelazione, lo spirito europeo ha dato a se stesso nella
Rivoluzione francese, attraverso la mediazione di Rousseau, il contenuto della
propria volontà.” (Löwith, 1528: 70).
“Per l’intelligenza dei principi hegeliani, la filosofia
della religione è ancora più importante della filosofia dello Stato. Essa non è
una parte separabile da tutto quanto il sistema, ma il suo baricentro
spirituale. La filosofia di Hegel è al tempo stesso ,
e , poiché il suo sapere giustifica la fede.” (Löwith,
1528: 88).
[8.2] - “In questa intuizione dell'identità immediata del divino che
viene portato a coscienza come uno con la sua esistenza nella natura e
nell'uomo, né la natura è appresa quale è, né l’assoluto per sé ne è sciolto e
reso autonomo. In tal modo non si può propriamente parlare di una differenza
d'interno e di esterno, di forma e di significato, poiché l'interno, in quanto
significato per sé, non si è ancora liberato dalla sua realtà immediata nel
mondo esistente. Se noi quindi parliamo qui di significato, questo è un atto
della nostra riflessione che scaturisce per noi dal
bisogno che la forma, che possiede come intuizione lo spirituale e l'interno,
venga da noi considerata in generale come qualcosa di esterno, mediante cui
vogliamo dare uno sguardo nell'interno, nella anima e nel significato, per
poterlo comprendere. Ma di fronte a
simili concezioni generali dobbiamo essenzialmente distinguere se quei popoli,
presso cui tali concezioni si trovano per la prima volta, ebbero dinanzi
l'interno come significato, oppure se siamo solo noi che vi riconosciamo un significato che acquista la sua
espressione esteriore nell’intuizione. In questa prima unità, dunque, non vi è
alcuna differenza di anima e corpo, concetto e realtà; il corporeo e il
sensibile, il naturale e l'umano non sono solo un'espressione di un significato
che deve essere da essi distinto, ma quel che appare è esso stesso colto come
la realtà e la presenza immediata dell'assoluto, che non ha ancora acquistato
per sé un’ altra esistenza autonoma,
possedendo solo la presenza immediata di un oggetto, che è Dío o il Divino. Nel
culto dei Lama, per es., un singolo reale uomo, viene immediatamente
riconosciuto e venerato come Dio, mentre in altre religioni naturali il sole,
le montagne, i fiumi, la luna, taluni animali, il toro la scimmia ecc., sono
considerati come immediate esistenze divine.
Qualcosa di analogo, se pure in modo piú profondo, ritroviamo sotto
molti rapporti anche nella concezione cristiana. Secondo la dottrina cattolica, per es., nel
pane consacrato è immediatamente presente il corpo reale, nel vino il sangue
vero di dio e di Cristo; nella stessa
confessione luterana il pane il vino si trasformano, quando sono ricevuti con
fede, in corpo e sangue reale. In questa identità mistica non vi è nulla di
puramente simbolico; il simbolismo compare soltanto nella confessione riformata
in quanto in essa Io spirituale è separato per sé dal sensibile e l'esterno
vien considerato come un semplice riferimento ad un sígníficato da esso
diverso. Anche nelle immagini miracolose
di Maria la forza del divino opera come presente in esse immediatamente e non
soltanto come simbolicamente indicata dalle
immagini. Nella forma piú radicale e piú ampia la concezione di questa
unità interamente immediata è da noi trovata nella vita e nella religione degli
antichi zendi, le cui rappresentazioni e istituzioni ci sono tramandate nello Zend-Avesta.”
(Hegel, 1141: 367-8). “Dio è, nella sua essenza, pensiero, è il pensiero
stesso, come inoltre la sua rappresentazione e figurazione, in quanto il
figurare è il modo della religione, sono determinate come sentimento,
intuizione, fede.” (Hegel, 1146: 135).
[8.3] - «... la coscienza infelice suppone l’istituzionalizzazione della
dualità propria del mondo cristiano. La tragedia è allora tragedia reale, in se
stessa insolubile, giacché l’alienazione individuale non è che la riproduzione
microscopica di un’ alienazione più totale, quella di una figura incompleta
dello Spirito. L’incompiutezza dell’autocoscienza rinvia al suo fondamento:
l’incompiutezza della storia.» (Sebag, 4691: 21).
[8.4] - Elementi kantiani nella concezione hegeliana della religione
(Cottier, 5431: 21).”Dio è attività, attività libera, riferentesi a se stessa,
attività che rimane presso se stessa; questa è la determinazione fondamentale nel concetto, che è anche in
tutte le rappresentazioni di dio: essere se stesso come mediazione di sé con se
stesso.” (Hegel, 1146: 46)
[8.5] - Feuerbach attribuisce, in materia di religione, questo errore ad
Hegel: che, in quanto pensatore astratto, fosse portato a vederla soltanto nel suo
aspetto teorico, impedendosi così di “penetrare nell’essenza del sentimento”,
che è. invece, l’autentica sede della religione. (Cesa, 5627: 80). - Anche da questo traggo conferma che, per
quanto sia vero che Hegel ‘introduce il movimento nel pensiero’, la sua
prospettiva fondamentale resta teoretica e non pratica. Cf. marxismo.doc.[2.1].
Cf. anche Feuerbach, 2706: 50, che rimprovera ad Hegel una visione solo
temporale e non spaziale della religione, per cui finisce col sottolineare solo
ciò che distingue il cristianesimo dalla altre religioni e non ciò che, tutte,
hanno in comune. Nota che la visione spaziale conduce al concetto, in quanto
nome di classe, ovvero al concetto come astrazione empiristica (tieni presente la critica, sul tema
, che ad Hegel muove Lukàcs, 1584: 67b, cit. in 7hegel.doc]. .
[8.6] - Su cristianesimo e rappresentazione, cf. Weil, 2737: 47s, che è
utile per capire come Hegel possa servirsi della religione per esprimere un
contenuto politico o filosofico, e della politica e della filosofia per
interpretare il cristianesimo.
[8.7] - Hegel,1136, §. 270 su .
L’interesse generale non è
contrapposto a quello particolare, ché quest’ ultimo è l’articolazione del
primo. - Lo scopo dello Stato è
, prima che venga chiarito come lo Stato si articola: con
quell’articolazione, dunque, perde l’astrattezza. - Stato e Bildung - L’agire
dello Stato è descritto in termini tali (il suo è un agire consapevole negli
scopi e nei mezzi; tale consapevolezza e auto-organizzazione lo
caratterizzano), per cui mi si conferma l’ipotesi che il comunismo di Marx è il
superamento dell’ hegeliana, di cui dico in hbg.doc.
Oggi di dice: [cf.
il discorso che sulla legittimazione religiosa dello Stato, trovi in khr.doc];
ma oggi si dice, anche, che la religione è consolazione per l’ingiustizia e
speranza di compensazione per la perdita mondana (di nuovo, cf. khr.doc): bisogna scegliere tra le due tesi. - Il
sottinteso di chi vuole una legittimazione religiosa dello Stato è che quest’
ultimo non possa ridursi se non al piano delle passioni e della ingiusta
violenza; mentre la religione sarebbe la sola a poter pretendere che proprio
scopo sia il giusto; in Th. Mann, 3083: 213 una pagina che, in gran parte,
illustra -ed esprime- l’atteggiamento da Hegel criticato: in sostanza, Mann
dice che il carattere sovra-individuale dell’uomo non è solo politico, ma anche
metafisico, non è solo ‘massa’ ma anche ‘personalità’; di qui la differenza
essenziale tra sfera dello Stato e sfera della moralità e di qui, anche, la
superioità di quest’ ultima (posizione ribadita in Mann, 3083: 242, con la
citazione da Lagarde); osserva, per altro, la continuazione -anche
terminologica- in Mann delle tesi neo-hegeliane criticate da Marx. Sempre in
Th. Mann, 3083: 221 ed ancor più chiaramente, “Considerando che la politica, la
vita sociale, è, come abbiamo già visto, la sfera della necessità immediata e
del compromesso, si può dire che l’atteggiamento propriamente ragionevole sarà
quello moderato e intermedio per non dire mediocre, una politica insomma della
via di mezzo.”; ancora in Th. Mann: “... col concetto fondamentale
dell’educazione il problema sociale e politico rientra nel suo alveo naturale,
torna dove sta di casa, cioè nell’intimo
della personalità, perché per quel tramite esso torna ad inserirsi in quella
sfera che non avrebbe mai dovuto
lasciare, nella sfera morale e dell’anima. La religiosità e la socialità insite
in quel concetto educativo possono apportare una nuova aurea conciliarice nella
vita della società.” (Mann, 3083: 223).
La tesi di Hegel è, invece, che lo
Stato “der Geist ist, der in der Welt
steht.” - Non bisogna dimenticare
che la religione può assumere forme tali da comportare la più dura schiavitù,
per il peso di pregiudizi, che degradano l’uomo al livello animale (come
esempio, Egiziani e Indiani, che, negli animali, venerano la somma essenza). -
Dato che la religione può assumere forme mostruose, allora il problema non sarà
quello di parlare della religione in generale, ma sì di un potere salvifico,
che assuma su di sé il diritti della ragione e dell’autocoscienza. - Per affrontare il tema del rapporto fra
religione e Stato, bisogna tornare al loro concetto - Concetto di religione: la
religione ha, come proprio contenuto, la verità assoluta e, quindi, in essa
rientra anche il più alto orientamento (Gesinnung
- per comprendere bene il significato del termine, tieni presente l’uso di Sinn in luther.doc). Come intuizione, sentimento,
conoscenza per rappresentazione di dio in quanto fondamento e causa illimitata
da cui tutto dipende con cui essa ha a che fare, la religione implica la
rivendicazione/ammonimento (Forderung)
che tutto venga colto in questa relazione e che appunto in essa trovi la
propria conferma, legittimazione e sanzione (Vergewisserung). Per la coscienza, Stato, leggi e doveri ricavano
da questo rapporto la più alta verifica e la somma obbligatorietà... La
religione contiene il luogo, in cui -pur attraverso ogni cambiamento o perdita
di scopi interessi e possessi reali- si conserva la coscienza
dell’immodificabile e della somma libertà e liberazione [notala questa endiade che, a parer mio, ha il senso che ho già notato:
la Freiheit in Hegel è veramente Befreiung].- (in nota alle pp. 405s, si
legge che nello Stato religione, conoscenza e scienza, in parte, son presenti
come mezzi della cultura (Bildung) e
dell’orientamento (Gesinnung), in
parte, come scopi a sé e, dunque, come esistenze esterne; in entrambi i casi,
comunque, ad esse sono applicabili i principi dello Stato).- Se, dunque, la
religione dà all’etico in generale ed alla natura dello Stato in particolare il
fondamento di esser contenuti nella volontà di dio, purtuttavia dà solo il
fondamento ed è questo, appunto, ciò da cui poi religione e Stato si
differenziano. Lo Stato è volontà divina in quanto attuale (gegenwärtig), in quanto spirito, che si
svolge nella figura e nell’organizzazione
effettiva di un mondo. Qui posso inserire Hegel, 1130. 3: 354, quando
illustra il ruolo etico della negazione:
quest’ ultima -scrive Hegel- è ciò mediante cui la reale autocoscienza etica
eleva il suo spirito alla sua verità; dunque, nel mondo etico, la negazione è
il momento della completa purificazione del suo sapere dall’opinione soggettiva
e la liberazione della sua volontà dall’egoismo del desiderio.
Coloro, i quali pretendono permanere
nella forma della religione nei riguardi dello Stato, si comportano come
coloro, i quali pretendono aver conoscenza del diritto, se si mantengono sempre
presso l’essenza e da questo astratto non procedono mai verso
l’esistenza (Dasein) o come coloro, i
quali vogliono solo l’astratto Bene,
lasciando all’arbitrio di determinare cosa
sia bene. —— [non mi pare dubbio che,
qui, Hegel sta del tutto anticipando il Marx, che ragiona sul Frutto e sulle
frutta (SG,7401:188); come anche sta illustrando, e denunciando, il gioco del
trascendimento/recupero surrettizio, di cui dice Della Volpe. Nota, ancora,
che, per Hegel, di un qualcosa significa dire solo l’essenza, dunque, pronunciarsi in modo
insufficiente]. Che la religione dia
all’etico in generale ed alla natura dello Stato in particolare il fondamento
di esser contenuti nella volontà di dio ha, anche, un’ altra conseguenza -ed
evidentemente, qui, Hegel pensa in particolare al cattolicesimo ed al suo
intimo legame con la Positivität, da cui deriva mancanza di libertà dello
spirito: a questa mancanza di libertà corrisponde, solo, un legiferare ed una
Costituzione della giuridica ed etica mancanza di libertà e, dunque, una
condizione di mancanza di diritto e di non eticità nello Stato reale. (1130. 3:
357; nota la convergenza con Hume, che parla delle monarchie, in Hume, 2813:
312). In altre parole, una religiosa
Positivität non può fondare, se non una politica Positivität. Gli Stati
fondati dal cattolicesimo, son fondati sul fanatismo;
e quest’ ultimo non si rovescia loro contro, solo fino a quando essi restano
immersi nell’immoralità e nella mancanza di diritto. (Hegel, 1130. 3: 358).[16]
La religione è rapporto con
l’assoluto, ma nella forma del sentimento,
della rappresentazione, della fede ed
in questo suo centro, che tutto contiene, tutto è presente come accidentale e
dissolventesi; se la religione, questa essendo la sua forma, fosse il
fondamento dello Stato, scompiglio, oscillazioni e insicurezza si
riverserebbero sullo stesso Stato; il giusto non avrebbe alcun diritto a suo
fondamento, ma sarebbe abbandonato all’arbitrio ed alla passione; a coloro, i
quali ne soffrono le conseguenze non resterebbe altro, se non la religione come
compensazione e speranza, oppure verrebbero condannati ed abbandonati in quanto
irreligiosi. Questo atteggiamento, proiettato all’esterno e, dunque, non
mantenuto all’interno dell’animo, ma volto nvece alla realtà, determina il
fanatismo [v. in tema, le schede su
] , che, come quello politico, di fronte
all’infinità del sentimento, svaluta tutte le istituzioni e, dunque, rende
incerti proprietà, matrimonio, relazioni lavorative, ecc.—— [Mi pare che questa osservazione consenta di
tornare sul tema . Sembra legittimo
interpretare Hegel in questo modo: individuare il concetto di religione
significa separare le caratteristiche sue, che la differenziano da conoscenza,
scienza, ordinamento etico, ecc.; se così procedo, allora, ottengo da un lato
quel rapporto che Hegel indica con l’Assoluto ma, dall’altro, la svalutazione
dell’esistente, in quanto evanescente e casuale (osserva che, a questo punto,
l’ non è ciò che determina/prescrive la storia del qualcosa, sì
piuttosto è un risultato della storia
del qualcosa: se non sbaglio, ciò dovrebbe consentire ad Hegel di parlar di essenza,
in mancanza di essenzialismo; a questo si
lega la polemica di Hegel, 1146: 68 con la conoscenza della storia, se vien
contrapposta alla metafisica, nonché la sua evidente polemica contro
l’essenzialismo, se con ciò si intende la contrapposizione tra finito ed
infinito, come appare in Hegel, 1146:
98s. A proposito del tema nella dialettica. “Il mondo
delle non è dunque (in Aristotele, dato il rapporto che
stabilisce fra concetto e teleologia) al di là dei fenomeni come un esistente
per sé e separato; ma è intimamente presente ai fenomeni stessi come un tutto
di forze agenti da fini che intervengono nel decorso dell’accadere puramente
materiale a regolare e a guidare.” (Cassirer, 1651: 330) - considera la
possibilità che la nozione di concetto come sia in continuità,
quindi, con la linea aristotelica. Lo confermerebbe Meikle.Aggiungi: “... il
conoscere -scrive Hegel, 1146: 136- è solo il fatto del passaggio che lo
spirito fa ed esprime; e intanto che la conoscenza è vera conoscenza, concetto,
è una conoscenza della necessità che si trova in quel passaggio, e nient’altro
che il concepire che questa derminazione è immanente e esistente in lui.”);
quindi, per un verso, hai conferma del rapporto fra religione e scetticismo;
per l’altro, hai l’impossibilità per la religione di produrre un ‘progetto
umano’, produrre ‘politica’ -una volta, appunto, che la religione si sia
ridotta al suo concetto, ovvero, una volta che filosofia, scienza, etica e
politica si siano guadagnate la loro autonomia. Osserva, inoltre, che ancora
una volta, il ‘concetto’ di qualcosa non sta all’origine del qualcosa, ma sì ad
una certa fase inoltrata del suo sviluppo, quando il qualcosa possa apparire in
ciò che lo differenzia da altro (cf 3hegel.doc[3.7]; nella sua
purezza -cioè, nel suo concetto- la religione è contraddittoria, perché mentre
vuol dare il fondamento del tutto, deve render quest’ ultimo casuale ed
evanescente, dunque, perderlo. A mio parere, è possibile un accostamento a
Hume, secondo la linea che interpreta il suo teismo come dissoluzione della
religione in una Weltanschauung scientifica, stia o no quest’ ultima in piedi;
se ho ragione, come religione resta a Hume qualcosa di radicalmente legato al
sentimento di paura, di incertezza, di incomprensibilità, di speranza disperata
-dunque, qualcosa di assai simile alla religione hegeliana ridotta al suo
concetto ].
Il superamento del vero, nascosto nel
sentimento e nella passione, è il grandioso trapassare dall’interno
all’esterno, della ragione nella realtà, in cui opera l’intera storia
universale e mediante il cui lavoro l’umanità colta si è guadagnata la realtà e
la coscienza dell’esistenza razionale, delle leggi e dell’ordinamento statuali.
- [Pagina dall’evidente tono kantiano
-sapere aude- e ripresa della polemica contro la Positivität] : “Da coloro, i quali ricercano il Signore e
nella loro rozza opinione son sicuri così di aver tutto immediatamente, invece che impegnarsi ad elevare la loro
soggettività alla conoscenza della verità, del diritto obiettivo ed al livello
dei doveri, da questi non può derivare che distruzione di ogni rapporto etico,
stupidità e atrocità -le quali, tutte, son conseguenze necessarie di un
orientamento religioso, che persiste
nella sua forma esclusiva e si volge contro la realtà e la verità,
presente nella forma dell’universale, delle leggi.” - Ma non è necessario che questo orientamento
(Gesinnung) religioso si volga verso
la realizzazione; potrebbe anche, con questo suo punto di vista negativo,
restare qualcosa di interiore, accompagnare le leggi e gli ordinamenti con la
rassegnazione, il sospiro (Seufzen),
il disprezzo e l’analito (p. 408) - [nota
come l’impoliticità di Th. Mann sia accostabile a questa religiöse Gesinnung,
ma non come qualcosa che si accompagna ad ordinamenti e leggi dello Stato, sì
piuttosto come qualcosa che si contrappone a loro, che di loro non si cura (cf.
Mann, 3083: 202s, dove riporta una valutazione di Nietzsche su Bismark). La
possibilità descritta da Hegel, non per caso, sembrerebbe prossima
all’atteggiamento politico dello scettico antico, che rispetta le leggi e gli
ordinamenti, ma senza ; il ‘tedesco’ manniano, invece, si
allontana, non si cura degli ordinamenti e delle leggi, non li considera
una sua questione; è interessante, ad es., come Th. Mann, 3083: 200s dimostri
di aver capito perfettamente il discorso à la Hegel sulla libertà -”La libertà
politica, a differenza da quella metafisica, non è altro che la libertà del
patriota di impegnarsi nella politica, la sua libertà di adoperarsi a
perfezionare lo Stato e ad operare in esso”-; però, l’orientamento ‘tedesco’ di
Mann è verso la ‘libertà metafisica’; significativa la , in cui Th. Mann, 3083: 206 si riconosce].
Mi chiedo, comunque, se -per
Hegel- i principi alla base della religione e dello Stato, in realtà, siano tra
loro opposti: se la religione, infatti, è rapporto con l’assoluto ma in termini tali da vanificare l’esistente; lo Stato, invece, è lo spirito
nella realtà del mondo; il
religioso non crede al mondo; lo Stato, ovviamente, non può che credere al
mondo, dato che la sua ‘essenza’ è di esser
la ragione nel mondo. Come chiarisce Hegel, 1136: 413, certamente la
religione ha il vero come proprio oggetto universale, ma lo ha come qualcosa di
, le cui determinazioni fondamentali non son conosciute
mediante il pensiero ed i concetti.All’interno
della religione, il rapporto dell’individuo con la verità è fondato
sull’autorità e, come testimonianza del proprio spirito e cuore, in cui è
contenuto/trattenuto [enthalten] il
momento della libertà, valgono fede e sentimento. E’ solo la filosofia che sa
come chiesa e Stato non siano in contraddizione per il contenuto della verirà e razionalità, ma solo per la forma;
per la non contrapposizione tra sapere e sentimento -e, dunque, per un
possibile accostamento a Hume-, cf. Hegel, 1146: 136s. Il modo in cui Hegel,
1130. 3: 354s descrive la verace religione e la verace religiosità [mi è utile per Marx questa endiadi di
‘religione e religiosità’] mi
confermerebbe nel sospetto che, in definitiva, la wahrhafte
Religion/Religiosität, per Hegel, è ... lo Stato: la vera religione e la vera
religiosità, infatti, vengono dall’eticità e sono l’eticità pensante, ovvero
l’eticità, che diviene cosciente dell’universalità libera della sua essenza
concreta.
[Da 1136: 408a sembra ricavarsi che il passaggio dall’arbitrio/Willkür
alla volontà in senso pieno è lo stesso che il processo di educazione del
volere, in modo da pervenire ad una libera obbedienza].
Così Hegel descrive l’atteggiamento di chi, oggi, pretende una fondazione
religiosa dell’ordinamento statuale: - Invece che
correggere con lo studio la propria opinione e sottoporre a disciplina il
proprio volere, elevandosi in tal modo ad una libera obbedienza, è assai più
comodo rinunciare alla conoscenza della verità obiettiva, confermare un senso
di avvilimento e di albagia trovando già pronti nella religiosità tutti gli
strumenti richiesti per penetrare la natura delle leggi e degli ordinamenti
statuali, per pronunciarsi su di essi, su come dovrebbero esser fatti ed
ordinati -tutto ciò ricavandolo da un cuore devoto e secondo un modo
infallibile e non contestabile. ——
[riportandola ad heute, questa descrizione riceve piena conferma, con la sola
variante che il richiamo alla religiosità non è necessario; questa differenza
si spiega, però, con il fatto che Hegel, in realtà, quando dice
, dice ; ed heute è, appunto, l’immediato
sentire, che vale come fondamento anche di ciò che rientra nel dominio della
politica. Per la ponencia cubana, cf. Mann, 3083: 200 su Schopenhauer e Wagner
a proposito di politica e democrazia].
Quando la religione non ha un
atteggiamento polemico e negativo verso lo Stato, ma piuttosto lo riconosce e
consolida [qui è molto importante l’opera
di Vergewisserung, che la religione svolge nei confronti delle itituzioni
statuali e sociali: emerge bene il pensiero di Hegel, 1136: 410a - la chiesa ha
una funzione subalterna rispetto allo Stato, nel senso che deve servire a dar
maggior certezza alla sue istituzioni; per il resto, la religione è un fatto
privato, verso cui lo Stato è bene sia tollerante e indifferente; a meno che da
ciò possano derivare pericoli sociali. Probabilmente, c’ è una differenza tra
la religione, che pretende dare la Berechtigung delle istituzioni politiche; e
quella che, invece, si limita alla Vergewisserung], allora trova in esso
una propria collocazione (Zustand) e
la propria esteriorità (Äußerung). In
1130. 3: 355s, Hegel sembra dire che lo Stato è -mediatamente- fondato sulla
religione, se l’idea di dio contenuta
in quest’ ultima è la verace: ovvero, se la fede e la coscienza, che il popolo
ricava dalla religione, corrispondono per il contenuto all’effettiva eticità:
dacché non possono darsi due coscienze, l’una religiosa ed un’ altra, dalla
prima diversa per contentuto etico; la religione deve sanzionare l’eticità,
presente nell’effettualità; in questo senso -e solo in questo senso-, la
religione è per la coscienza la base del’eticità e dello Stato (Wirklichkeit) empirica [pensa al ruolo che gioca, sia in Hegel che
in Marx, la denuncia della Heuchelei]. Un modo approssimativo di esprimere
il pensiero di Hegel, 1130. 3: 356b potrebbe esser questo: in anticipo su
Durkheim,[17]
egli pensa la religione/religiosità come il momento della sacralizzazione (nel
senso di forte sanzione, anche emozionale) dell’eticità e dello Stato; in
questo senso, la religione/religiosità è un
modo di esistere dello Stato, un suo
modo di operare all’interno della coscienza
anche individuale. Caratteristico errore del nostro tempo, però, è quello
di separare religione da Stato, oggettivo da soggettivo e pretendere, poi, che
il soggettivo dia -o non dia, la cosa è indifferente- la propria sanzione (Befeistigung) all’oggettivo. Ecco il
punto di vista opposto rispetto a quello di Hegel: “esiste una sfera
indubbiamente superiore allo Stato e alla vita politica, la sfera alla quale
appartengono l’arte, la religione, le discipline dello spirito, ogni più
profonda moralità, una sfera in cui sono accolti i valori e le realizzazioni
più squisitamente personali.” (Th. Mann, 3083: 212) —— [questione
interessante: come esattamente è coniugabile la concezione hegeliana
dell’accordo tra Stato e religione con la critica alla fallacia politicistica?
La libertà interiore per Hegel è sterile; non è veramente reale per esempio la
libertà del pensiero: la libertà si deve manifestare nell’esteriorità e quindi
si deve manifestare nell’organizzazione dei rapporti umani (cf. Hegel, 1130.3: §496). Come si manifesta tutto
questo? Nel dare universaltà, cioè nel
permettere la convivenza degli uomini in maniera il più possibile universale.
Dal momento che universale significa razionale
e che la ragione la ritrovo in me
stesso, se sono sottoposto a leggi
razionali, sono sottoposto alla ragione
che ritrovo dentro di me e non dipendo da un’entità esterna, quindi sono libero.” - qui risultano
chiarissime due cose: (i) che questo ragionamento conduce alla fallacia
politicistica, se non si tien presente
l’ampiezza di significati di eticità/Stato -dunque, ha una notevole importanza la mia operazione, che mira a riconoscere al termine
diversi significati-; (ii) che ho ragione io, in stato.doc,
e non Gargano - cf. gwfh.doc, da cui questo brano è tratto].
Per il tema dei rapporti fra Stato e religione: lo Stato ha il dovere di
assistere e dare ogni sicurezza alla comunità per i suoi scopi religiosi, dato
che, per lo Stato, la religione è il momento più profondo di integrazione
dell’orientamento (Gesinnung. Mi
chiedo se non si possa accostare a Kant il modo in cui Hegel coniuga religione,
Gesinnung e legge. Cf kantrel.doc); a
questo punto una realistica valutazione della : uno Stato
ben organizzato e, dunque, forte, può tanto più esser liberale in materia di
rapporti con la religione; può del tutto trascurare particolarità che lo
toccano ed accogliere in sé comunità (qui certamente conta il numero), che pure
dal punto di vista religioso non riconoscano i diretti doveri verso lo Stato,
in quanto lascia i membri di quelle comunità sotto l’imperio delle leggi della
bG. Lo Stato si contenta di un compimento dei doveri verso di esso, che avvenga
sia pur passivamente ed attraverso modifiche e scambi. [Hegel sa bene questa caratteristica essenziale della società
capitalistica: oltre ed al di sotto delle leggi dello Stato, in essa operano -ed
in modo assai più vincolante- le leggi economiche; dunque, lo Stato può lasciar
‘libero’ il cittadino in ambiti a dir così ‘sovrastrutturali, dacché se ne
riappropria mediante le leggi economiche] ; così Hegel, 1136: 409n prosegue
il discorso: lo Stato può trascurare simili anomalie e perdonarle, lasciando al
potere dei costumi ed alla interna razionalità delle sue istituzioni di
diminuire e togliere perfino le differenze, senza dover esso intervenire con la forza dei suoi poteri. - Qui Hegel
colloca alcune considerazioni sulla Judenfrage: la legislazione anti-ebraica -
motivata dal fatto che i Giudei non tanto rappresentano una particolare
religione quanto, piuttosto, vanno considerati appartenenti ad un popolo
straniero-, trascura il punto, che gli Ebrei sono innanzitutto uomini e che da
questo deriva il loro diritto a partecipare alla bG e che di qui deriva, anche,
il pari diritto di tutti gli orientamenti e modi di pensare; lo Stato che
discrimina gli Ebrei è, esso, degno di biasimo e d’ esser ritenuto colpevole
(1136: 409-10n). - Nella misura in cui ha proprietà, pratica culti ed ha
persone con incarichi organizzativi, una chiesa esce dall’interiorità ed entra
nel ‘mondo’: dunque, divien soggetta alle leggi dello Stato. - Proseguendo il
tema del rapporto Stato-religione, Hegel chiarisce che, nella misura in cui
implica comportamenti ed organizzazione di persone, la religione rientra sotto
il dominio della legge dello Stato; per quanto riguarda la dottrina invece,
essa appartiene all’interiorità e in questo la religione si sottrae al dominio
statuale. - Tuttavia, anche lo Stato ha una dottrina: ciò che in esso vale come
Diritto, Costituzione, ecc. ha la forma di legge, dunque, di pensato; lo Stato, inoltre, non è un meccanismo, ma sì la vita razionale della
libertà autocosciente.[18]
Inoltre, la dottrina della chiesa non è solo un che di interiore, ma sì anche
una esteriorizzazione -su temi per altro che a volte coincidono addirittura con
quelli dello Stato: di qui, la possibilità di convergenze tra religione e Stato
ma, anche, di opposizioni. - Cosa può dire la chiesa (e come può rappresentare
lo Stato) per rivendicare a sé la massima libertà ed il pieno rispetto per la
sua dottrina da parte dello Stato. Nota che rivendicazioni analoghe -e con
maggior giustificazione (Berechtigung)-
può avanzarle la scienza. - Nota che quelle rivendicazioni della chiesa hanno,
a loro presupposto o sottinteso, una certa concezione dello Stato, secondo cui
esso ha la sola destinazione di garantire la sicurezza, la proprietà e l’arbitrio
dei singoli, fino a che essi non nuocciano ad altri: insomma, lo Stato come
costruzione promossa dal bisogno (Veranstaltung
der Not) - è chiarissimo che il
giovane Marx ha Hegel come fonte per la sua analisi delle Costituzioni
francesi; ed è chiarissimo -ancora una
volta- che, per Hegel, un mondo privo di spirito (lo Stato come lo concepisce
l’arroganza chiesastica), ha il proprio complemento in uno spirito senza mondo
(cioè la religione). Quando Hegel rifiuta la concezione dello Stato come Veranstaltung
der Not, quello che sta facendo è riutare il nesso formalismo
pragmatistico/irrazionalismo religioso.
Dalla concezione dello Stato come Veranstaltung
der Not, ovviamente, deriva un immiserimento del suo contenuto ed un’
epoca, che Hegel chiama Barbarei. (1136:
412s). - Contro tale concezione dello Stato, Hegel dice che lo spirito, in
quanto libero e razionale, è in sé etico (an
sich sittlich) ed è l’idea verace dell’effettiva razionalità, la quale
appunto non esiste se non in quanto Stato; per la coscienza pensante, la verità
etica esiste elaborata nella forma dell’universalità, dunque, in quanto legge.
- Quando la religione trapassa nella dottrina, entra immediatamente nell’ambito
dello Stato, perché quella sua dottrina dà forma obiettiva ad un pensiero che
riguarda l’eticità e la razionalità. (1136: 413s; per il rapporto
religione/Stato, tieni presente quanto scrive Malherbe, in Hume, 1244: 10a, che
autorizza a riconoscere consonanze precise fra Hegel e Hume); è a questo punto,
che si rivela la differenza [ma non
dovrebbe Hegel dire ?] di forma: Positivität basata sulla convinzione
soggettiva, da parte della chiesa; contenuto nella forma del pensato, per
quanto riguarda invece lo Stato. - Un contenuto in sé e per sé che si manifesti
nella figura della religione, come determinato contenuto proprio della chiesa,
in quanto comunità religiosa, questo contenuto resta fuori dal dominio dello
Stato - Nota questa parentesi di Hegel,
che potrebbe essere assai utile per intendere, in qual senso lo stesso Hegel si
sia sempre professato cristiano: nel protestantesimo non vi è alcuna
spiritualità, che sia esclusivo deposito della dottrina della chiesa: infatti,
nel protestantesimo non ci sono laici [Laienstand
- cf. in proposito Rovatti, 2204: 19s, per le riflessioni di Marx su questo
punto; se tieni presente AAVV, 1758 e Marx, 1702: 70 ne ricavi -al contrario di
quanto scrive Rovatti- che, per Marx, il passaggio dal feticismo cattolico al
protestantesimo sta a dire esattamente la pretesa di fondazione soggettiva dell’oggettività (economica,
nel caso concreto, ma generalmente politica) -la quale pretesa, poi, in realtà
è mascheramento della ‘cattolica’ Positivität, sua interiorizzazione ; in
questo senso, non mi pare che il suo discorso possa esser visto in chiave
anti-Hegel, posto che, secondo lo stesso Hegel, pur quanto può dare la
Verglaubigung allo Stato, è sempre quest’ ultimo che decide per tutto ciò che
riguarda la realtà -non l’interiorità.
[Mi chiedo se nella tesi protestante,
secondo cui la salvezza è data dalla fede e non dalle opere -o dall’osservanza
della legge-, non si abbia traccia di questa nullificazione buddista dell’uomo.
Nullificazione che verrebbe, poi, universalizzata, nella misura in cui ad essa
si unisca la tesi dell’arbitrarismo teologico. Nullificato riulterebbe l’uomo in quanto religioso; ma anche Hegel nullifica l’uomo religioso, quando indica con favore l’atteggiamento
luterano, che toglie la distinzione tra laico e clero, in quanto lascia allo
Stato tutto ciò, che riguarda l’agire. Se ho ragione, Hegel assumerebbe la
nullificzione dell’uomo operata dal cristianesimo protestante, affiancandola
però ad un (lo Stato), che procede ‘a ragion veduta’ (per
l’arbtrarismo telogico in Hegel, cf. anche hegello.doc). Un aspetto da
approfondire è il seguente: se esiste qualche traccia di buddismo nel
cristianesimo protestante, allora l’attenzione ottocentesca per il buddismo
acquisterebbe un rilievo assai meno esotico. Il nesso fra nullificazione e
concezione politica hegeliana sta nel fatto che solo allo Stato -e non alla
religione- spetta il piano dell’agire.]. Nota che è già in Hobbes, 1186: 412s
la tesi, secondo cui lo spazio dell’agire è dello Stato e l’uomo religioso non
può mettere in questione gli ordinamenti statali riguardanti l’agire appunto
Il Laienstand compare anche in Th. Mann, 3038: 240s, in un significato
anti-hegeliano: “La Riforma fu, è vero, un avvenimento democratico: perché
l’emancipazione dell’uomo laico è appunto la democrazia, e sul piano politico è
quello che Nietzsche chiama . Tuttavia, l’azione vera e più profonda di Lutero ha
crisma aristocratico: egli portò a perfezione la libertà e la sovranità
dell’uomo tedesco, rendendole interiori e sottraendole in questa maniera per
sempre alla sfera delle contese politiche.”].
- Anche quando lo Stato abbia accreditamento/vidimazione (Beglaubigung) da parte della religione, in nulla risulta diminuito
il compito dello Stato di far valere il diritto nella forma della razionalità
obiettiva e dell’autocoscienza. - L’accordo non solo di contenuto, ma anche di
forma, c’è tra Stato e scienza (1136: 415).
Da Th.Mann, 3083: 218n ricavo che,
secondo Goethe, la cultura/Kultur sarebbe la spiritualizzazione del politico e
del militare; a mio giodizio, Hegel non sarebbe d’accordo, perché vedrebbe in
ciò del riduzionismo; piuttosto, per Hegel, ci sarebbe un Volksgeist con
funzione di mediazione fra cultura, politico e militare.
[8.8] - Giustamente Kant fa derivare la fede in dio dalla ragion pratica : giustamente, perché il
concetto di dio è lo spirito, di cui determinazione assoluta è la ragione
efficace, cioè, il concetto che si determina e si realizza, dunque, la libertà.
Sbaglia, però, Kant, in quanto nella sua esposizione l’elevamento dello spirito
soggettivo a dio è posto come un mèro Sollen, come un postulato; in questo
errore Kant cade, in quanto ripropone immediatamente come vera e valida la
contraddizione della finitezza [scissione].
(Hegel, 1130.3: 354). A conferma del parziale accordo di Hegel con Kant: è solo
a partire dall’eticità autocosciente che vien saputa l’idea di dio come spirito
libero; al di fuori dallo spirito etico, invano, si ricercherebbero la vera
religione e la vera religiosità. (Hegel, 1130. 3: 355).
[8.9] - Posto che il contentuto della religione è dio conosciuto nello
spirito e nella verità, nel caso della religione cattolica tale spirito in
realtà si contrappone allo spirito autocosciente. - Dunque, cattolicesimo e Positivität. Nell’ostia, il cattolicesimo
presenta alla devozione religiosa il dio come cosa esterna; al
contrario, per il luteranesimo, l’ostia è consacrata ed elevata a presenza di
dio, solo in quanto viene assunta, dunque, negata come cosa esterna e fatta
propria dallo spirito libero, certo di sé. (Hegel, 1130.3: 357).
[ipotesi su
scissione/passaggio] - Poniamo la mentalità primitiva di
Lévy-Bruhl; la successiva dominanza della razionalità scientifica posso
tematizzarla come perdita della mentalità primitiva, oppure come suo superamento in altro, nel senso della
presenza di un ‘terzo’ (ad es., il nesso di Vermögen/Volksgeist), che, in certe
condizioni, produce la mentalità primitiva, in altre produce la razionalità
scientifica. Certamente, anche in questo secondo caso c’è una ,
la quale, però, non autorizza se non un romantico
‘lutto’. Se manca quel terzo, resta la , in sostanza
ingiustificata, gratuita e, dunque, domina
il ‘lutto’. Nei termini di Marx, Vermögen
sembra equivalere alla nozione di forza produttiva, che determina il mondo
delle forme di coscienza (Volksgeist).
[8.91] - Sembrerebbe che questa ia
una differenza importante tra Hegel e J. S. Mill: per Hegel non esistono selfr-regarding - e others-regarding actions,
dacché sempre l’azione è nella sfera
d’influenza dello Stato.
[8.92] - Nota che Paolo di Tarso usa
il termine Nichtiges, come mostra luther.doc.
[8.93] - “Hegel... nella misura in cui concepisce
l’oggettivazione come creazione di un mondo sociale oggettivo, concepisce
l’uomo oggettivo come risultato del suo proprio lavoro. Per questo verso, Hegel
si è aperto al mondo della storia, ha dovuto elaborare un vasto materiale
storico. Di più: rivendicando all’uomo il mondo sociale oggettivo, egli ha
indicato come la religione, la ricchezza, la proprietà privata, ecc., siano
soltanto la realtà alienata
dell’oggettivazione umana, delle
forze essenziali umane.” (Bedeschi,
0332: 30).
[8.94] - Hegel, 1136, §.18 parla di una dialettica
dell'apparenza (Dialektik der Erscheinung)
caratterizzata dal fatto che intende per buono/gut ciò che è immanente, positivo, naturale:
quindi, anche, le Naturbestimmungen (Triebe
e Neigungen). Questa dialettica si lega con intelletto ed
arbitrio, in quanto la scelta del Trieb da favorire spetta alla
soggettività intellettuale (lo sappiamo dai §§ prec.), ed in quanto si caccia
nelle opposte affermazioni (opposte,
nel senso di unilaterali e non mediabili),
per cui ciò che viene dalla natura è bene, ma anche è male e va estirpato, in quanto contrapposto alla libertà ed al
concetto dello spirito. E' interessante che, dovendo scegliere tra quelle
opposte affermazioni, Hegel sceglierebbe la seconda ed in questo senso valuta
favorevolmente la nozione cristiana di Erbsünde,
senza di cui non ci sarebbe quella religione della libertà che, appunto, il
cristianesimo è: questo è evidentemente un punto su cui confrontare Hegel e
Feuerbach, ma anche ovviamente Kant.
[8.95] - Da schede.doc risulta un
atteggiamento verso la pazienza/Geduld più vicino a quello di Paolo di Tarso
(luther.doc), piuttosto che a quello di Kant e di Marx. Ovviamente, Hegel
tratta il tema fuori dell’ambito religioso. Nota come l’atteggiamento di Hegel
corrisponda a quello dell’illuminsimo greco antico: “Posto infatti che l’areth (nel senso sofistico di competenza
globale e capacità di affermazione nella società) è conseguibile mediante
apprendimento ed esercizio, e riconosciuti i come scoperte e
prodotti del progresso umano, implorare [ricorrendo
alla preghiera] queste medesime cose dgli dei non esprimerebbe se non la
sciocca pretesa di ottenere d’un colpo e senza fatica quello che dev’essere
invece frutto di responsabile impegno da parte dell’uomo, al quale gli dei
possono eventualmente solo .” (Elenchos 1-1990:59). Cf. in
4hegel.doc quanto noto a proposito di Demut e Bescheidenheit.
[8.96] - Santucci, 2243: 239a coglie
bene la prospettiva, in cui si mette Hegel per valutare le chiese.
[8.97] -La critica hegeliana
all’argomento a contingentia mundi per la dimostrazione dell’esistenza di dio
sembra avere questo senso (cf. anche
Sartre, 2259: 24 sui rapporti fra creatura e creatore, ed in modo particolare
Sartre, ivi: 31, da cui risulta addirittura la difficoltà per il dio di
concepire l’oggettività): contraddittoriamente l’argomento dice, da un
lato, che il finito non è se non per l’universale; però, dall’altro, non solo
afferma l’essere del contingente, ma addirittura ne fa la base fondativa del
necessario o dio (questa tesi è espressa con molta chiarezza in Hegel, 1146:
199s; è interessante la coniugabilità di quanto, qui, dice Hegel e di ciò che
si legge in Sartre, 2259: “se l’essere esiste di fronte a dio, vuol dire che è
sostegno a se stesso, che non conserva la minima traccia della creazione
divina. In una parola, anche se fosse stato creato, l’essere-in-sé sarebbe
inesplicabile con la creazione, perché conquista il suo essere al di fuori di
essa.” (2259: 31). Come mostra des.doc a proposito di ,
la concezione classica di = ; quindi, la
contraddizione della prova a contingentia mundi consiste nel fatto di voler
provare dio (dunque, la realtà in senso pieno, ovvero ciò che è in tutto
autonomo e autosufficiente) con ciò che e, quindi, ha
bisogno dell’altro (dio) per esistere. E’ ovvio che se ciò che prova ciò che si cade nella contraddizione di
chi afferma che l’indipendente ha bisogno del dipendente per dimostrarsi.
Per i rapporti fra ciò e l’argomento
ontologico, nella versione di Descartes (quindi la questione della
, che rintraccio sia in Descartes che in Kant), cf Hegel,
1134.2: 391 che commenta il tentativo di sfuggire al regresso all’infinito,
ponendo un che di primo (assioma o presupposto), si incorre nella difficoltà che,
con egual diritto, può esser affermato come primo l’opposto: “ < Wenn ein
soches Annehmen gilt, so gilt es ebenso, das Gegenteil anzunehmen.>. “Volere
esprimere tale equivalenza del concetto con il suo esser-ciò ... è ... il senso della dimostrazione ontologica
dell’esistenza di dio.” (Holz, 7404: 93).
Nota che Jacobi muove a Kant
un’obiezione analoga a quella hegeliana (cf. anche 2kant.doc); quanto detto
serve, anche, a chiarire in che senso, per Hegel, il “punto di partenza” è un
“risultato”. Sul tema , cf. 3hegel.doc. Tieni presente anche
Kant, 7168: 237, in cui sembra presente di fatto -almeno come preoccupazione-
la riflessione hegeliana). La contraddizione potrebbe essere espressa anche in
questo modo: quel dio, che è l’origine del mondano, in realtà, è fondato a
partire dall’umano (in questo senso, cf. Hegel, 1146: 195a). Feuerbach, la
di Paolo e persino il trascendimento/recupero -infatti, la
negazione intellettuale, in quanto unilaterale, non ha effettivamente superato
il contraddittorio, così come il trascendimento non è effettivamente tale, come
dimostra il momento successivo del recupero: come scrive Hegel, 1146: 146, “che la contraddizione sia ancora non
risolta sta appunto in questo, che il contenuto, il contingente, è posto solo
nella sua negazione e non ancora nella sua affermazione, che deve essere
contenuta in tale risoluzione, poiché essa non è il nulla astratto.”; tieni
presente anche l’interessante nota 4.7.88 (1), nel Q/XXIV, che legherebbe la critica
all’argomento a contingentia mundi con la critica al panteismo) -testi da
tener presente per questo tema: Hegel, 1146: 125, 127s, 129; come anche Hegel,
1146: 129: “L’essere è semplice eguaglianza con se stesso, ma la contingenza è
l’essere senz’altro ineguale, l’essere contraddittorio che viene ristabilito
nell’identità con sé solo nell’assolutamente necessario.” Ha senso riandare alla tesi secondo la quale
se esiste il miracolo, allora tutto l’universo del finito non ha senso e
valore? Se tieni presente la critica hegeliana al sillogismo abituale o
dell’intelletto -dunque, l’argomento basato sulle reciproca esteriorità di
contengente e necessario-, comprendi come l’impostazione dialettica tolga la
difficoltà, in cui si caccia l’intelletto: da un lato, afferma il necessario
-che vanifica il contingente-; dall’altro sancisce il contingente, fino a
renderlo il fondamento per giungere al necessario. Nota come l’argomento di
Hegel sia chiaramente presente in Marx, 1701: 187ss: Hegel “ha completamente capovolto” la prova teorica dell’esistenza
di dio”. Hegel interpreta “l’inferenza di dio dal mondo in questa forma:
non è,
allora dio o l’Assoluto è>. Solo che la
prova teologica suona al contrario:
[8.98] - Hegel sull’argomento ontologico: “... il procedimento della prova
ontologica dell’esistenza di dio... consiste in ciò: fare il passaggio dal
concetto, e attraverso il concetto, all’esistenza... “ (Hegel, 1146: 173; a p.
214 la critica a Kant : è del tutto chiaro -anche ad Hegel- che le sue
considerazioni si muovono su un piano, che non è quello di Kant ).
[8.99] - “La prima determinazione di
dio è la potenza, solo successivamente è la sapienza”. (Hegel, 1146: 14). - E’ ovvia l’importanza di questa tesi per
tutta l’antropologia religiosa, che si sviluppa dopo Hegel.
[9] - Caratteri del movimento della storia, secondo Hegel:
(a) le forze contrastanti sono interne; (b) non produce mai lo stesso, ma
sempre situazioni nuove; (c) ha carattere dialettico; (d) produce nuove nature
(e) centrale il ruolo della coscienza e della volontà [rispetto a quest’ ultimo punto, cf. Hegel, 1136, §. 344, in cui degli
attori della storia dice che vivono in essa, in una condizione caratterizzata
da coscienza/in-coscienza; anche Hegel, 3971: 51-2. ]. (Meikle, 6541: 35;
36). Per la differenza (radicale?) rispetto a Kant, cf. kantrel.doc. Sulla verità
storica -o verità oggettiva- in Hegel, v. Valentini, 2636: 52a.
Che la ragione regga il mondo (della storia e della
natura) è espresso, dalla religione, parlando di Provvidenza. (Hegel, 3791:
53) -
Hegel, 3971: 54b contro la tesi della Provvidenza personale.
«La loro (degli spiriti precedenti) conservazione secondo
il lato del loro libero esser-ciò apparente nella forma dell’accidentalità, è
la storia; ma secondo il lato della loro organizzazione concettuale, è la scienza del sapere apparente; tutti e due insieme, cioè la storia
concettualmente intesa, costituiscono la commemorazione e il calvario dello
spirito assoluto» (Dalla Fenomenologia,
testo citato in Cassirer, 6508: 88). -
nota che il testo brillantemente confermi la mia formula , per il modo di concepire la storia da parte
di Hegel. Noterei, inoltre, assonanze tra ciò che chiamo per Hegel,e ciò che scrive Mann, 3083: 196s, a proposito dell’autore
che non sa parlare se non attraverso i suoi personaggi e l’intreccio in cui son
collocati - se, in questo modo, l’autore scompare dietro i personaggi in Mann, in Hegel il soggetto individuale non
compare se non come parte di una scena e di una trama, in cui è immerso. Quanto
noto in gwfh.doc a proposito del rapporto fra logica e coscienza abituale,
mostra una conseguenza o un senso implicito di .
Poiché la storia è la configurazione dello spirito nella
forma dell’accadere, ne è la realtà immediatamente naturale. Cosicché i gradi
dello svolgimento sono presenti come principi
naturali immediati e, poiché sono
naturali, costituiscono anche una molteplicità di principi ognuno esterno
all’altro: da ciò deriva che ad ogni popolo spetti uno di tali principi: la sua
esistenza geografica e antropologica. (Hegel, 1136: §. 346) [osservazione mia: (a) che cosa costringe Hegel a questa conclusione? coerentemente con la sua
teoria, avrebbe potuto anche non stabilire questa correlazione tra principi
dello spirito e singolo popolo. Sembrerebbe che in Marx il posto del singolo popolo sia preso
dal singolo modo di produzione -cf. marx.doc; (b) se tiemi presente anche la contrapposizione di spirito e materia, che
trovi in Hegel, 3971: 58-9, comprendi bene cosa significa e in
che senso, quindi, Marx potesse parlare di quello sociale come di un processo
-prima del comunismo; (c) esiste un rapporto studiabile fra nozione hegeliana di
da un lato, e e
dall’altro?[19] (d) tieni presente Lenin, 1456: 39 per la differente, più ristretta ed ovvia,
nozione, che Feuerbach ha della ] ; nella storia universale, l’esser-ciò dello
spirito universale è la realtà (Wirklichkeit)
spirituale nell’intera estensione (Umfang)
dell’interiorità e dell’esteriorità.” . Il paragrafo procede affermando che la
storia è una valutazione/giudizio (Gericht).
(1136: §. 341). Il senso della cosa -giusta §. 342- è che il Gericht della
storia non esprime un mèro destino privo di ragione, dacché la storia stessa è dispiegamento (Auslegung) e sviluppo dello spirito universale; ed
allora il Gericht è svolgimento necessario dei momenti della ragione, dunque,
dell’autocoscienza e libertà.[E’ questo
un preciso punto di differenziazione rispetto a Kant? Infatti, la storia è dispiegamento e realizzazione dello
spirito universale, non ; direi che la polemica anti-kantiana prosegue nel §. 343, in cui le
posizioni rifiutate da Hegel sono sia quella di chi non vedendo progresso nella
storia, la riduce a mèro, casuale gioco di passioni ed aspirazioni umane; sia
di chi ne postula una Provvidenza e Piano superiori che la guidano, ma che son
anche destinati a restar al di fuori della nostra conoscenza]. Questa concezione si sviluppa nel §. 345, in cui si chiarisce
l’ della concezione hegeliana della storia. Si potrebbe
dire la cosa in questo modo: la storia si svolge a due livelli, (a) quello
degli individui e dei singoli Stati, in cui hanno senso cose come giustizia,
ingiustizia, virtù, malvagità, ecc.; (b) quello dello svolgersi necessario dei
momenti dell’idea o dello spirito universale: a questo livello, l’unica legge
è, appunto, quella del momento necessario, in cui la storia si trova. E’
evidente che (b) si svolge attraverso (a) e che, dunque, ciò che ha senso in
(a), pur essendo valido solo in questa limitazione, tuttavia ha un suo senso,
in quanto legge di ciò, attraverso cui (b) si svolge. E’ un discorso analogo a
quello, che in Das Kapital fa Marx, a proposito di
Erscheinung e Wesen e, quindi, dovrebbe richiamare la distinzione hegeliana di
storia secondo il fenomeno e storia secondo il concetto.
Il di Hegel si rivela nella sua
concezione della perfettibilità, attraverso la storia, del genere umano
-perfettibilità, che è legata al fatto che natura dello spirito è la capacità
di darsi configurazioni (Gestalt),
superiori a quelle, che attualmente ha. (sempre §. 343). -Per il progressismo di Hegel, v. Gellner, 7428: 95a. Cf. anche Hegel, 1152: 219s.
“Nel teatro della storia -cioè, la dove noi lo andiamo a
studiare-, lo spirito si trova nella sua più concreta realtà.” (Hegel, 3971:
58).
[9.1] - Ipotesi da verificare: in Hegel esistono due
grandi momenti storici -non dunque, una conclusione della storia. Il primo è
quello, in cui lo Spirito è impegnato a riappropriarsi di se stesso; è dunque
il periodo in cui, in una forma o in un’ altra, è presente la Positivität.
Il secondo è quello, in cui lo Spirito, riappropriatosi di se stesso, guida la
propria storia (nei termini di Marx, l’era della necessità e l’era della
libertà).
“Anche la filosofia politica di Hegel tratta prosaicamente il suo
oggetto, e non vuole ringiovanire il mondo divenuto «maturo» ma soltanto
conoscerlo. In quanto è tale conoscenza,
essa è un riconoscimento, una conciliazione con «ciò che è». Il pensiero è ora
tutto presso di sé e, al tempo
stesso, come idea organizzata, abbraccia l'universo, cioè il mondo divenuto
«intelligente> comprensivo e trasparente.
Tutta quanta I'«oggettività» sussistente è divenuta una cosa sola con la
sua «generazione di sé>. «Sembra che allo Spirito del mondo sia ora riuscito
di sbarazzarsi da ogni essenza estranea e oggettiva, e di cogliersi infine come
Spirito assoluto, di generare da sé ciò che gli diviene oggettivo e, comportandosi
con calma, di tenerlo in suo potere>. In questa unità di oggettività e di
attività spontanea risulta concluso il senso compiuto dell'epoca « moderna ».
Solo basandosi su questa intenzione storica finale, si può comprendere in tutto
il suo pathos e il
suo peso la conclusione hegeliana della filosofia: molis erat se ipsam cognoscere mentem.>...La
possibilità del processo verso una
nuova scissione è però già contenuta e prevista nella stesa coscienza storica
di Hegel. Infatti, il sapere filosofico concernente la sostanzialità del tempo
si realizza nello spirito dell’epoca corrispondente, e oltre questo limite è
soltanto , in quanto sapere oggettivo. In pari tempo, per altro,
con il venire in rilievo di questo sapere ulteriore, si pone anche una
distinzione, che spinge a un nuovo sviluppo: la differenza . Dal che risultano la possibilità e la necessità di un processo verso
nuove scissioni, tanto nella filosofia quanto nella realtà... La filosofia che
va compiendosi genera lo spirito che tenderà ad una nuova configurazione
reale.” (Löwith, 1528: 79-80). - A mio
giudizio, qui si ripropone la scansione della storia in due grandi epoche
(marxianamente, della necessità e della libertà), ma non si postula per nulla
una fine della storia; nota anche come il tema proceda analogicamente con
quello del superamento dello Stato e in generale della Positivität; lo Hegel
citato in Weil, 2737: 51a, mi pare che, di fatto, chiarisca cosa intende
Marx per : è sviluppo ed esplicitazione di ciò, che Hegel intende per libertà/razionalità.
A riprova che in Hegel non c’ è fine della storia -o, almeno, che può
essere interpretato, escludendo tale fine-, così Löwith a proposito di J.
Michelet: “quanto, infatti, < rimane ancora > da fare dopo Hegel consiste
nell’innalzare a realtà la conciliazione dell’umano e del divino compiuta nel
pensiero, e nel far penetrare tutti i rapporti della vita dal principio di
Hegel. < Il pensiero cessa così di essere semplicemente l’ultimo
prodotto di uno stadio determinato nello sviluppo dello spirito del
mondo; come conviene all’assennatezza della vecchiaia, esso diventa anche il primo principio, che aiuta con coscienza
a salire verso un gradino superiore. La filosofia -egli dice cinque anni più
tardi nello stile dei neo-hegeliani- non è soltanto la , che inizia il suo volo al crepuscolo, ma anche il , che annunzia l’aurora di un nuovo giorno. Con questa doppia immagine
Michelet si trova fra Hegel e Marx: anche quest’ ultimo infatti accolse il
simbolo di Hegel, ma anziché completarlo, lo capovolse.>“ (Löwith, 1528:
115-6). [Farei queste obiezioni: a) se è vero che, per Hegel, Vernunft non è
tanto una facoltà mentale, quanto una Richtung,[20]
allora è vero solo in un certo senso,
per lo stesso Hegel, che la filosofia è la civetta di Minerva; b) va
considerato, inoltre, se non sia vero, anche per Hegel, che il momento della
‘civetta’ non coincide con quello della fine di un certo mondo, ma sì della sua
crisi -quindi, implicherebbe la compresenza di vita e morte del momento in
questione; c) posti i punti precedenti, sembrerebbe che Marx si limiti a
continuare Hegel, salvo restando, però, le conseguenze che derivano dal
(contrazione/regionalizzazione) di voler costituire
una scienza dialettica -paradosso, perchè in quanto scienza, hai probabilmente
a che fare con una Einzelwissenschaft, ma in quanto dialettica, hai il
superamento dei limiti dell’Einzelwissenschaft als solche. Cf 3hegel.doc. Che
la dilettica, in quanto appartenente alla filosofia, si collochi sul piano del
pensiero puro, è bem presente in Schleiermacher, cit. in uch.doc.
[9.2] - “In contrasto con la tesi
della restaurazione di Erdmann, [Kuno Fischer] interpretò Hegel come il
filosofo dell’ e lo
considerò come il pensatore dominante del secolo XIX: egli vedeva come
caratteristiche di questo secolo le dottrine biologiche dell’evoluzione
(Lamarck, Darwin) e la critica storica basata sull’idea di svolgimento
(F.A.Wolf, K.Lachmann, Niebuhr, Mommsen, F.Bopp, K.Ritter, E.Zeller).” (Löwith,
1528: 110-11).
[9.3] - Così Sebag, 4691: 15, che sta parlando della
hegeliana Rechtsphilosophie:
«L’incompiutezza o la parzialità dei discorsi (dei filosofi) precedenti non
sono il risultato di un lavoro insufficiente, ma il risvolto dell’incompiutezza
dell’essere; è dalla ‘maturazione’ di questo che uscirà il superamento di
questa scissione del sapere e della fede, instauratasi con il criticismo e
ancora caratterizzante, in uno dei suoi aspetti, il mondo moderno». Questo, in realtà, è il senso del
progressismo contro cui polemizza il post-moderno: si vanno costruendo
storicamente le condizioni, per superare certe, determinate contraddizioni e
scissioni fondamentali; è possibile una storia, in cui quelle contraddizioni e
scissioni non vi sono più.
«Filosoficamente, Hegel riprende il problema là dove
Spinoza lo aveva lasciato, situando in primo piano l’appropriazione della
natura totale da parte dell’individuo; ma, nello stesso tempo, egli rompe con
ogni razionalismo che concepirebbe questa appropriazione come semplice lavoro
del pensiero che scopre la legge di un oggetto a prima vita sconosciuto; questa
legge governa lo stesso pensiero, giacché quest’ultimo non è che il movimento
attraverso il quale l’Essere si dà la conoscenza di sé.» (Sebag, 4691: 18).
«Nello spirito che sta piú su di un altro, la concreta
esistenza inferiore è decaduta a momento impalpabile; ciò che prima era la cosa
stessa, non è che una traccia; la sua figura è velata e divenuta una semplice
ombreggiatura. L'individuo percorre questo
suo passato, la cui sostanza è quello spirito che sta piú su, proprio come
colui che è sul punto di avventurarsi in una scienza superiore percorre le
cognizioni preparatorie, già in lui da lungo tempo implicite, per rendersi
presente il loro contenuto; e le rievoca senza che quivi indugi il suo
interesse. Il singolo deve ripercorrere
i gradi di formazione dello spirito universale, anche secondo il contenuto, ma
come figure dello spirito già deposte, come gradi di una via già tracciata e
spianata. Similmente noi, osservando
come nel campo conoscitivo ciò che in precedenti età teneva all'erta lo spirito
degli adulti è ora abbassato a cognizioni, esercitazioni e fin giochi da ragazzi,
riconosceremo nel progresso pedagogico, quasi in proiezione, la storia della
civiltà. Tale esistenza passata è
proprietà acquisita allo spirito universale; spirito che costituisce la
sostanza dell'individuo e, apparendogli esteriormente, costituisce cosí la sua
natura inorganica. Mettendoci per
questo riguardo dall'angolo visuaule dell'individuo, la cultura consiste nella
conquista di ciò che egli trova davanti a sé, consiste nel consumare la sua
natura inorganica e nell'appropriarsela.
Ma ciò può venire considerato anche dalla parte dello spirito
universale, in quanto esso è sostanza; in tal caso questa si dà la propria
autocoscienza e produce in se stessa il proprio divenire e la propria
riflessione.» (Hegel, Fenomenologia,
cit. in Sebag, 4691: 22)
Per intendere a fondo il significato di <Arbeit> in Hegel: il ‘viaggio’ della Fenomenologia è il progressivo e travagliato
riconoscersi dello spirito nella propria storia, nel proprio prodotto, in se
stesso: dunque, conoscibilità della storia, perché la storia è la realtà stessa
dello spirito; non solo quest’ ultimo non è estraneo ad essa, ma addirittura ha
in essa la propria realtà. (Sebag, 4691: 29a). “La santità è la coscienza del
peccato con la coscienza della vittoria sul peccato. Solo chi è tentato è
santo, e solo quando ottiene vittoria contro la tentazione.”; “la spiritualità
vive mediante l’autodifferenziazione in forze reciprocamente contrastanti, e mediante
la vittoria in e sopra questi contrasti. Questa è la legge che Hegel isola e di
cui fa la base del suo sistema.” (Royce,
7347: 278; 279). Nota la centralità -in A. Walras e in Proudhon- del tema
lavoro (Arbeit) per superare la penuria naturale e che ha come conseguenza la
civilizzazione (Bildung).
[9.4] - A conferma di quanto risulta anche dall’Estetica, non solo Hegel legge la storia
‘a ritroso’, ma anche limita il suo discorso a ciò che effettivamente è
accaduto: per questo, all’apparenza, la sua è una ricostruzione orientata,
‘necessaria’ (Sebag, 4691: 33a). «Se ogni figura dello spirito appare ora [ultimo capitolo della Fenomenologia] come realizzazione di un ordine logico che
richiede di esser considerato al suo proprio livello, non è perché, come troppo
spesso si dice, l’idealismo hegeliano dedurrebbe il divenire reale delle
società umane dal movimento del concetto. E’ solo alla fine di questo divenire
che si può operare il rovesciamento che segna il riconoscimento del primato
della logica. Tale divenire ha una forma che non è pensabile se non integrata
al sistema totale delle forme, e quest’ultimo, ricostruito, si dà come
l’insieme delle norme alle quali necessariamente obbedisce tutto ciò che è»
(Sebag, 4691: 36). Cf. anche marx.doc per la concezione della storia in Marx,
Hegel e Feuerbach.
«Fra il sistema preso globalmente e una qualunque
esistenza empirica il rapporto è quello del possibile rispetto al reale; ma sin
dall’origine lo Spirito include in sé la gamma completa delle possibilità; e se
la storia ne è lo sviluppo, ogni figura si trova in una posizione identica,
virtualmente presente a tutto ciò che essa non riconosce esplicitamente»
(Sebag, 4691: 36a).
Concorda con la mia interpretazione
del ‘sapere assoluto’ e ribadisce la concezione della storia, in Hegel, che non
comporta alcuna sua fine: «Il Sapere Assoluto è stato reso
possibile dalla prodigiosa fatica della Storia universale, con la quale esso
intrattiene un duplice rapporto:
- ne è il prodotto e ciò che, nel suo proprio registro, si presenta come
ordinamento rigoroso del concetti, e presuppone tutto uno spessore temporale,
segnato dal lavoro del negativo;
- ne muta la configurazione nel momento in cui sorge, dato che per la
prima volta il discorso che terrà il filosofo sarà effettivamente omogeneo al
campo totale de significati.
Ma la profondità di questi legami non esclude la persistenza di uno iato
fra l'uno e l'altro piano, iato che Hegel ha chiaramente avvertito; il che
spiega le risonanze tragiche delle ultime pagine della Fenomenologia dello Spirito e
l'improvvisa apparizione della nozione di sacri ficio.
Non mi è infatti sempre impossibile attualizzare nella mia esistenza
presente la totalità dei momenti del divenire dello Spirito? lo sono membro di
una società particolare che partecipa a una certa cultura, e fra questa
incarnazione contingente, che è quella di ogní uomo in quanto membro della
comunità universale in via di instaurazione, e il Sapere totale che è mio, si
rivela una non coincidenza che la memoria mi permette sì di pensare ma che non
può mai essere realmente superata.» (Sebag, 44691: 36-7).
“Quel che s’ intende per , da Haym a Dilthey e oltre, è tanto lontano dalla
teologia filosofica di Hegel quanto già lo era il modo di pensare dei collaboratori
degli Halleschen Jahrbücher... Mentre Hegel concedeva allo spirito presente
nell’uomo la forza di svelare l’essenza racchiuda dell’universo e di presentare
come evidenti la sua ricchezza e la sua profondità, da Haym a Dilthey ci fu un
convincimento generale più o meno confessato, che lo spirito umano fosse
essenzialmente impotente di fronte al mondo politico e naturale, essendo esso
stesso soltanto un’ finita della realtà
. Lo Spirito è per costoro non più la , in sé fuori del tempo perché eternamente presente, ma soltanto un
esponente e uno specchio del tempo. La filosofia diventa in tal modo un’
ed una , la cui
estrema conseguenza sta nell’autoaffermazione della posizione storica
, come si vede in Sein und Zeit di Heidegger.” (Löwith, 1528: 113).
“Il controsenso della filosofia di Hegel stava [per Georg Dilthey]
nell’antitesi tra la coscienza storica della relatività di ogni realtà della
storia e la compiutezza metafisica del sistema.” (Löwith, 1528: 206);
“l’importanza duratura di Hegel sta nell’aver insegnato ad intendere
storicamente l’essenza di ogni fenomeno della vita [e, quindi, anche la]
relatività storica di tutte le verità religiose ed etiche.” (Löwith, 1528:
208).
[9.5] - La contrapposizione fra punto di vista e
punto di vista , in Hegel, è tematizzato come
contrapposizione tra e (Löwith, 1528: 116). A
ciò può legittimamente collegarsi Hegel, 1136: §. 349, che recupera la
distinzione giusnaturalistica (ma pensa anche a R. Filmer) fra condizione
naturale (il patriarcato, anche) e condizione politico-statuale, con la
conseguenza che per Hegel solo con lo Stato inizia veramente la storia. Nota, per altro, che il marxiano ‘regno
della libertà’ porta a compimento il processo, iniziatosi col passaggio allo
Stato, nel senso che con lo Stato la comunità politica è ancora un che di
esteriore -e, dunque, in certo modo ancora naturale-, mentre con il ‘regno
della libertà’ lo Stato è talmente lo Stato di tutti (quindi, tutti son nello
Stato), che lo stesso Stato vien riassorbito e superato nella comunità.
[9.6] - “... è propria della
considerazione storica la spassionatezza nell’accogliere e comprendere
l’accaduto per sé nella sua forma reale, nelle sue mediazioni empiriche, nei
suoi motivi, fini e cause.” (1141: 378-9).
[9.7] - Da accostare alla nozione
hegeliana di ed alla centralità della nozione di
: «Cassirer intende la cultura come il compimento della vita,
e non come un’ alienazione dalla sua concretezza. Questa nozione normativa
della cultura, questa concezione della cultura come libertà, come un’ attività
di , forma la base di An Essay on Man» (Cassirer, 6508: 14). Per ambientare la nozione hegeliana di
Bildung, utile Gombrich, 5558: 25.
[9.8] - «E’ nelle opere di Herder
e di Hegel che i concetti fondamentali di Leibniz giungono alla loro piena
maturità» (Cassirer, 6508: 109).
[9.9] - I fondatori della moderna filosofia della storia sono Vico ed
Hegel, secondo Hösle, 7037: 16.
[9.10] - Chiamo l’operazione volta a dare una
versione dialettica del modo capitalistico di produzione. Perché mi pare
pretendere di coniugare dimensioni opposte: quella dialettica, che si colloca
sul piano universale, e quella scientifica, che punta invece alla
determinazione precisa dell’ambito di validità. [A precisazione e correzione di questo tema, cf. le osservazioni che,
in elend.doc, faccio a proposito del kokettieren, ma tieni presente anche
3hegel.doc] Che significa dire che la dimensione dialettica si colloca sul
piano dell’universalità? Significa che vuol essere una ricostruzione del
rapporto fra universale e determinato, tale per cui ne risulti una concezione
del reale, nella quale sia tolta la scissione kantiana; in altre parole, si
tratta di togliere l’ come limite invalicabile. Ciò su cui bisogna
insistere è che, in Hegel, il limite delle Einzelwissenschaften sembra essere filosofico, non scientifico. Il
superamento delle Einzelwissenschaften avviene ad un livello ulteriore rispetto
ad esse (cf. 3hegel.doc): è per questo che la matematica filosofica di Hegel,
ad es., non va intesa come una nuova matematica, che scacci la matematica
comune. Da ciò dovrebbe ricavarsi, anche, che impostare dialetticamente lo
studio entro i limiti di una Einzelwissenschaft è impresa infondata perché
contraddittoria: cosa rappresenta, allora, Das
Kapital? Qui si colloca la questione delle ridefinizione dell’ambito
economico operata da Marx ed il tema del marxismo come unica scienza sociale (quali
che ne siano le articolazioni); in altre parole, una totalità regionale. Ma ha senso? Come che sia, se ha senso, la
‘regione’ non può mai esser tale da risolversi nella dialettica - quest’ ultima
greift die Region über
(di qui l’impossibilità di togliere dalla regione economia marxiana la
presenza, anche, dell’empirismo).
Riguardo alla
‘contrazione/regionalizzazione’, cf: “ i giovani hegeliani ... divisero
(l’impero di Hegel) in province, decomposero il sistema e ne trassero in tal
modo un’ efficacia storica.” (Löwith, 1528: 116)]. A conferma di quanto chiamo
‘il paradosso di Marx’: «I brani in cui Marx critica l’opera di Hegel sono
numerosi, e risalgono a diversi periodi della sua vita; tuttavia, queste
critiche sono per lo più episodiche: tali sono, ad esempio, le osservazioni
sulla Logica Dialettica che aprono il Capitale. Marx non riprende la problematica
hegeliana; la dà per conosciuta e trapianta alcune delle sue tesi essenziali in
un diverso dominio, trasformandole in modo più o meno rilevante. Un simile
metodo è carico di difficoltà, giacché tali tesi divengono le parti d’ un
sistema separato dall’insieme che le sostiene; i concetti di contraddizione, di
totalità, di negazione della negazione, sono legittimati dall’insieme del
discorso tenuto dal filosofo; rifiutare questa legittimazione applicando le
categorie ad essa legate alla diversità empirica costituisce un’ impresa molto
ardua» (Sebag, 4691: 39, ma considera anche p.54 a peoposito del ).
[9.11] - Hegel, 3971: 39 distingue
(a) ursprüngliche Geschichte; (b) reflektierte Geschichte e (c) philosophische Geschichte. La ursprüngliche Geschichte
aiuta a capire il nesso fra storia e religione, di cui dico in locke.doc., nel
senso che mostra il rapporto fra testimonianza, storia e tradizione, anche se
Hegel sottolinea (op. cit.: 39-40) anche la funzione di vaglio critico, che
quel tipo di storia opera. Interessante Hegel, 3971: 40, ché potrebbe essere
interpretato come la fonte della concezione, che Gusdorf ha del mito,
esattamente per l’intreccio non separabile di soggettivo ed oggettivo: in
proposito, cf. anche Gusdorf, 6023: 65. “Lo storico delle origini ... descrive
ciò che più o meno egli stesso ha fatto o comunque ha vissuto. Si tratta di
brevi spazi temporali, di figure individuali e di individuali prestazioni: con
tratti individuali non riflettuti, da cui quello storico ricava i suoi quadri (Gemälde) e costruisce l’immagine (Bild), come se ne avesse di fronte la
visione (Anschauung) o come se
fossero racconti plastici (anschauliche
Erzählung), allo scopo di consegnarli
alla rappresentazione (Vorstellung)
dei posteri. Un tale storico non ha nulla a che fare con la riflessione, poiché
egli vive nello spirito della cosa e non si è ancora elevato al di sopra di
esso.” (Hegel, 3971: 40a). La reflektierte
Geschichte, invece, è caratterizzata proprio dal fatto che lo spirito si
eleva sul presente (3971: 42); nell’ambito della reflektierte Geschichte si
collocano le steorie generali -di un popolo, di un territorio, del mondo-; qui,
un ruolo fondamentale lo gioca l’elaborazione (Verarbeitung) da parte dello storico; ma questa Verarbeitung è
frutto del suo spirito, il quale è diverso dallo spirito della cosa: diventano,
quindi, importante cosa lo storico intenda come principi dello scopo e del
contenuto di azioni ed avvenimenti che descrive; come anche del modo suo di far
storia. E’ interessante la contrapposizione, che Hegel opera, a questo
proposito, fra inglesi e francesi, da un lato, e tedeschi, dall’altro: i primi
fanno storia secondo la loro Bildung nazionale; i tedeschi, invece, si
impegnano in discussioni su come la storia deve esser fatta. (371: 42-3). A proposito
della reflektirte Geschichte, Hegel insiste molto -ad es., in p.43a- sul fatto
che in essa, non tanto risulta lo spirito dei tempi descritti, quanto quello
dello storico stesso. Parte della reflektierte è la pragmatische Geschichte, la cui caratteristica è
l’‘attualizzazione’ della storia, nel senso che l’avvenimento storico vien
letto come se appartenesse all’attualità [nota
il significato sotteso di ] (3971: 44-5). Hegel, 3971:
45a ironizza sulla storia magister vitae, sottolineando che l’esperienza mostra
che mai governi e popoli hanno tratto
lezioni dalla storia. [Si potrebbero
tentare queste osservazioni: quando la storia vien tenuta presente dalla politica, ciò avviene in
una ristretta prospettiva pragmatica; comprendere la storia è, dunque, impegno dello storico e, a maggior ragione, del filosofo: dunque, ha una
finalizzazione tutta teoretica - a conferma quanto scrive su Montesquieu Hegel
a p.46; ma se ciò è vero, allora sembrerebbe confermata la mia maniera di
intendere il ‘sapere assoluto’ in Hegel]. E’ importante, però, come
prosegue la pagina: ogni tempo ha tali specifiche (eigentümliche) circostanze, è una situazione così particolare, che
le decisioni che in esso vanno prese è da esso, e solo da esso, che vanno
ricavate -forte enfasi, dunque, sulla
. Solo coniugando filosofia e politica si fa storia e se ne
ha coscienza; il rilievo filosofico di Lenin. Interessante anche la critica alla concezione provvidenzialistica della
storia, da cui si cava (a) la storia la fanno gli uomini; (b) determinare la provvidenza significa mettere in
evidenza passioni, personalità (Genie) e forze operative di uomini
determinati -in questo senso, il loro
piano. (Hegel, 3971: 54). Tutta la riflessione critica di Hegel a proposito
della concezione provvidenzialistica della storia sottolinea il momento della
diversità.
Ulteriore modo della reflektierte è la kritische Geschichte, che è propria della Germania attuale (Hegel,
3971: 46a). Infine la Begriffsgeschichte,
che opera il passaggio alla storia filosofica: quando la reflektierte
Geschichte è pervenuta (con quest’ ultima tappa) alla ricerca di punto di vista
generali, bisogna notare che, se tali punti di vista son veraci, allora non
costituiscono esteriori legami e ordinamenti, ma sì l’interna anima che guida
opere ed accadimenti. (Hegel, 3971: 47).
La philosophische Geschichte
non è altro che l’indagine pensante (denkende)
di essa (Hegel, 3971: 47ss).
[9.12] - L’epitome -che è caratteristica della reflektierte Geschichte-
ha a che fare con l’idealismo?
[9.13] - “La nostra ricerca è una teodicea, una legittimazione (Rechtfertigung) di dio -che Leibniz ha
già perseguito, sia pure a suo modo, metafisicamente, usando categorie ancora
indeterminate ed astratte-, nella misura in cui deve comprendere il male nel
mondo e conciliarlo con lo spirito pensante... Questa conciliazione può
raggiungersi, se si riconosce l’affermativo, in cui ogni negativo vale come
subordinato e superato, mediante la consapevolezza, in parte, che lo scopo
finale del mondo sta nella verità ed, in parte, che questo scopo finale si
realizza nella storia e che, in definitiva, il male non può sussistere accanto
ad esso.” (Hegel, 3971: 56-7) - ovvio
l’accostamente a Kant - come risulta con tutta chiarezza nella p. 57, in cui Hegel
dice che la domanda , quando questa è messa
in relazione al mondo, coincide con ,
scopo che deve realizzarsi nella storia stessa; la problematica potrebbe essere
espressa in questo modo: collocandosi il concetto di nello stesso
spazio semantico di , , ,
, la questione è quella di conciliare l’, che
continuamente lo storia esibisce, con la sua razionalità. La ragione, in quanto
, consente questa concliazione, perché toglie la
rigida opposizione (intellettualistica) tra regola ed eccezione; a questo
punto, si comprende perché Hegel tematizza la dimostrazione dell’esistenza di
dio nei termini, indicati da Marx: .
[9.14] - Una tesi del deismo è che l’azione divina, razionalizzatrice del
mondo, ha bisogno dell’operare umano per continuarsi. (David, Les
idées..., fot. XVIII: 83n12). Pensa anche a J.S.
Mill.
[10] - Evidentemente in Schelling
c’ è la summa delle critiche ad Hegel ed, in questo senso, egli è anche una
fonte di Della Volpe: “Schelling non ritrova nell'ontologia logica di Hegel
la giustificazione del progresso dialettico e del passaggio dall'Idea alla
natura. Il pensiero puro non può
condurre a nessun movimento vero ed a nessuna concezione viva della realtà,
poiché alla voluta mancanza di presupposti del suo movimento immanente manca
l'elemento empirico. La sintesi del
«divenire» dall'essere puro e dal non-essere è un'illusione. L'« astratto di un astratto », qual è l'essere puro e vuoto, non potrà mai
uscir da sé, passare in qualcos'altro, ritornare in sé, oppure liberarsi nella
natura; tutto ciò sarà possibile soltanto a ciò
che è realmente, a ciò che è positivo. L'ulteriore determinazione dell'essere
nel processo dialettico del divenire è possibile a Hegel solo perché già esiste un essere piú pieno di
contenuto, e poiché lo stesso spirito pensante è già un tale essere. Ciò che guida inconsciamente il procedere nella
logica hegeliana è il suo terminus ad
quem, cioè il mondo reale, da cui la scienza deve dipendere e la cui intuizione è già posta in anticipo.
Senza la sua interpolazione, l'Essere hegeliano rimarrebbe incompiuto quale
esso è, cioè nulla.” (Löwith, 1528:
195; cf 7hegel.doc[n]). Nota che la critica di Lukàcs, 7290:
129-31 alla (hegeliana?) dialettica della natura riprende questi motivi
schellinghiani.
Lo stalinismo è -scrive Léfebvre, 2365: 192- hegelismo in atto, perché
sanzione ideologica dello Stato esistente.
«Formulate in una forma ancora filosofica, queste asserzioni annunciano
alcune delle tesi fondamentali del materialismo storico, e cioè tanto
l’affermazione che la comparsa dello Stato è legata alla divisione della
società in classi, quanto l’annuncio di un tramonto definitivo di questa
istituzione, cui seguirà l’instaurazione del comunismo... opponendosi a Hegel e
proponendo un’ altra interpretazione dei rapporti tra economia e politica, Marx
si situa in una prospettiva filosofica profondamente nuova, quella stessa già
esposta nella sua critica alla Fenomenologia
dello Spirito.» (Sebag, 4691: 50) -
testo tutt’ altro che convincente (ad es., rispeto all’implicita valutazione
del pensiero di Hegel sullo Stato e sul suo rapporto con l’economia; inoltre,
non vengono qui visti i problemi e le difficoltà di Marx rispetto a questi
temi.
«D’altro canto, -scrive Cassirer nel 1935- oggi meno che mai possiamo
affidarci a quell’ottimismo che si esprime nella celebre sentenza hegeliana: Ciò che
è razionale è reale; e ciò che è reale è razionale . Dobbiamo qui rifare
quello che altra volta s'è fatto in passato: dobbiamo cioè sostituire una
concezione funzionale della ragione a quella concezione sostanzialistica da cui
il sistema hegeliano è permeato e governato.
Hegel dichiara la ragione esser la sostanza ch' è immanente, e l'eterno
ch' è presente. Ma la ragione non è mai
un mero presente. Non è tanto qualcosa di attuale, quanto qualcosa di
costantemente, perennemente in via di attualizzazione; non è un dato,
ma un compito. E nella sfera della ragion pratica ancor
più che nella sfera della ragione teoretica vale il principio che non possiamo
cogliere la natura autentica della ragione nel nudo esistente, in ciò ch' è
compiuto e presente. Dobbiamo invece ricercarla
nell'eterna opera di auto-rinnovamento dello spirito. E tale opera non è il lavoro di un
sostanziale, metafisica spirito del mondo che pacificamente porti a compimento
il suo svolgimento immanente, e trascenda ogni volontà e progetto individuale.
E’, invece un compito che sta dinanzi a noi, e per il quale dobbiamo lottare
impegnando tutte le nostre facoltà, applicandoci ad un'indagine rigorosa e pura
di ogni pregiudizio, e facendo valere intero il peso della nostra volontà e
della nostra personalità.» (Cassirer, 6508: 71-2).
«Per lo storico il tempo è l’autentica, e in un certo senso l’unica,
dimensione del suo pensiero; è l’elemento in cui la storia vive, si muove e ha
la propria realtà. La storia deve pertanto sempre considerare la verità come un
frutto del tempo: Veritas filia temporis.
Ma la filosofia speculativa non può accettare questo modo di vedere. Anche
quando si interessa ai fenomeni del tempo, al flusso e riflusso della
storia, questa sfera non la soddisfa.
Tende a levarsi al disopra di essa, a contemplare il regno della realtà sub quadam aeternitatis specie.
L’idealismo speculativo di Hegel si presenta come il processo mediante il quale
questa trasformazione, questa metamorfosi spirituale del tempo, si realizza.
Tempo e storia non sono altro che aufgehobene
Momente, ovvero l’auto-attualizzazione dell’Idea assoluta. In sé presa,
l’Idea va esente da tutti i condizionamenti e le determinazioni del tempo. Non
ha passato né futuro. E’ assoluta e onnipresente. E’ wesentlich
jetzt, come dice Hegel» (Cassirer, 6508: 88). [E’ un esempio di : infatti,
nella premessa Cassirer dice che, per Hegel, la verità non è ( solo) storia; ma nella conclusione gli fa
dire che la verità non è (affatto) storia]. E’ interessante che lo
stesso Cassirer, 6508: 89 presenta il suo nei termini
in cui, mi pare, è la prospettiva di Hegel, che va presentata: «L’idealismo critico non si restringe alla sfera dei meri fatti. Questi
fatti cerca piuttosto di intenderli, il che significa ordinarli secondo regole
generali. Ma ciò non vuol dire che tali regole possano esser dedotte secondo un
procedimento di pensiero puramente a priori. In effetti, per trovarle non
abbiamo altra via che rivolgerci alle scienze speciali; ed è giocoforza
accettare i dati che queste ci forniscono: i dati della storia del linguaggio,
della storia dell’arte, della storia della religione. Ma ciò di cui andiamo in
cerca non sono i fenomeni storici in sé presi. Il nostro tentativo mira ad
analizzare e comprendere i modi fondamentali di pensare, di concepire, di
rappresntare, di immaginare e di raffigurare che sono contenuti nel linguaggio,
nel mito, nell’arte, nella religione, e financo nella scienza» [E’ ovvio che se questo è il progetto
dell’idealismo critico, allora esso in una prospettiva i fatti
della storia: non si limita a mostrare che essi sono così e così’, sono mutati
così e così, ma spiega quel loro modo di presentarsi e di mutare: il che
implica un’ idea, una toria generale, che dica qual è la trama della storia e
ne dimostri la ‘necessità logica’]. Così
prosegue significativamente -ed hegelianamente- Cassirer: «Anziché rintracciare i fenomeni nella loro s'ingolarità
e legarli insieme attorno al filo della storia, anziché considerarli nella
loro successione o nel loro nesso di causa ed effetto, noi indaghiamo la
natura delle differenti funzioni da cui i fenomeni, presi nel loro insieme,
dipendono. Il nostro studio non si
concentra più sulle opere d'arte, sui prodotti del pensiero mitico o religioso,
ma sulle facoltà operanti, sulle attività mentali necessarie dalla produzione
di tali opere. Se riusciamo a gettare
uno sguardo nella natura di queste facoltà, se le comprendiamo non nella loro
origine storica, ma nella loro struttura, se arriviamo a concepire in qual modo
differiscono l'una dall'altra pur nella cooperazione reciproca, avremo
raggiunto una visione nuova del carattere della cultura umana. Potremo comprendere l'opera della civiltà
umana nelle sue condizioni non solamente storiche, ma sistematiche; saremo
entrati, per dir così, in una nuova dimensione del pensiero. Ma, una volta
compiute tutte queste riflessioni concernenti le singole facoltà della mente
dalle quali sorgono le diverse forme della cultura, resta ancora un problema,
di tutt' altra specie, e forse il problema più importante. Non possiamo edificare una filosofia della
cultura con mezzi meramente formali e logici.
E’ giocoforza affrontare la fondamentale questione etica contenuta nel
concetto stesso di cultura. La filosofia
della cultura può esser detta uno studio delle forme; ma queste forme non
possono venir comprese se non connettendole ad una meta comune. Che cosa significa in definitiva questa
evoluzione delle forme?» (Cassirer, 6508: 89-90).
Lukàcs, 7290: 120-1 muove ad Hegel, prendendo spunto dall’essere
indeterminato come punto d’ avvio, una critica molto ‘tradizionale’ alla
filosofia hegeliana. direi èerfino
contraddittoria, nel senso che se da un lato afferma che non può darsi un essere
se non in quanto essere determinato,
continua a muoversi sul piano della riflessione (speculativa) sull’essere (a
quesro punto, che venga detto ‘determinato’ o no conta assai poco. Nota anche
che sembra riproporsi la domanda: ha compreso Lukàcs in che enso Hegel cambia
il significato del termine ?
«Hegel non si avvede che perfino in termini logici l’astratto può esser
dedotta dal concreto e non viceversa come fa lui» (Lukàcs, 7290: 129).
«Hegel ha sviluppato più
profondamente di ogni altro filosofo il nuovo concetto di verità indipendente
da un oggetto vero. Se la verità è l’assoluto sviluppo del pensiero, l’errore
non può essere se non il pensiero stesso considerato non nel suo processo ma
nell’immobilità dei vari momenti. La critica in Hegel s’ è mutata quindi in
dialettica [come dico, qui, in altra
parte, reale = razionale significa non
che reale è solo il razionale, ma che
la ragione è il principio di sé e del proprio opposto]. Il concetto di
dialettica salva così veramente nella filosofia hegeliana insieme il
razionalismo della verità e la distinzione tra verità ed errore. Dico il
concetto, ché nell’attuazione la dialettica hegeliana viene a rinnegare il suo
proprio valore. Ciò dipende dall’aver Hegel oggettivato di nuovo la ragione,
dall’aver riposto la verità nello stesso piano dell’essere o -in altra parola-
dell’oggetto. La verità ha cessato di essere Ragione ed è ripiombata
nell’Assoluto ossia nell’oggetto in sé e per sé.» (Banfi, 299: 345).
E’ corretto il modo, in cui Banfi,
299: 346a pensa l’autocoscienza assoluta hegeliana? A me sembra di no; se Banfi
avesse ragione, dovrebbe valere -e non mi pare proprio il caso- anche per Hegel
che “il problema della conoscenza (rapporto soggetto-oggetto) non esiste...,
giacché l’oggettività è assolutamente risolta come tale nell’autocoscienza”
(Banfi, 299: 347).
Cito dall’articolo di F. Rella, in AAVV,
3117: 10 - «Già Hegel [prima di Wittgenstein]
aveva colto la dimensione terapeutica della filosofia, ma aveva proposto un’
unica terapia, quella che doveva (cf. 3hegel.doc sul rapporto fra considerazione pensante
e comune esperienza). La pluralità delle terapie liquida definitivamente il
feticcio di un’ immensa guarigione delle contraddizioni nello spirito. La
terapia unica e complessiva della dialettica hegeliana è anzi l’incantamento
che i linguaggi del quotidiano devono dissolvere continuamente».
Tenendo presenti le osservazioni,
svolte da Feuerbach a proposito dell’inizio della Fenomenologia e della Logica, può valere l’osservazione,
secondo cui proprio Feuerbach aiuta a cogliere quale sia effettivamente
l’ottica hegeliana -ovvero non la composizione di un ‘romanzo del mondo’, ma
delle tappe che percorre la coscienza del mondo? Interessante, ad es., Feuerbach, 2706:
87, in cui si legge: “per gli oggetti meramente reali, dati immediatamente,
cioè attraverso la natura, è perfettamente valido ciò che Hegel dice...”: il
senso della cosa è che quella di Hegel è solo una filosofia critica e non
genetico-critica (cf. pp.86-7).
Max Weber individua in Hegel,
contemporanamente, un orientamento rigorosamente razionalistico -per cui la realtà è deducibile dai concetti
generali-, ma anche un orientamento intuizionistico -nel senso che, salendo
verso il concetto, la realtà non si priva di nulla della sua costituzione
concreta: il contenuto (empirico) e l’estensione del concetto non si oppongono,
ma al contrario si ricoprono l’un l’altro -è in questo senso che Weber
interpreta la tesi hegeliana, secondo cui il concetto più generale è, anche, il
più ricco. Ad Hegel, Weber contrappone l’intelletto analitico che, astraendo,
spoglia di concretezza il reale; il tipo di conoscenza che Hegel propugna è
analoga a quella matematica, nel senso che -come in matematica- consente la
deduzione del reale, ma solo perché lo ha ridotto a metafisico contenuto
concettuale. (Vincent, 2681: 174-5; il modo, in cui Weber descrive la
conoscenza matematica lo ritrovi in Boole, 6803: XLVIII-IX; cf. nslogica.doc
sul tema ) - Quindi,
(a) Weber coglie una relazione importante fra dialettica e matematica; (b) non
coglie la differenza di piano fra sapere assoluto (o ) e sapere determinato (o ),
assorbendo quest’ultimo nel primo; conseguentemente, (c) fraintende la nozione
dialettica di (per quest’ ultimo punto, cf. sesto.doc) -bada
che, di nuovo, sembra imporsi la necessità di precisare il senso di
, nella dialettica e, poniamo, in Feuerbach e Kierkegaard -è
importante che Fabro sottolinei la contraddizione fra concetto di
in Kierkegaard e in Hegel, vedendo però Kierkegaard vicino,
sotto questo aspetto, ad Aristotele; il risultato è che Frabro pensa la nozione
aristotelica di concreto come opponibile a quella hegeliana (Castagnino, 0529:
139) .
Se vale la definizione di
antropocentrismo, che si trova in AAVV,
7124: 34 a proposito di F. Bacon, si può dire che Hegel concepisce il
rapporto uomo/natura, secondo l’ottica dell’antropocentrismo? A me sembra che si
dovrebbero esaminare due concetti: (1) quale concetto di ha la
tradizione sei-ottocentesca [ricorda il modello dell’uomo del Rinascimento]?
(2) quale concetto si ha di e di -
insomma, mi sembra che la concezione dell’uomo -tutto cultura, artificio- e,
dunque, pari ad un apparato, plasmabile e riplasmabile economicamente, non sia
classica, ma dell’heute, ovvero della
società capitalistica e della sua ideologia. Non di F. Bacon o di Hegel -per
quest’ ultimo, cf. la def. di , in HbG.doc. Si può tentare
questa ipotesi: il modo odierno di recuperare il motivo Marx-Engelsiano
dell’uomo onnilaterale è, appunto, cogliere in esso sia il motivo dell’uomo
trasformatore della natura, sia quello dell’uomo che ha con essa una relazione
estetica, disinteressata, contemplativa e adattiva. Nota in proposito quanto
scrive Plümacher in AAVV, 7124: 55-6,
che non solo è da condividere, ma anche risulta utile per il mio discorso sulla
dialettica; in particolare nota il nesso, che Plümacher sottolinea, fra antropocentrismo
e concezione ‘costruttivistica’ del conoscere, volto ad interpretare il mondo.
La stessa Plümacher in AAVV, 7124: 59a
sottolinea il nesso etica-scienza in F. Bacon.
Interessante come Gellner, 7428: 97a
trasformi il motivo hegeliano, tragicamente ironico, -della storia che può
servirsi degli uomini impegnati in certi scopi, per ottenerne di diversi e non
saputi da quegli uomini stessi-, in provvidenzialismo teologizzante.
[10.1] - Schopenhauer, 3005: 25s
ripropone la questione: come, di fatto, Hegel fu recepito al suo tempo? Se fu
recepito al modo in cui risulta da Schopenhauer, si comprende meglio
perché Marx insistesse tanto nella polemica anti-speculativa ma, anche, sulla
necessità di recuperare Hegel, sottraendolo ad un certo universo filosofico; e
si comprende meglio come per lo stesso Marx questo recupero e sottrazione abbia
rappresentato un’autentica difficoltà. Hegel,
tra scolastica e Spinoza: Hegel “mancando di originalità, vuol
rappresentare una mèra parodia del realismo scolastico e ad un tempo dello
spinozismo...” (Schopenhauer, 3005: 80).
[10.2] - “Opporre l’essere al nulla
come la tesi all’antitesi, al modo di Hegel, significa presupporre in essi una
contemporaneità logica... Invece il non-essere non è il contrario dell’essere,
è la sua contraddizione. Ciò implica una posterità logica del nulla nei
confronti dell’essere, perché esso è l’essere prima posto, poi negato... il
non-essere presuppone un passo avanti irriducibile dello spirito: qualunque sia
l’indifferenziazione primitiva dell’essere, il non-essere è questa stessa
indifferenziazione negata.” (Sartre,
2259: 50). Hegel può far passare
l’ nel , perché ha già introdotto il
nella def. di essere (Sartre, 2259: 50s).-
Ipotesi mia: Sartre, 2259 sembra oscillare fra piano logico formale (e qui la
critica ad Hegel sembra ispirata, appunto, da tale piano) e ritematizzazione
della logica sul piano dell’esperienza (ad es., il discorso sull’intuizione del
nulla). Altra domanda: in quale chiave vanno lette le pagine della Scienza
della logica hegeliana?
[10.3] - “Heidegger... non cade
nell’errore di Hegel, non conserva al non-essere un essere, neppure un essere
astratto: il nulla non è, si annulla.”
(Sartre, 2259: 53b). - C’è da capire
quali conseguenze possa avere questo ‘eleatismo’ hegeliano (perché, appunto,
“conserva al non-essere un essere” e, dunque, ne fa un asperro dell’essere) per
la concezione della storia e della società. Pensa a quanto dico a proposito di
Valentini, circa il significato di reale = razionale. Sartre, 2259: 53s
potrebbe mostrare, di fatto, che nella prospettiva di Heidegger cade ciò che è
caratteristico di Hegel: intendo la radicale immanenza dell’uomo nella (sua)
storia e nel (suo) mondo. In altri termini l’heideggeriano
significa esattamente l’opposto di quanto sembra: è un’affermazione di
estraneità dell’uomo dal mondo?
[11]
“Simbolico in generale è un’
esistenza esterna che è immediatamente presente o data all’intuizione, ma che
non deve essere presa in base a lei stessa, così come immediatamente si
presenta, bensì in un senso più ampio e più universale. Quindi nel simbolo
vanno subito distinti due lati: il significato
e la sua espressione. Il primo è una rappresentazione od un
oggetto, qualunque ne sia il contenuto, la seconda è un’ esistenza sensibile o un’ immagine di
qualsiasi specie.” (Hegel, 1141: 344). -
Per il tedesco, cf. hegelsym.doc.
“Noi non dobbiamo prendere, in
rapporto all’arte, il simbolo nel
senso di questa indifferenza [Hegel si riferice all’accidentalità del
rapporto tra e cosa designata] di significato e designazione; giacché l’arte
in generale consiste proprio nella relazione, nell’affinità e nella concreta
compenetrazione reciproca di significato e forma.” (Hegel, 1141: 344) - giusta U.Eco, questa è una concezione
tipicamente romantica dell’arte.
Per simbolico ed arte in Hegel,
secondo De man, cf. AAVV, 7340.1: 101.
“... i racconti per l’infanzia devono
essere un semplice gioco di immagini e di associazioni accidentali e strane. I
fanciulli infatti si accontentano di una simile superficialità di immagini, del
loro gioco senza spirito ed ozioso, della loro traballante combinazione. I
popoli, però, anche nella loro infanzia, hanno richiesto un contenuto più
essenziale... anche l’arte classica ha ancora un lato di ambiguità, in quanto
nelle produzioni mitologiche dell’antichità può apparire dubbio se dobbiamo
arrestarci alle forme esterne come tali, ammirandole come gioco pieno di grazia
di una felice fantasia- considerando la mitologia solo una oziosa invenzione di
favole- oppure se dobbiamo ancora cercare un diverso e più profondo
significato. Quest’ ultima richiesta può rederci perplessi soprattutto nei casi
in cui il contenuto di quelle favole riguarda la vita e le opere degli dei,
perché le storie che ci vengono raccontate sarebbero in tal caso da considerare
come assolutamente indegne dell’assoluto, come invenzione semplicemente
inadeguata e insulsa.” (1141: 349-50).
Nota: 1) Hegel sembra rifiutare il paradigma popolo-fanciullo, sembrerebbe perché
il primo, in quanto comunque soggetto politico, ha un rapporto con
l’, che al fanciullo manca; si può dire che questo è un
motivo anti-romantico? 2) Hegel individua, comunque, un momento di puro gioco,
nel senso di puro funzionamento della facoltà mentale.
In 1141: 352, così scrive Hegel:
" se... andiamo in cerca della verità interna delle rappresentazioni
mitologiche, senza però perdere di vista anche l’altro lato, cioè
l’accidentalità e l’arbitrio dell’immaginazione, la località, ecc., possiamo
allora anche giustificare le diverse mitologie." -l’interessante, qui, sta nel fatto che l’antiriduzionismo hegeliano e
la sua attenzione all’ si legano strettamente alla
concezione del simbolico: quest’ ultimo, dunque, ha in realtà a che fare
addirittura con la concezione della storia e con la distinzione hegeliana delle
. Il testo citato favorisce questa considerazione: Hegel
sembra intendere per quel sistema di ragionamento,
la cui forma fondamentale -o regola fondamentale- è , laddove è l’essenza a cui i diversi
vengon sempre ricondotti. In tal senso, la fa tutt’uno col , l’
(in una certa accezione del termine, ma senza che con ciò venga esclusa
un’altra accezione dello stesso termine) e con la ; proponendo la dialettica, Hegel ha in mente proprio la
necessità di : per questo la sua logica ha come forma
fondamentale , cioè un certo ritmo che
prevede, ad un tempo, l’effettiva presenza delle differenze che, proprio per
poter restare tali, non possono costituire una rigida reciproca esclusione, ma
sì debbono implicarsi, dunque, risolversi e riproporsi (in questo senso,
potrebbe essere tipico il ricorso alla duplicità semantica di
).
Nota la visione dell’arte (simbolica)
come lotta e contrasto, che propone Hegel, 1141: 359a e collega il tutto con il
ruolo, che in Hegel gioca, la nozione di Arbeit/Mühe. A conferma: “... l’idea
più profonda e personale, elaborata da Hegel proprio nell’Estetica, del simbolo (e dell’arte tutta) come squilibrio,
asimmetricità, inadeguatezza ineliminabile di forma sensibile e di contenuto spirituale...”
(AAVV, 7340.2: 111).
Nota bene come la concezione
dell’arte, che ha Hegel, renda adeguatamente la sua concezione della dialettica
-con la conseguenza, ad es., che se nell’opera ‘d’arte’ manca la mediazione
forma-contentuto, allora non c’è effettiva opera d’arte. Un’ altra conseguenza
è che il meccanismo di trascendimento/recupero, di cui dice Della Volpe, per
Hegel è anche testimonianza di assenza d’ arte. (cf. Hegel, 1141: 374-5).
A conferma di quanto risulta anche
dall’Estetica, non solo Hegel legge
la storia ‘a ritroso’, ma anche limita il suo discorso a ciò che effettivamente
è accaduto: per questo, all’apparenza, la sua è una ricostruzione orientata,
‘necessaria’ (Sebag, 4691: 33a).
[12]
«... Pöggeler ... separa la Fenomenologia dalla elaborazione definitiva del sistema (hegeliano)
e coglie l’affinità con i primi scritti di Jena, nella vicinanza dei quali
colloca la Fenomenologia come ,
una specie di arena o campo di battaglia dove lottano concezioni ancora
immature del futuro sistema» (dalle bozze di Holz).
E. Fleischman: Dialéctique
et conflit (AAVV, 3091: 95ss).
In Hegel, si distingue una dialettica
globale -che percorre l’intero sistema- ed una dialettica particolare ad ogni singola tappa della prima. La
è caratterizzata dalla processualità e dal rapporto
universale/particolare: entrambi definiscono la totalità concreta.
Hegel non chiarisce la natura della dialettica in sé, dacché rinvia alla
sue applicazioni/incarnazioni nel dominio della Natura e in quello dell’Uomo.
La logica hegeliana è anche ontologia; la terza parte della Logica “Logica soggettiva”) si occupa di
epistemologia. “La règle
épistémologique que nous retiendrons d’ ici est la suivante: les rapports entre
sujet et objet s’évoluent à partir de leur extériorité complète (mécanisme)
jusqu’ à la création d’ un monde raisonnable où la partie se reconnaît dans le
tout et vice versa.” (p. 97).
Interessante la p.106, che traccia una linea che, da L. von Stein -oscuro
hegeliano- a Max Weber -che
liquida come utopistica la
prospettiva di superare lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo- a Nietzsche
-con la sua Wille zur Macht-, conduce
fino alla coscienza politica odierna.
Mi chiedo se la nozione di , che è di
Plotino, non sia di grande interesse -per la sua struttura logica- rispetto
alla riflessione di Hegel e se non abbia a che vedere con la nozione di
<übergreifen>. (Beierwaltes, 5548: 24). Per la nozione hegeliana di
sapere assoluto, tieni presente Plotino, secondo il quale ciò che lo Spirito
pensa “è se stesso, cosicché il suo oggetto non è nulla di a lui estraneo.
L’autonomia del suo pensiero è basata dunque sull’identità, in lui, di pensiero
e pensato, ovvero - se il pensato è l’ente (ciò che è, le idee, l’intelligibile)-
sull’identità di pensiero ed essere.” (Beierwaltes, 5548: 25). Ricoda
6hegel.doc per la contrapposizione, che Hegel fa tra Platone e i cultori del
sapere immediato.
Elenchos, 1-1990: 69 per mostrare l’analogia fra Hegel e
lo stoicismo a proposito del rapporto fra ed
.
[13] - E’
possibile che la grande dottrina di Hegel, per cui la natura è spirito
nell’esteriorità, implichi che sia la natura che il movimento naturale sono storici. (Meikle, 6541: 31n).
Il movimento naturale secondo Hegel: (a) germe/Keim e suo
svolgimento (cf. anche 6hegel.doc, nonche la in
9hegel.doc); (b) non produce novità, piuttosto preserva, attraverso individui
numericamente diversi, una stessa natura; (c) non ha nulla al suo interno che
lo contrasti; gli attriti sono esterni; (d) la forma del movimento non è
dialettica. (Meikle, 6541: 34a; 36).
Probabilmente si può dire che e
, per Hegel, valgono per necessità puramente oggettiva, in questo senso, inerziale, pesante; necessità
non organizzata, non coordinata (cf. certe descrizioni della Nausea
di Sartre)[21].
Nota che il concetto di , come caratterizzante il
rapporto dell’uomo con la natura, lo trovi già in F. Bacon (cf. AAVV, 7124: 41). Giusta la maniera hegeliana di
usare il termine , è chiaro che quest’ ultimo può intervenire
anche in ambito sociale e morale. In AAVV, 7124: 97a, cosa intede Kant con
: di primo acchito, la differenza rispetto ad Hegel è solo linguistica;
da accertare se, per Hegel, sia o non possibile una scienza della natura, nel
senso in cui è altro che la scienza
della storia, con le caratteristiche
pretese da Kant. Da accertare, anche, se per Hegel esistono de jure
questi due ambiti.
Per l’uso hegeliano della come Vorbild
dell’economico, cf. 1kant.doc [4.17] la citazione da Hume. Nota anche Hegel,
1146: 203, da cui si ricaverebbe che il Vorbild, attraverso cui Hegel guarda al
vivente è quello dell’ o .
[13.1] - Per l’uso di
<astratto>: in Hegel, 1130.3: 326, la volontà si dice
, quando è . In Weil, 2737: 37a,
come ciò che è
illimitato (infinito), in quanto non circoscritto da una positività superiore.
Non mi convince per niente come appare , in Merker, 7222. Più
consono alla mia interpretazione è il modo, in cui l’astratto hegeliano vien
spiegato da Weil, 2737: 43. Nota ancora: “... e proprio il non concreto, che ha
scarsa o nessuna determinazione in sé, è l’astratto, il negativo, il meno
importante... “ (Hegel, 1146: 138s). Cf
anche Kierkegaard sul soggetto astratto, in existenz.doc.
[13.2] - “... tutta questa dottrina di Hegel sembra
essenzialmente etica, pratica; un’ esposizione della spiritualità, non una
nozione teoretica della natura. Ebbene, Hegel ritiene di essere in possesso di
spedienti mediante i quali egli può far diventare d’una profonda importanza
teoretica le sue categorie essenzialmente pratiche.” (Royce, 7437: 284). - Si potrebbe dir la cosa in questo modo: se
l’oggetto della riflessione di Hegel è la , allora non può
mai uscire dall’ambito dell’ ed intrare in quello del mero
; di qui si esce parlando non di hegeliana filosofia della natura, ma sì della conoscenza della
natura. In questo senso, di epistemologia hegeliana.
[13.3] Per la
concezione hegeliana della natura. Wolff interpretava il concetto astratto
di diversità/Verschiedenheit come il
concreto (Auseinander)
intuitivo dei luoghi nello spazio. (Cassirer, 1651: 86); secondo Kant, allo
spazio e al tempo (ma non alla qualità) è essenziale la forma dell’ (Cassirer, ivi: 213a)¸”Se ... si prende l’oggetto singolo
soltanto nella sua separatezza, allora esso non soddisfa ancora il vero e
proprio concetto di : infatti il sistema della natura vuol essere
un sistema di leggi , e quindi non
riguarda l’oggetto isolato come tale ma il collegamento universale dei fenomeni
e la forma di dipendenza reciproca in cui essi stanno tra loro.” (Cassirer,
1651: 217) [leggi sì, ma ‘esteriori’].
[13.4] - Hegel, 1146: 2005s contro la teoria
evoluzionistica? Riguarda, anche, la questione , cioè la tesi,
per cui la natura è mero strumento dell’uomo.
[13.5] - Da controllare: in Hegel dovrebbe essere presente
l’impostazione classica, di cui dice Kant, 7168: 238a, proprio nel senso che
-secondo Hegel- il mondo del Esser-ciò, in quanto tale, implica limitazioni,
scompensi, ecc.
[14] -
Qualità/quantità: (Hegel, 1130.1).
(“La quantità -scrive Cingoli, 7464:
94- è dunque posta come seconda; va sottolineato che è un tratto comune a tutti
i pensatori romantici il porre in rilievo l’aspetto qualitativo della scienza,
di contro all’aspetto quantitativo-galileiano.”)
Le determinazioni dell’essere -in quanto esso è solo concetto in sé- stanno nella relazione della mèra separazione,
contrapposizione, esteriorità. Il dialettico è, invece, il passaggio (Übergang) dell’uno nell’altro. La dialettica come seme/germe: “Diese
Fortbestimmung ist in einem ein Heraussetzen
und damit Entfalten des an sich
seienden Begriffs und zugleich das Insichgehen des Seins, ein Vertiefen desselben in sich
selbst. Die Explication des Begriffs in der Sphäre des Seins wird ebensosehr
die Totalität des Seins, als damit die Unmittelbarkeit des Seins oder die Form
des Seins als solchen aufgehoben wird.” (1130.1, §. 84).
Unilateralità della logica, ovvero
suo carattere metafisico. Definire metafisicamente dio significa esprimerne la natura nel pensiero ; la logica abbraccia tutti i
pensieri, ma sempre e solo nella forma di pensieri.
(§.
85) -su questa
stessa linea per l’uso del termine : “Questo dogmatismo della
seprazione assoluta del finito e dell’infinito è logico; è un’affermazione
della natura del concetto del finito e dell’infinito che vien trattata nella
logica.” (Hegel, 1146: 133) .
§. 85 Zusatz. La qualità è, dapprima, rappresentata come determinazione identica
all’essere, poiché qualcosa cessa di essere ciò che è, se perde la sua qualità
(cf. il Zusatz al §. 92). La quantità,
invece, è esteriore all’essere, è una determinazione indifferente. Il terzo
gradino dell’essere -la misura/das Maß-
è l’unità delle prime due, è la quantità qualitativa. Tutte le cose hanno la
loro misura, vale a dire che sono quantitativamente determinate ed è per esse
certamente indifferente esser più o meno grandi, ma questa indifferenza ha i
suoi limiti, superati i quali -nel senso del più o del meno- le cose cessano
d’essere ciò che sono. Dalla misura si perviene alla seconda sfera fondamentale
dell’idea, cioè all’essenza... Si è soliti considerare la coscienza sensibile
come la più concreta e, dunque, la più ricca. Ma questo è vero solo rispetto
alla materia, mentre dal punto di vista del contenuto di pensiero, in realtà, è
la più astratta e povera.[per la
coscienza sensibile, cf. anche 6hegel.doc].
§. 86 - Il puro essere
costituisce l’inizio, dacché è il puro pensiero, in quanto indeterminato,
semplice immediatezza e, d’altronde, il puro inizio non può esser un che di
mediato o di ulteriormente determinato. L’essere può esser determinato come io
= io, cioè come l’assoluta indifferenza o identità. Ogni dubbio ed obiezione a
questo modo di iniziare della scienza può esser rimosso, pensando a ciò che
comporta la natura dell’inizio. Se si ritenesse di dover cominciare dalla
semplice certezza -per es., dalla certezza di sè [Descartes]- o da una
definizione o intuizione dell’assolutamente vero, si commetterebbe l’errore di
cominciare da forme, che già contengono in sé la mediazione. Se si prende l’io
= io oppure l’intuizione intellettuale come il vero inizio, nella sua
immediatezza questo non è altro che l’essere; ma dall’altra parte, il puro
essere, in quanto è un essere che già contiene in sé la mediazione, è il puro
pensiero o l’intuizione (su io = io, cf. anche 6hegel.doc).
[commento mio. Nel testo, Hegel distingue due inizi: l’uno, che tutto precede; l’altro,
che è l’inizio della logica e della filsosofia. Dunque, l’uno, che è la
coscienza immediata pre-filosofica (e che mi consente di pensare a Lévy-Bruhl);
l’altro, che è l’eleatismo.
- Intendo così: se rendo inizio o la
certezza di sé o l’intuizione intellettuale dell’assolutamente vero, in realtà
non parto dall’autentico inizio, perché quelle due posizioni già comprendono in
sé la mediazione, ovvero il “venir fuori dalla differenza”.
L’inizio effettivo -si legge nel Zusatz
1- è non solo mancanza di determinazioni,
ma anche l’immediata mancanza di
determinazioni: nell’autentico inizio non c’è posto per l’, né per
l’, né dunque per la mediazione. (184)
Nella storia della filosofia troviamo i diversi gradini dell’idea logica
sotto la forma (Gestalt) di sistemi
filosofici, che nascono l’un dopo l’altro, ognuno dei quali ha a fondamento una
particolare definizione dell’assoluto. (Zusatz
2: 184). - Dato che il dispiegarsi dell’idea logica si mostra come un
progredire dall’astratto al concreto, anche nella storia della filosofia i
sistemi più primitivi sono anche i più astratti e poveri. (ivi - Marx ha rubato tutto a proposito di astratto
e concreto!). - Secondo il suo contenuto essenziale, la storia della
filosofia non ha a che fare con il passato, ma con l’eterno ed il puro
presente; per il suo risultato, inoltre, quella storia non è una galleria degli
errori dello spirito umano, sì piuttosto un Pantheon di figure divine da
confrontare. (Zusatz 2: 185) -
L’inizio della logica è come l’inizio della filosofia -anche se la storia della
filosofia ha uno svolgimento che solo in parte coincide con quello dialettico
della pura idea logica-; tale comune inizio lo si trova nella filosofia
eleatica, in particolare, in quella di Parmenide, il quale coglie l’assoluto in
quanto essere (). L’errore degli
eleati sta nel fatto che, riconosciuto
nell’essere il vero, il restante contenuto della coscienza lo espungono;
ma questo è <gedankenlos>,
perché significa collocare accanto e fuori dell’essere qualcos’altro. Il vero
rapporto è, invece, che l’essere in quanto tale non è qualcosa di fermo e di
ultimo, ma sì -in quanto rovesciato dialetticamente nel suo opposto, anch’esso
preso in modo immediato- è il nulla. (Zusatz 2: 185a; anche §. 87). [Il
senso della cosa dovrebbe essere che, nel modo proposto da Hegel, si passa
dall’essere al nulla, dal positivo al negativo, senza scissione e senza
riflessione, ma immediatamente, senza introdurre nulla di nuovo al mèro inizio,
ma sì per semplice movimento interno all’inizio. In altri termini, la storia
basta a se stessa, si spiega per se stessa.]
Definizioni dell’assoluto.
1) - Se l’essere vien detto come predicato dell’assoluto, abbiamo questa
sua prima definizione: Das Absolute ist
das Sein. Si tratta della definizione (nel pensiero -[questa specificazione diviene comprensibile, se tieni presente che
Hegel parla, appunto, di due inizi, l’uno pre-filosofico e l’altro, che è
l’inzio della filosofia e della logica]) più iniziale, astratta e povera.
E’ la definizione degli Eleati, ma anche il ben noto . Bisogna che si
sia fatta astrazione dalla limitatezza che è in ogni realtà, perché dio sia
solo il reale in ogni realtà, il massimamente reale. Poiché la realtà (Realität) contiene già una riflessione,
allora questo è più immediatamente espresso in ciò, che Jacobi dice del dio di
Spinoza, che egli è il principio dell’essere in ogni esser-ciò/esistenza
(Principium des Seins in allem Dasein).
(§. 86 - Dasein e/o Realität ?). Cf hegello.doc.
2) - Dieses reine Sein ist nun die reine Abstraktion, damit das Absolut-Negative, welches, gleichfalls unmittelbar genommen, das Nichts ist. (§. 87). In vero questa
definizione è già contenuta quando si dice che la cosa-in-sé è l’indeterminato,
la mèra forma e, dunque, il mancante di contenuto. O anche quando si dice che
dio è, solo, la somma essenza e, quindi, è il nulla, in quanto è espresso
appunto come negatività. Il nulla, che il buddismo eleva a principio, termine e
fine di tutto, è questa astrazione. [Qui
c’è la critica -che trovi anche in Cassirer- dell’astrazione empiristica,
dunque, della concezione del concetto quale risultato dell’astrazione]. Tentativi
di uscira da questa contraddizione di Sein / Nichts: (a) l’essere come ciò che,
in ogni mutamento permane (Beharrende);
(b) l’essere, come la materia infinitamente determinabile; (c) l’essere, come
l’esistenza unica, che può esser sensibile o spirituale. In quanto, però, in
tutte queste varianti, il Sein
continua a permanere nell’immediatezza, continua ad essere un che di Unsagbares e la sua differenza dal Nichts une semplice Meinung.
C’è una spinta (Trieb) a dare un
significato stabile al Sein ed al Nichts
ed è questa spinta la necessità che dà loro un significato vero e concreto:
tale progresso è l’approfondimento (Ausführung)
logico. La meditazione (Nachdenken)
che trova per essi (il Sein e il Nichts) determinazioni più profonde, è
il pensiero logico (das logische Denken),
per opera del quale si producono determinazioni non in modo casuale, ma sì
necessario. [lo sviluppo dello spirito è
promosso da un Trieb a superare
l’impasse logica -la contraddizione, l’imprecisione, il confuso, l’incerto]. -
[Mi chiedo che sia opportuno distinguere, nella traduzione, Nachdenken da
Reflektion. Nota anche l’espressione : sembra, comunque,
che data un’impasse logica, il Trieb sollecita il Nachdenken, il quale a sua
volta conduce alla logische Ausführung, il cui agente è il logische Denken. Quindi: impasse logica - Trieb - Nachdenken - logische Denken - logische
Ausführung].
“La più alta forma del nulla per sè (für
sich) sarebbe la libertà, ma essa
è la negatività, che si approfondisce in se stessa fino alla massima intensità
ed è essa stessa affermazione assoluta.” (187)
[§. 87 Zusatz] - “Essere e nulla debbono essere differenziati, vale a dire che la loro
differenza è solo in sé ma non è
ancora posta. Quando parliamo in
generale di una differenza, abbiamo due [diversi], ad ognuno dei quali spetta
una determinazione, che non si trova nell’altro. Ma l’essere è, solo, il
puramente mancante di determinazioni ed anche il nulla è questa mancanza di
determinazione. Dunque, la loro differenza è un che di ritenuto (gemeinter), dunque, una differenza del
tutto astratta la quale, contemporaneamente, non è differenza alcuna. In tutti
gli altri casi di differenza, abbiamo sempre un che di comune, che abbraccia
entrambi i differenti. Se parliamo, ad es., di due differenti generi, il genere
è appunto ciò che è comune ad entrambi. Dunque, diciamo: vi sono essenze
naturali e spirituali: in questo caso, l’essenza è ciò che spetta ad entrambe.
Nel caso dell’essere e del nulla, invece, alla differenza manca il terreno
sotto i piedi (Bodenlosigkeit) -e
neanche questa caratteristica può differenziarli, perché essere e nulla sono
questa stessa mancanza di terreno. Se si volesse dire che essere e nulla,
entrambi, sono pensieri e che, dunque, il pensiero è ciò che li accomuna,
bisognerebbe considerare che l’essere non è un particolare, determinato
pensiero, ma piuttosto è il pensiero ancora del tutto indeterminato e proprio
per questo non distinguibile dal nulla. Ci si rappresenta anche l’essere come
l’assoluta ricchezza e il nulla come l’assoluta povertà. Se esaminiamo il mondo
e diciamo che esso è tutto e che oltre non vi è nulla, lasciamo cadere ogni
determinato e, dunque, abbiamo invece dell’assolutamente pieno l’assolutamente
vuoto. Lo stesso capita con la definizione di dio come il semplice essere, alla
quale definizione -e con pari diritto- si contrappone quella del buddismo, per
la quale dio è il nulla, la cui conseguenza è anche l’affermazione che l’uomo
diviene dio, nullificandosi.” (187s). -
Mi chiedo se nella tesi protestante, secondo cui la salvezza è data dalla fede
e non dalle opere -o dall’osservanza della legge-, non si abbia traccia di
questa nullificazione buddista dell’uomo. Nullificazione che verrebbe, poi,
universalizzata, nella misura in cui ad essa si unisca la tesi
dell’arbitrarismo teologico. Nullificato risulterebbe l’uomo in quanto
religioso; ma anche Hegel nullifica l’uomo religioso, quando indica con favore
l’atteggiamento luterano, che toglie la distinzione tra laico e clero, in
quanto lascia allo Stato tutto ciò, che riguarda l’agire. Se ho ragione, Hegel
assumerebbe la nullificzione dell’uomo operata dal cristianesimo protestante,
affiancandola però ad un (lo Stato), che procede ‘a ragion veduta’.
Un aspetto da approfondire è il seguente: se esiste qualche traccia di buddismo
nel cristianesimo protestante, allora l’attenzione ottocentesca per il buddismo
acquisterebbe un rilievo assai meno esotico.
§. 88 - Rovesciandosi il nulla nell’essere e viceversa, la loro verità sta
nella loro unità: ma l’unità di essere e nulla è il divenire/werden. La proposizione <L’essere e il nulla son lo stesso> è
della massima difficoltà per la rappresentazione o intelletto (Vorstellung oder... Verstand): infatti
quella proposizione è la contraddizione (Gegensatz)
in tutta la sua immediatezza, vale a dire senza che nell’uno sia posta una
determinazione, che lo relazioni all’altro. -
Mi pare confermi la tesi, secondo cui Lévy-Bruhl, con la sua mente primitiva,
non ha propriamente detto nulla che non si sapesse: infatti, egli si limita a
(ri-)porre la
separazione/incomunicabilità fra immediatezza dell’essere/nulla e
intelletto. Nota anche Vorstellung = Verstand. (Per la nozione di
Vorstellung, cf. anche 6hegel.doc[n]).
[Il progetto di Hegel: ricavare metodicamente, cioè, necessariamente l’intero avanzamento (Fortgang) della filosofia; ciò è
possibile per via analitica, in
quanto esiste negli opposti dati quella loro unità, che è il passo successivo
del processo filosofico: si tratta, dunque, di ‘costruire’ tutte le categorie
del reale, attraverso il movimento del reale stesso, senza cesure, ovvero
all’interno di una prospettiva rigorosamente immenentistica. Nel caso di Sein
e Nichts, l’unità della
contraddizione è, appunto, il divenire/Werden.
(188a) - dunque, si conferma la
precedente serie: impasse logica o contraddizione - Trieb - Nachdenken -
logische Denken - logische Ausführung. Mi pare che questo significhi: dato come
punto di partenza l’esperienza nella sua immediatezza, mantenendomi sullo stesso
terreno dell’esperienza, riesco a costruire la serie sempre più raffinata di
mediazioni, fino a comprendere la scissione dell’esperienza, ma come evento
interno alla stessa esperienza -ecco la differenza
rispetto a Kant.]. Cf. la in 3hegel.doc.
Il tipo è diverso sia dal tipo
, sia dal tipo di conoscenza assicurato dalle altre
scienze. (190). ); in proposito, così A.Moretto (AV, 7201: 134-5): “Dice Hegel
che matematica
In espressioni come <essere e
nulla son lo stesso>, oppure <l’unità
di essere e nulla> ciò che colpisce negativamente è che mentre in esse
vien sottolineata l’unità, non viene invece espressa e riconociuta la
diversità, da cui si fa impropriamente astrazione e che, dunque, appare non
pensata. In effetti, il divenire/Werden
è l’espressione vera del risultato di
essere e nulla, in quanto loro unità: vale a dire che non è, solo, l’unità di essere
e nulla, ma sì l’irrequietezza (Unruhe)
in sè stessa [cioè, nell’unità] :
l’unità, che non è semplice relazione-a-sé priva di movimento, ma sì unità in
sé verso di sé, mediante la diversità di essere e nulla che è nel divenire.
(191). Per essere = nulla, cf. Democrito (193).
Contro la proposizione, che dice
e , dunque contro la proposizione del
divenire, sta l’altra, che dice , -cioè, la proposizione dell’eternità della materia
e del panteismo. (191s). - [Hegel colloca
il entro l’<è>; il suo antieleatismo, in questo senso, è
anti-panteismo[22],
dacché quest’ultimo tutto riempie di essere/dio]. Per Hegel, panteista è Hölderlin (v. Q/XXIX,
8.2.90(4)); sul panteismo v. anche Hegel, 4003.1: 303; per il nesso tra
panteismo e Trieb, cf. Thom, 4834:
38.
“Il divenire è il primo pensiero (Gedanke/pensato)
concreto e perciò il primo concetto, mentre essere e nulla sono vuote astrazioni.”
(192) - [commento mio. Dunque, potremmo dire che gli inzi sono tre: (a) l’inizio pre-filosofico
o dell’essere nella sua immediatezza; (b) l’inizio filosofico o
dell’essere/assoluto di contro all’altro, che è nulla. (Eleatismo ed in
particolare Parmenide); (c) l’inizio del pensiero concreto o concetto/Begriff,
che implica una mediazione. Il divenire ed Eraclito] - Se vogliamo parlare del
concetto/Begriff dell’essere, questi
non può consistere se non nell’essere il divenire/Werden. Nell’unità del divenire la differenza non può essere
abbandonata, poichè in sua mancanza si tornerebbe all’astratto essere. Il
divenire è solo l’essere posto di ciò, che l’essere è nella sua verità. (192).
-
Si sente spesso affermare che pensare (Denken) ed essere sono contrapposti (Entgegengesetzt). Di fronte a tale affermazione bisognerebbe in
primo luogo chiedere cosa s’intenda con essere. Se assumiamo l’essere come
qualcosa che la riflessione determina [circoscrive,
definisce? Infatti l’essere nella sua immediatezza è qualcosa di Unsagbares] ,
di esso allora possiamo asserire che è lo stesso che l’identico e
l’affermativo. Ma se esaminiamo il pensare (Denken),
non ci può sfuggire che esso è se non altro l’identico con se stesso:
all’essere ed al pensare, dunque, spetta la stessa determinazione. Ma questa identità di essere e pensare non
va presa concretamente e perciò non va detto che la pietra sia lo stesso che
l’uomo pensante; un concreto è qualcosa d’altro che l’astratta determinazione
in quanto tale [sott. mia, SG]. Ma quando si parla dell’essere non si fa
nessun discorso concreto, dacché l’essere è, appunto, il pienamente astratto (das ganz Abstrakte). (192a) - [osservazione mia. In primo luogo, mi sembra che significhi
‘contrapposto’, nel senso di , dunque,
mi sembra che qui venga usato per indicare la tesi della radicale distinzione
fra pensare ed essere; in secondo luogo,
mi pare importantissima la parte che ho sottolineato, da cui si ricava che la
semplice presenza della qualità Q, come elemento comune fra S ed S’, non
consente l’affermazione S = S’; di nuovo, Hegel usa sì il concetto per
astrazione, ma sottende che questo non è capace di cogliere in concreto la
realtà: ci vuole un’altro tipo di concetto; ne deriva che la determinazione/ Bestimmung che accomuna Sein e Denken, non autorizza a concludere
che Sein = Denken, anche se basta a negare la tesi dell’Entgegengesetzung; ma anche ne deriva, implicitamente, la
via dell’approfondimento dell’esperienza, nel senso di renderla concreta, di
porne le articolazioni interne, le distinzioni e le mediazioni. Appunto, il
Begriff.] - Il divenire, in quanto è il primo concreto, è anche la prima
vera determinazione del pensare (Gedankenbestimmung). Eraclito. (192s)
§. 89 - Nel divenire/Werden,
l’essere -in quanto uno col nulla- ed il nulla -in quanto uno coll’essere- son
solo dissolventesi; mediante la sua contraddizione in sé (Widerspruch), il divenire coincide con l’unità, in cui essere e
nulla son superati. Con ciò, il suo risultato è il Esser-ciò. - Fissare i risultati nella loro verità, questo
caratterizza ciò, che veramente porta avanti e sviluppa il sapere [e cosa significa ? Saperli dimostrare come momenti necessari del movimento
del concetto, e per questo essere una tappa, un nodo del logische Denken o
della logische Ausführung]. - Nulla vi è, in cui non si possa mettere in
evidenza la contraddizione (Widerspruch),
cioè, la compresenza di determinazioni contrapposte (entgegengesetzt); di fronte a questa situazione l’intelletto astrae, vale a dire, fissa una delle
determinazioni, perché punta ad occultarne l’altra [astrazione intellettuale ]. Di fronte ad un oggetto o concetto
contraddittorio, la tendenza è a dire : ad es., Zenone ed il movimento o gli antichi, quando escludevano
dall’assoluto il nascere e il perire - cf. AAVV, 7117: 430, in cui si legge che
per Hegel, “la prima sintesi [tra gli
opposti] è opera della riflessione stessa,
che pone l’identità attraverso l’astrazione
da uno degli opposti e quindi la sua assolutizzazione, a spese dell’altro. Si tratta di una identità
disuguale per astrazione subordinante
che non è l’identità assoluta (di essere e pensiero) ma l’identità astratta-formale del pensiero. Essa è in grado di ridare
la serie infinita dei condizionati-pensati ma non la totalità (reale) dell’incondizionato. (sott.mie. SG)” - mi pare che da tutto questo si tragga con
sicurezza che , con il tipo di astrazione che gli è propria,
e , con il concetto/Begriff che sa produrre, siano, anche, due
Richtungen.
“Anche nella nostra rappresentazione (Vorstellung)
è contenuto che dal divenire scaturisca (herauskommen)
qualcosa e che, dunque, il divenire abbia un risultato. Ma qui nasce la
questione di come il divenire/Werden
possa non restare semplicemente tale ma avere, invece, un risultato. La
risposta la si ricava da quanto abbiamo sopra detto a proposito del divenire.
Il divenire contiene in sé l’essere e il nulla e li contiene in modo tale, che
l’uno si capovolge nell’altro ed ognuno supera l’altro. Il divenire si mostra
così come ciò che manca affatto di stasi (durchaus
Restlos) ma, anche, come ciò che non
può permanere in questa astratta mancanza di stasi; ora, poiché essere e nulla
si dissolvono nel divenire e questo è il suo concetto, il divenire stesso è
come un dissolversi, quasi un fuoco che si spegne in se stesso poiché consuma
il proprio materiale. Il risultato, però, di questo processo non è il vuoto
nulla, ma piuttosto l’essere identico con la negazione, che noi chiamiamo Dasein
ed il cui significato è l’esser
divenuto.” (194s).
§. 90 - Il Dasein (l’esser-ciò) è essere con una determinazione -la qualità-,
ovvero una determinazione immediata o essente (unmittelbare oder seiende).
Il Dasein, in quanto riflettentesi in questa sua determinazione, è Daseiendes (= l’ente determinato[23]),
dunque, il qualcosa/Etwas. - (Zusatz)
Differenza tra qualità e quantità; la qualità è una proprietà del finito ed ha
il proprio luogo non nel mondo dello spirito, ma sì in quello della natura: ad
es., se studiamo lo spirito soggettivo (che è l’oggetto della psicologia),
possiamo legittimamente affermare che il significato logico (logische Bedeutung) di ciò che chiamiamo
il carattere/Charakter è lo stesso
che il significato logico della qualità; tuttavia, il carattere non va
considerato come qualcosa che penetra tutta l’anima, né come una determinazione
ad essa immediatamente identica -come invece avviene in ambito naturale. [da hegel.crd ricavo che la nozione di
si colloca nello spazio dell’ e della
]. Qualità e Verrücktheit
: dunque, se la qualità/carattere invade tutta l’anima, si ha follia/
Verrücktheit. (195s).
§. 91 - La qualità, come determinazione essente
di contro alla negazione in essa contenuta ma da essa differenziata (unterschiedene), è realtà (Realität). La negazione -non l’astratto
nulla, ma la negazione in quanto un Dasein
e un Etwas- è l’esser-altro (Anderssein). La qualità, poiché questo esser-altro
è la sua propria determinazione ma, a tutta prima, da essa distinta, è
esser-per-altro (Sein-für-Anderes) -
un’estensione del Dasein, dell’Etwas.. L’essere della qualità in
quanto tale, contrapposto a questa relazione all’altro, è l’essere-in-sé (Ansichsein). - (Zusatz) - La condizione fondamentale (Grundlage) di ogni determinazione è la negazione; Spinoza.-
L’opinare privo di pensiero (gedankenlos)
indaga le cose determinate solo positivamente e le irriggidisce nella forma (Form) dell’essere. In p. 196a, Dasein e
Realität sembrano avere, entrambi, questo significato: Dasein/Realität come
esteriorizzazione dell’interiore o del soggettivo, per cui quando si dice, ad
es., o ,
s’intende che quel piano o quell’intenzione non son restati nel soggettivo, ma
si sono esteriorizzati nel Dasein; in questo stesso senso, si dice che
; in questo senso ancora si
dice . Altro uso di Dasein/Realität: realizzazione
dell’essenza/Wesen (“quello è un uomo reale!”): in questo senso Realität =
Idealität. (pp. 196s) - quindi, Hegel
prevede due usi del termine , secondo uno dei quali (Realität =
Idealität) Realität ha un significato diverso da Dasein.
§. 92 - (Zusatz) Nel Dasein la
negazione è immediatamente identica con l’essere ed è ciò, che chiamiamo
confine (Grenze); siccome i suoi
confini fanno sì che il qualcosa sia quello che è, essi non vanno considerati,
solo, come esteriori al qualcosa o Dasein, ma piuttosto coinvolgenti tutto il
Dasein: in tanto i Grenze possono esser concepiti solo come alcunché di
esteriore, in quanto son considerati solo dal punto di vista quantitativo (cf. il Zusatz, al §. 85);
a dimostrazione che il confine è determinante la qualità e, dunque, il Dasein,
“un uomo che voglia essere realmente, dve esistere (dasein) ed in fine limitarsi. Chi si mostra schifiltoso verso la
finitezza, non perviene a nessuna realtà, ma permane e si perde
nell’astrazione. [da mettere in relazione
a quanto si legge in gwfh.doc a proposito dell’uomo politico o uomo d’azione, e
quindi ancora una volta un rinvio a Shakespeare? Tutt’altra
-significativamente- la posizione di Nietzsche, quale appare da nieutz.doc]”
(p. 197). Dialettica dei Grenze: da un lato, definiscono la realtà del Dasein (Realität des Dasein); dall’altro ne sono
la negazione. I Grenze, in quanto negazione dell’Etwas, non sono un astratto
nulla in generale, ma sì un nulla essente (seiendes
Nichts) o ciò che noi chiamiamo un ‘altro’/Anderes. L’Etwas si dà insieme al darsi dell’Anderes: l’Etwas è in
sé l’Anderes di se stesso e l’Anderes è i Grenze stessi dell’Etwas; non si dà
l’Etwas senza l’Anderes, così come in latino si dice aliud-aliud; l’Etwas si
capovolge nell’Anderes e l’Anderes nell’Etwas: come si legge nel Timeo di Platone: . (197s). “In ciò si esprime in generale
la natura del finito, che in quanto Etwas
non si contrappone indifferente all’Anders,
dacché è in se stesso l’Anderes di sé
e perciò si modifica. Nel mutamento si mostra l’interna contraddizione (Widerspruch), di cui è intimamente (von Haus aus) affetto il Dasein e
che lo sollecita (hinaustreiben)
oltre se stesso. Al contrario, per la rappresentazione (Vorstellung), il Dasein
appare dapprima come semplicemente positivo e, contemporaneamente, come permanente
placito all’interno dei propri confini; sappiamo anche che tutto il finito (e
tale è il Dasein) è sottomesso al
mutamento. Solo che alla rappresentazione tale mutabilità del Dasein
appare come mèra possibilità, la cui realizzazione non è fondata nel Dasein stesso. Ma nella realtà mutarsi è
nel concetto del Dasein e il
mutamento è solo la manifestazione di ciò, che il Dasein è in sé. Il vivente muove e semplicemente per il fatto che,
in quanto tale, porta in se il seme (Keim)
della morte.” (p. 198).
§. 94 - Cattiva infinità o negativa infinità) è quella del continuo volgersi
dell’Etwas nell’Anderes e vice versa: essa contiene, solo, il Sollen del superamento del finito. [Il gioco di precetto e massima -dunque,
l’inevitabile continuo passaggio da morale ad antropologia, dalla purezza della
regola razionale allo psicologismo-, quale si trova in Kant, è un esempio di
cattiva infinità. Dalle schede hegel.crd, risulta che la nozione di è collegata, da Hegel, a particolare, Willkür, Übel, passione;
tieni conto, tuttavia, di come sembra presente, nel Kant della Critica del
Giudizio, la questione della cattiva
infinità e per questo cf. la nota 278 in Q/XLIX]. (Zusatz) La vera
infinità consiste, invece, nel ; quando si dice che di fronte all’infinito , è alla cattiva infinità, che si pensa (p. 199). Ciò con cui la filosofia ha a che fare è sempre un concreto, qualcosa di
puramente (schlechthin) presente: in realtà, l’infinito è e non è sempre oltre
se stesso (sich heraus): quando
diciamo che l’infinito è il non -
finito, abbiamo già espresso il vero, poiché il non-finito è in quanto lo
stesso finito la prima negazione, la negazione della negazione (das Negative der Nagation)[24], la
negazione identica con sé e, dunque, parimenti vera affermazione [anche qui è evidente l’immanentismo: il
problema per Hegel è ‘togliere’ la trascendenza dell’infinito, la sua irraggiungibilità;
per questo mostra che l’infinito è nel finito]. “Questa infinità della
riflessione, su cui ci siamo soffermati, è solo un parziale tentativo di raggiungere l’infinità vera. Si
tratta in generale del punto di vista di quella filosofia, che si è andata
affermando oggi in Germania. Nella sua prospettiva, il finito dovrebbe solo (Sollen) esser superato e l’infinito non
dovrebbe essere semplicemente un negativo, ma sì un positivo. In questo Sollen è affermata l’esistenza di
qualcosa che è impossibile giustificare e che è incapace di fondare il proprio
valore. La filosofia di Kant e di Fichte, rispetto al tema etico [morale] si arrestano a questo punto di
vista del Sollen. Il perenne
avvicinamento alla legge della ragione è l’estremo a cui si possa giungere per
questa via; su questo postulato si è addirittura fondata l’immortalità
dell’anima.” (p.200).
§. 95 - Cos’è la vera infinità: passar nell’altro restando presso di sé: ciò che
si modifica è das Andere, il quale diviene das Andere des Anderen. Così è das
Sein è di nuovo posto, ma come negazione della negazione, ed è il Fürsichsein - nota che a p. 202a Hegel
chiarisce come la negazione della negazione non sia una neutralizzazione,
dacché in essa l’infinito è l’affermativo, mentre il finito è ciò che vien
superato. (Zusatz) - Il dualismo, che
considera insuperabile la contraddizione (Gegensatz) di finito ed infinito, non si rende conto che
così operando rende finito lo stesso infinito, perché lo abbassa ad essere solo
uno dei due, l’altro essendo il finito. In questo modo, finito e infinito son
parificati, hanno lo stesso valore; in quanto, il finito resta stabile di qua e
l’infinito, altrettanto stabile, di là, tra i due si apre un abisso (Abgrund); questa posizione è quella
della più ordinaria metafisica intellettuale (Verstandsmetaphysik). Il risultato è che, in questo modo, si giunge
ad un infinito, che in realtà è finito, e ad un infinito, che in realtà è
finito. (201s). Rinvio positivo al Filebo
di Platone (cf. hegello.doc). Nel Fürsichsein
la determinazione dell’Idealität
è entrata in scena, dacché se il finito ha la sua Realität nel Dasein, ha
però la sua verità (Wahrheit) nell’Idealität.: questa dell’idealità del
finito è il principio fondamentale (Hauptsatz)
della filosofia ed in questo senso ogni filosofia è idealismo. (202s) -[è chiaro
che, in questo senso, idealismo è anche la critica, che Leibniz muove
all’empirismo ed, in generale, lo è ogni filosofia che non si arresta al mondo
come si dà. Il lato attivo dell’idealismo, di cui dice Marx]. “... l’Idealität non è qualcosa che si dia
accanto ed oltre la Realität, ché
piuttosto il concetto di Idealität
consiste propriamente nell’essere la verità/Wahrheit della Realität:
insomma quest’ultima in quanto è posto ciò che è, si dimostra come Idealität. [Al contrario se assumessi l’Idealität in quanto contrapposta alla Realität, cioè], accanto e sempre oltre la Realität, di fatto, la ridurrei a non essere altro che un vuoto
nome, mentre essa ha un contenuto in quanto è l’Idealität di qualcosa - di
un qualcosa che, però, non è un mèro o
indeterminato, ma sì un Dasein
determinato come Realität, e che -se
fissato per sé- non avrebbe verità alcuna. (p. 204). - NB. Metti tutto ciò in relazione alla
concezione dialettica dell’universale o concetto ed a cosa come ,
, ; torna ancora una volta la critica di
Leibniz all’empirismo. A tutto ciò si lega la questione del rapporto
spirito/natura (Geist/Natur), come mostra p. 204a.
§. 96
(Fürsichsein)- Il Fürsichsein in quanto relazione a se stesso è immediatezza, ed in
quanto relazione del negativo a se stesso è Fürsichseiendes,
cioè l’uno - che in se stesso è privo di differenze e, dunque, è escludente
l’altro da sé. (Zusatz) - Il Fürsichsein è la compiuta (vollendete) qualità, che in quanto tale
contiene in sé il Sein e il Dasein come suoi momenti ideali. In
quanto Dasein, il Fürsichsein è determinato e la sua determinatezza non è
più la finita determinatezza dell’Etwas
nella sua differenza dall’altro, ma sì l’infinita determinatezza, che comprende
in sé la differenza in quanto superata. L’Io/Ich
vale come migliore esempio di Fürsichsein;
dapprima ci sappiamo come esistenti (Daseiend)
nella differenza con altri esistenti, con cui siamo relazionati;
successivamente, sappiamo questa estensione dell’esistente (Dasein), acuita per così dire nella
semplice forma del Fürsichsein. Allora diciamo io/ich e questa è l’espressione dell’infinita e negativa relazione
a sé.( e mi pare si giustifichino per quanto
Hegel ha detto sopra: l’uno esclude
l’altro da sé: a riprova, cf. §. 97). Si può dire che in questo l’uomo
si distingua dall’animale e dalla natura in generale: egli si sa come io/ich e con ciò è anche immediatamente
detto che le cose naturali non vanno verso il libero Fürsichsein,ma che son invece limitate al Dasein e sono sempre un
esser-per-altro. (203s). “La natura negativa della materia fa sì che
l’utilizzazione di una cosa sia la sua determinazione sostanziale... La
sostanza della cosa non è la materia, ma
il fatto che essa possa essere utilizzata. La cosa e l’intero della sua
utilizzazione fanno tutt’uno... La determinazione della cosa è di non essere in
sé e per sé e l’uso è la realizzazione di questa determinazione. L’uso è dunque
la manifestazione della cosa, del fatto
che essa non è il sostanziale in sé e per sé.” (Hegel, 7125: 95s). [Due osservazioni: (i) si conferma quanto sottolineo in Hegel, 5339: §19 (diritto.doc)
a proposito del ‘finish’ marxiano; (ii)
certo, in questo Hegel, , ,
etc. sono espressioni, che vanno
lette all’interno di un interesse propriamente storico-sociale e della
centralità della prospettiva/angolazione ]. - Il doppio senso di <aufheben>
(204s) - NB. due conseguenze da ricavare: (a) cosa va inteso positivamente per
; (b) dicamo che, come Kant prima e Freud poi, Hegel ha il
netto senso dell’ambiguità del linguaggio; (c) in molti
riferimenti a proposito di Aufhebung. Altro esempio di parola ambigua: Realität,
che contemporaneamente ha significati opposti, vale a dire Dasein e Idealität.
§. 97 - La relazione del negativo a se stesso è una relazione negativa, dunque, differenza dell’uno da
se stesso, la repulsione dell’uno,
cioè, il porre molti uno. Per l’immediatezza del Fürsichseienden, questi sono molti
Seiende, e la repulsione dell’uno
essente è la loro repulsione reciproca,
come presenze mutualmente escludentesi.
(Zusatz) - Quando si parla dell’uno,
siamo soliti includere anche i molti: ma donde originano i molti ? [conferma quanto notavo a proposito del
carattere radicalmente immanentistico del , per cui la
stessa è momento interno dell’intero; attraverso la scissione
l’intero riconferma se stesso. Ciò che muove Hegel alla critica a Kant: “...lo
status della cultura del tempo, a suo avviso [ cioè, secondo lo Hegel di Jena], dominata dalla Macht der
Entzweiung, dalla potenza della
scissione, ma pure sottesa da un inquieto sforzo della per
liberarsene e rinascere in armonia.”; nota che la Fenomenologia di Hegel “conduce a vedere nella Entzweiung non solo un approdo (o un elemento
dottrinario) del pensare kantiano, ma innanzi tutto la dimensione di pensiero
entro la quale Kant originariamente si muove e dalla quale prende origine anche
e in primo luogo l’idea di una critica della ragion pura.” (Lugarini, in AAVV, 7193: 19; 37).]. Per la
Vorstellung, l’uno e i molti sono semplicemente . A differenza
dall’Etwas, l’uno/Eins non si
relaziona all’Anderes, ma come unità dell’Etwas e dell’Anderes, l’uno è in
relazione con se stesso -e la relazione con se stesso è, appunto, la relazione
negativa (negative Beziehung); la relazione negativa e l’ausschließen. Cf. 6hegel.doc.
§. 98 - Ma i molti sono l’uno ciò che è l’altro; ognuno è uno o anche uno dei
molti. Attrazione, repulsione, quantità. (Zusatz)
- Ruolo centrale dell’atomismo antico. Illusione di questi naturalisti
moderni che si volgono all’atomismo, non volendo aver nulla a che fare con la
metafisica: illusione, perché lo stesso è un concetto e rimanda
ad una concezione metafisica. In quanto pensa, l’uomo non può sottrarsi alla
metafisica; il problema non è evitar la metafisica, ma sì nella prospettiva di
quale metafisica mettersi, se quella dell’intelletto e, dunque, dell’astratto
ed unilaterale, o quella del concreto. Contro l’atomismo antico, che riduceva
alla Zufälligkeit l’incontro e la combinazione degli atomi. A
Kant va riconosciuto il merito di aver portato a compimento l’indagine della
natura, basata sull’unità di attrazione e repulsione. Ha ragione Kant, in
quanto l’attrazione va considerata come momento, interno al concetto di Fürsichsein, contenente anche l’altro,
cioè, la repulsione: repulsione ed attrazione appartegono entrambi all’essenza
della materia. Il limite di Kant è, però, che assume attrazione e repulsione
come dati e non li deduce -tale deduzione, invece, consentirebbe di comprendere
das Wie und Warum di entrambe [qui, di nuovo, appare con chiarezza il ] .
Meriti di Kant rispetto all’atomismo della fisica tedesca. (Zusatz. 2) - Il modo in cui il gewöhnliches
Bewußtsein tematizza Quantität e Qualität - NB che Vorstellung, Verstand e
gewöhnliches Bewußtsein stanno
sullo stesso piano (non mi pare dubbio che questo argomento sia sulla linea
della critica, che Leibniz muove all’empirismo). Sulla dialettica qualità/quantità: “La quantità non è altro che la
qualità superata (aufgehobene) e la
dialettica della qualità, qui esaminata, è il modo attraverso cui avviene
questo superamento (Aufhebubg).
Avevamo all’inizio das Sein e come sua verità si dava il Werden - di qui il passaggio al Dasein, di cui la verità è la Veränderung / mutamento. Nel suo risultato, però, la Veränderung si mostrava come il
Fürsichsein, preso nella relazione all’Anderes e nel passaggio a questo. A sua
volta, il Fürsichsein, nei due lati del suo processo -attrazione e repulsione-
si mostrava come il superamento, nella totalità dei suoi momenti, di se stesso
e della qualità in generale. Ma tale Qualität superata non è né un astratto nulla, né un essere altrettanto astratto e
privo di determinazioni; piuttosto è solo l’essere indifferente nei confronti
della determinazione, e questa immagine (Gestalt)
dell’essere è, appunto, ciò che la gewöhnliches Vorstellung assume come Quantität. Secondo il vertice della gewöhnliches Vorstellung, dapprima esaminiamo
le cose sotto il profilo della loro qualità e questa vale per noi come la
determinatezza identica all’essere della cosa. Se poi passiamo all’analisi
della quantità, otteniamo subilto la rappresentazione della determinazione
esteriore, indifferente, secondo cui una cosa, per quanto muti la propria
quantità in più o in meno, resta tuttavia ciò che è. (208s).
B. Quantität. a. Die reine QuantitÄt. §. 99 - La quantità è il reine Sein [qui, sembra potersi tradurre anche nel senso di bloß = semplice ] per il quale la
determinazione non fa ancora tutt’uno coll’essere stesso, piuttosto è posta
come superata o indifferente. L’espressione grandezza/Große
non è adeguata alla quantità, nella misura in cui indicata la quantità determinata. Per la matematica, la
grandezza è ciò che può aumentare o diminuire: l’errore sta nel fatto che la
definizione già contiene il definiendum [nel
testo c’è ] ; tuttavia, in essa la determinazione della
grandezza è posta in modo tale che, per quanto muti, tuttavia risulta
indifferente per la cosa, nel senso che una casa o un colore non cessano di
esser tali in seguito a cambiamenti quantitativi. L’assoluto è reine Quantität,
vale a dire che gli spetta la determinazione della materia, mentre la forma,
che pure gli spetta, è una determinazione indifferente; ma significa anche che
per l’assoluto -che è l’assolutamente indifferente-, le differenze sono solo
quantitative. Spazio e tempo. (Zusatz) - Per
quanto una definizione possa risultare plausibile (ad es., quella fornita
comunemente dalla matematica per la Quantität),
dal punto di vista della filosofia vale sempre l’ammonimento (Forderung) a mostrare come un
determinato pensato (Gedanke) sia
fondato nel pensiero (Denken) in
generale e, dunque, risulti necessario
[cf. il progetto di Hegel, che va così
puntualizzato: non si tratta, solo, di escludere cesure ma, proprio per questo,
collocando la categoria in questione all’interno del processo di pensiero, di
darle , di . Anti-empirismo, cioè
anti-arbitrarismo]. La Quantität -ma in generale ogni categoria- se non
risulta mediata dal pensiero ma è assunta, invece, dalla rappresentazione,
finisce con l’essere gonfiata a categoria assoluta [qui c’è la conferma che la dialettica, relazionando, scioglie l’ente
irrigidito perché isolato, unilaterale. Dunque, dialettica = relazione versus
entificazione cristallizzante -cf. anche 6hegel.doc[n]]; è quanto succede
se si considerano scienza esatta solo quella, i cui oggetti son sottoponibili a
calcolo matematico: operare in questa maniera significa esser soggetti a quella
metafisica, che pone le unilaterali e astratte determinazioni dell’intelletto
al posto dell’idea concreta. Sarebbe grave errore se lasciassimo all’arbitrio
ed all’indeterminata rappresentazione argomenti come libertà, diritto, moralità
e lo stesso dio, dato che non si prestano ad esser trattati matematicamente
(210s - come si vede, Hegel ha presente
la differenza costituita dalle morals ma, pur riconoscendola, vuole che anche
nel loro ambito valgano criteri di scienificità). Il materialismo è
colpevole dell’errore scientifico su ricordato -nota che Marx sarebbe
certamente d’accordo con Hegel in questa concezione anti-materialistica della
scienza (211). [La sconfitta della
rivoluzione del 1848 -nota Cesa, 5627: 104- porta con sé la sconfitta
dell’idealismo e lo sviluppo capitalistico successivo porta con sé
l’affermazione del materialismo (positivistico e scientista).]. Materia
astrattamente, vale a dire, quella che pur avendo forma, la ha però in modo
esteriore e indifferente. Le riflessioni di Hegel non vogliono in alcun modo
risultare discreditanti la matematica, né tanto meno della Quantität che, in
quanto momento dello sviluppo dell’idea, ha legittimamente il suo posto non
solo nel mondo maturale, ma anche in quello dello spirito, pur se è vero che
essa non ha la stessa importanza nei due ambiti [matematica/morals]. (211a).
§. 100 - Dapprima la quantità nella sua immediata relazione a sé o nella
determinazione dell’uguaglianza con sé, posta mediante l’attrazione, è continuativa. Nell’altra determinazione
dell’uno, in essa contenuta [dunque, la
repulsione], è grandezza discreta.
Ogni quantità, dunque, è discreta perché continuità dei molti; e questa continuità è unità, perché continuità dei molti
uno, ognuno dei quali permane lo stesso/Dasselbe.
Le grandezze continuative e discrete non devono esser viste come tipi (Arten) -come se la determinazione
dell’un tipo non spettasse anche all’altro; piuttosto esse si differenziano
solo in questo, che lo stesso tutto una volta viene posto sotto l’una, una
volta sotto l’altra delle sue determinazioni. L’antinomia dello spazio, del
tempo e della materia -in relazione alla loro divisibilità infinita oppure al loro consistere di indivisibili-
non è altro che l’affermazione della quantità, una volta, sotto l’aspetto della
continuità, un’altra, sotto quello della discretezza. Se spazio, tempo etc. son
posti solo nella determinazione della quantità continuativa, allora, son
divisibili all’infinito; ma se son posti nella determinazione delle grandezze
discrete, allora son divisibili e addirittura consistono di uno indivisibili. Ognuna delle due
prospettive è unilaterale quanto l’altra. (Zusatz)
- La quantità, come ultimo risultato del Fürsichsein, contiene entrambe le determinazioni del suo processo
-la repulsione e l’attrazione-, come momenti ideali in sé e, dunque, è sia
continuativa che discreta. Ognuno dei due momenti, però, contiene anche
l’altro, per cui non esiste né una mèra grandezza continuativa, né una mèra
grandezza discreta. La contrapposizione tra continuità e discretezza è frutto
dell’astrazione intellettuale, dunque, unilaterale. - [Dunque la quantità/grandezza contiene entro di sé una divisibilità infinita: le due nozioni di infinito, attuale e
potenziale?]
§. 101 - La quantità, posta essenzialmente con la determinanzione escludente in
essa contenuta, è la quantità limitata. (Zusatz)
- Il quanto/Quantum è l’esser-ciò
(Dasein) della quantità, mentre la
pura quantità corrisponde all’essere e il grado corrisponde al Fürsichsein. Nel Quantum la differenza è posta in modo
tale, che la quantità ormai appare come differente e limitata. Il quantum si
frantuma in una molteplicità illimitata di quanta o grandezze determinate:
ognuna di queste grandezze determinate, da un lato, costituisce un’unità,
dall’altro, esaminate per sé sola, è essa stessa un molti. Di qui, il quantum
determinato come numero.
§. 102 - Il quantum ha il suo sviluppo e la sua piena determinazione nel numero, il quale come suo elemento ha l’uno. Secondo il momento della
discrezione, il numero contiene il numero particolare (Anzahl=numero naturale. Mangione/Calonego; mathema.doc ed anche Hegel,
1146: 40a, in cui vien mostrata l’ come caratteristica del numero. ) e, secondo il momento della continuità, l’unità. Questi sono i suoi momenti
qualitativi. In aritmetica si è soliti
rappresentare le applicazioni di calcolo come modi casuali di trattare i
numeri. Se in esse deve trovarsi una necessità e, dunque, un intelletto,
debbono allora esser contenuti in un principio e questo, a sua volta, può
trovarsi solo nelle determinazioni implicite nel concetto di numero. [Anche questo serve per il ‘progetto di
Hegel’: l’obiettivo è togliere casualità ed arbitrio, ritrovando, invece, una
ratio in ciò che accade]. Appunto tale principio verrà, qui, rapidamente
mostrato. Le determinazioni del concetto di numero (Zahl) sono il numero particolare (Anzahl) e l’unità (Einheit)
: die Zahl è l’unità di Anzahl e di Einheit. Quest’ultima (Einheit), applicata ai numeri empirici è solo la loro uguaglianza.
Dunque, il principio delle applicazioni di calcolo deve essere di porre i
numeri nel rapporto di unità e di numero particolare e di far emergere
l’uguaglianza di queste determinazioni. Poiché gli uno o i numeri (Zahlen) sono l’uno all’altro
indifferenti, l’unità in cui son combinati, si presenta in generale come una
connessione esteriore. Calcolare è, dunque, in generale contare e la differenza
delle applicazioni di calcolo sta, solo, nella struttura qualitativa dei
numeri, che son raccolti assieme [combinati].[25] Il
principio di questa struttura è la determinazione di unità e di numero
particolare. Numerare è il primo,
costruire (machen) in generale il numero, cioè una combinazione
arbitraria (beliebig) di molti uno.
Una combinazione di calcolo è un raccogliere numeri di numeri che già son tali
e non più mèri uno. Immediatamente e di primo acchito, i numeri son del tutto
indeterminati e, dunque, diversi: combinarli o contare è addizionare/addieren. L’ultina (nächste) determinazione è che i numeri sono in generale uguali,
così costituiscono un’unità ed è presente un numero particolare di tali numeri;
moltiplicare (Multiplizieren) è
contare tali numeri - ed è indifferente a quale dei fattori, che costituiscono
la moltiplicazione, assegnamo la determinazione dell’essere unità o dell’essere
numero particolare. La terza determinazione è quella dell’uguaglianza fra
numero particolare e unità. Elevamento a potenza.
§. 103 - I confini sono identici al tutto del quantum; in sé essi sono la
grandezza estensiva, ma in quanto in sé semplice determinazione, la grandezza
intensiva o il grado/der Grad. La
differenza della grandezza continuativa e discreta da quella estensiva e
intensiva sta in ciò, che le prime si riferiscono alla quantità in generale; le
altre, invece, ai confini o alla determinazione in quanto tale della quantità.
Ugualmente, neppure le grandezze intensiva ed estensiva son due tipi, ad ognuno
dei quali spetti solo una di queste determinazioni: la grandezza estensiva è
parimenti intensiva. E viceversa. (Zusatz)
- La grandezza intensiva, o il grado, è secondo il concetto diversa dalla
grandezza estensiva o dal quantum, e dunque non è ammissibile ciò che spesso
avviene, che la diferenza tra quelle due grandezze non venga riconosciuta e
che, dunque, ognuna di queste due forme di grandezza non venga ulteriormente
specificata. Ciò accade particolarmente nella Fisica, quando ad es. la
differenza di peso specifico vien spiegata, affermando che un corpo, il cui
peso specifico è uguale a quello di un altro, contiene all’interno dello stesso
spazio tante particelle materiali (atomi) quanto l’altro. Lo stesso accade con
la temperatura e con la luce, quando i diversi gradi di temperatura e di
luminosità si dovrebberoi spiegare con un più o un meno di particelle calde o
luminose (le molecole). I fisici, che offrono questo tipo di spiegazione,
quando si fa loro notare l’inammissibilità di tale spiegazione, sogliono
rispondere che essi non vogliono asserir nulla circa l’in sé (notoriamente
inconoscibile) di tali fenomeni e che le citate espressioni vano acolte solo
per la loro maggiore comodità [a conferma
che la discussione hegeliana su cose si epistemologia è come se avvenisse
heute]. Per quanto riguarda, qui, la maggiore comodità, lo stesso si
dovrebbe ricavare in merito al più semplice uso del calcolo; non si vede perché
grandezze non intensive, le quali parimenti hanno nel numero la loro
determinata espressione, non dovrebbero esser comode da calcolare quanto lo
sono quelle estensive. Certamente, sarebbe ancora più comodo potersi sbarazzare
completamente sia del pensare che del calcolare. Contro la citata risposta c’è
ancora da osservare che, se ci si impelagasse in tali spiegazioni, si
supererebbe comunque l’ambito della percezione e dell’esperienza, per accedere
all’ambito della metafisica e della speculazione (delle quali, in altre
occasioni, si è già decretata la morte) -[nota
l’analogia con Hösle, a proposito di quelli che vogliono fare a meno della
filosofia, per curarsi solo delle scienze particolari] . Nel’esperienza si
trova certamente che, di due borse piene di Talleri l’una è pesante [in quanto a peso specifico] quanto
l’altra pur se l’una borsa contiene duecento talleri, mentra l’altra solo
cento. Queste monete le si possono vedere e, comunque, se ne può avere
percezione sensibile; invece gli atomi, le molcole ecc. stanno fuori del
dominio dell’esperienza sensibile ed è affare del pensiero decidere intoeno ad
essi in modo significativo ed accettabile. Ma è l’astratto intelletto ... , che
fissa il momento dei molti, contenuto nel concetto del Fürsichsein, nella
figura degli atomi e che ne fa il dato ultimo; ed è questo stesso astratto
intelletto che, nel caso presente, anche in contraddizione con l’ingenua intuizione e con il concreto e
verace pensiero, analizza la grandezza estensiva come l’unica forma della
quantità e, laddove si trovano grandezze intensive, non le riconosce nella loro
determinazione propria, ma piuttosto, appoggiandosi ad una ipotesi in sé
incerta (Haltlose), si impegna a
riportarle, forzosamente, a grandezze estensive. Se tra i rimproveri che si son
fatti alla filosofia moderna si trova rrequentemente, in particolare, che essa
tutto riconduce all’identità, tanto da procurarle l’appellativo di filosofia
del’dentità, dalla discussione qui abbozzata va ricavato [si potrebbe dire: Hegel in difesa della diversità contro lo scientismo
empiristico] che è appunto la filosofia ad insistere nel differenziare ciò
che, sia per il concetto che per l’esperienza, è diverso; mentre sono gli
empirici di professione coloro, che elevano l’astratta identità a sommo
principio del conoscere e la cui filosofia si può, adeguatamente, chiamare
filosofia dell’dentità...
§. 104 - Nel grado è posto il concetto del quantum. Si tratta della grandezza in
quanto indifferente per sé e semplice, la quale però ha semplicemente fuori di
sé, in un’altra grandezza, la determinazione per cui è un quantum. In questa
contraddizione -per la quale gli indifferenti limiti fürsichseiende sono l’assoluta esteriorità,
è posto l’infinito progresso quantitativo -una immediatezza, che
immmediatamente si rovescia nel proprio opposto, nell’essere mediato (l’elevarsi al di sopra del quantum così dato). Il
numero è un pensato (Gedanke) - ma un
pensato nel senso di un essere compiutamente esteriore. Il numero non
appartiene all’intuizione in quanto è un pensato, ma è un pensato che ha
l’esteriorità dell’intuizione come sua determinazione (Bestimmung). Dunque, il quantum non può solo aumentare o diminuire
all’infinito: mediante il proprio concetto, esso è questo andar oltre (hinausschicken) sé. L’infinito progresso
quantitativo è altrettanto (ebenfalls)
la ripetizione priva di pensiero di una stessa contraddizione, la quale è il
quanto in generale e il grado, posto nella sua determinazione. Per esprimere la
sovrabbondanza di questa contraddizione nel progresso infinito, giustamente
così dice Zenone secondo Aristotele: <è lo stesso dir qualcosa una volta o dirla sempre>.
(Zusatz.1) - [nota che serve al
chiarimento del ]
Anche accettando la definizione matematica, secondo cui la grandezza
è ciò che può aumentare o diminuire, resterebbe sempre da sapere come sia
possibile accertare quel diminuire e quell’aumentare. Se per rispondere a tale
domanda ci si volesse semplicemente rifare all’esperienza, ciò non sarebbe
sufficiente, in quanto a prescindere dal fatto che abbiamo così la rappresentazione e non il pensiero (Gedanke) della grandezza, l’aumentare o
il diminuire si dimostrebbe solo una possibilità ed a noi mancherebbe la la
visione intellettuale della necessità di questo accadere. Al contrario,
seguendo il tracciato del nostro sviluppo logico, non solo si ottiene la
quantità come un gradino del pensiero auto-determinantesi, ma anche si mostra
che nel concetto di quantità è compreso l’andar oltre (hinausschicken) se stesso e
che, dunque, non abbiamo più a che fare con una mera possibilità, ma con una
necessità. (Zusatz.2) - L’intelletto
riflettente assume l’infinito progresso qantitativo come se fosse l’infinito in
generale (überhaupt) - [quindi, di nuovo e
o filosofia dell’identità] ; tuttavia, sia l’infinito
progresso quantitativo che l’infinito progresso qualitativo non superano il
limite del sollen e, dunque, restano
nella finitezza. Uso poetico di questo infinito (Haller e Klopstock) per
significare non solo la natura, ma anche dio (219s). Kant e l’orrore (Schauderhaft) del porsi e superarsi
continuo dei limiti. (Zusatz.3) -
Pitagora ha colto la Grundbestimmung
delle cose nella forma del numero. (220 -,
in quanto la fondamentale tensione verso...; in altre parole, la dinamica
interiore del reale è la dinamica della matematica? Per una descrizione più
precisa della tradizione legata a Pitagora e dei suoi rapporti con l’eleatismo,
v. pp. 220s ). Il compito della filosofia: riportare le cose a pensati
determinati (die Dinge auf Gedanken, und
zwar auf bestimmte Gedanken zurückzuführen): il numero è un pensato della
sensibilità, quello mediante cui pensiamo la successione e i molti; la critica
che anche oggi vien mossa al pensiero di Pitagora, in definitiva, è quella di
idealismo, dacché riduce le cose a numero, cogliendo così solo l’aspetto della
loro numerabilità, mentre le cose stesse son anche <più> che numerabili: ad es., son oggetto dei diversi sensi; di
ciò Hegel accetta che effettivamente il concetto di numero non basta a cogliere
il Wesen delle cose. Dunque, non è vero che Pitagora si sia spinto troppo oltre riducendo le cose a numero, sì piuttosto non
ha sufficientemente proceduto nella prospettiva del concetto. Un passo avanti
verso il puro pensiero lo compiono gli Eleati.(221).
§. 105 - La qualità del quanto è definita dal fatto che esso, nella sua
determinazione per-sé-essente, è esteriore a se stesso; esso è in se stesso e
relazionato a sé. L’esteriorità -cioè il quantitativo- e il Fürsichsein -cioè
il qualitativo- sono in questo uniti. Il quanto -così posto in se stesso- è il
rapporto quantitativo, determinazione che è altrettanto un immediato quanto,
l’esponente, come mediazione, cioè la relazione di un quanto ad un altro -i due
lati del rapporto, i quali non hanno immediatamente un valore, ché lo ricevono
dalla relazione. (Zusatz) - (...)
Poniamo ad es. 2 : 4 ; abbiamo così due grandezze che non valgono come tali
nella loro immediatezza, poiché il loro valore sta solo nella reciproca
relazione. Ma questa relazione (l’esponente del rapporto) è essa stessa una
grandezza, che si distingue dalle grandezze che mette in relazione, infatti
cambiando essa, cambia il rapporto stesso. Al contrario, il rapporto resta lo
stesso, quando mutino entrambi gli elementi numerici che lo compongono. Il
rapporto resta quello che è, se non cambia il suo esponente.
§. 106 - I due lati del rapporto sono immediatamente dei quanta e le
determinazioni, qualitativa e quantitativa, sono di nuovo esteriori l’una
all’altra. Ma secondo la loro verità - che il quantitativo stesso è relazione a
sé nella sua esteriorità, ovvero, che il Fürsichsein e l’indifferenza della
determinazione sono unite, questo è la misura/Maß. (Zusatz) - Il
movimento dialettico ha mostrato che la quantità torna alla qualità. Dapprima,
come concetto di quantità avevamo la qualità superata, cioè la determinazione
non identica all’essere ma al contrario indifferente ed esteriore; questo è il
concetto che sta al fondo della def. matematica di grandezza, come ciò che può
aumentare o diminuire. Contraddizione interna al concetto di quantità: pur
modificandosi, resta quantità. Di qui la nozione di quantità qualitativa o
misura/ Maß.
§. 107 - La misura/Maß è il quantum
qualitativo, vale a dire un quantum immediato, a cui sia legata una qualità. (Zusatz) - La misura, come unità di
qualità e quantità, è l’essere compiuto (vollendete
Sein). Due significati o usi del termine : - il del
tutto astratto e privo di determinazioni; - il determinantesi, che raggiunge
nella misura la sua compiuta determinazione. La misura/Maß può valere anche come definizione dell’assoluto: è stato detto
: canti ebraici e religione greca. (pp.
224s).
§. 108 - Poiché nella misura/Maß,
qualità e quantità sono in immediata
unità, la loro differenza appare in modo altrettanto immediato. Il quantum
specifico, in parte, è un semplice quanto e il Dasein è capace di accrescimento
o di diminuzione, senza che la misura -la quale è, anche, una regola- sia per questo tolta. In parte,
però, il cambiamento del quantum è anche un cambiamento di qualità. (Zusatz) - L’identità, nella misura, di
quantità e qualità è in sé e non ancora posta: è per questo che ognuna di
queste due determinazioni si rappresenta come di per sé valida; che le
determinazioni quantitative del Dasein possono variare senza che ne venga
toccata la qualità; ma anche che questo indifferente umentare o diminuire abbia
i suoi confini, superati i quali anche la qualità muta.
[1] -
Probabilmente questo modo di interpretre la verità in Hegel può esser
esso in dubbio: non è chiaro, infatti, come si rapporti alla tesi
verità/coerenza..
[2] - Nota
l’accostamento -sul tema della verità- di Hegel a Leibniz e, con questa
mediazione, a Lenin (l’approssimazione infinita).
[4] - Si potrebbe
dire che -juxta Holz- anche dell’oggetto Hegel ha una visione non reificata;
anche l’oggetto va visto fuori dalla Verdinglichung.
[5] - Qui,
è usato nel senso, in cui compare in hegello1.doc.
[6] - Su matematica e
filosofia in Hegel, cf. Cingoli, 7464: 22.
[7] - die quantitative Verhältnis.
[9] - Cf sullo
hegeltum.doc.
[10] - Per Hegel,
politica, religione, cf. economia2.doc.
[11] - Per il significato di setzen/Seztung, cf.
Fleischmann, 0904: 73a.
[12] - La “esprime secondo Hegel un aspetto positivo del pensare, in
quanto non dubita che il pensiero possa realmente conoscere l’essenza della
realtà, ossia che il concetto possa identificarsi con l’essenza delle cose;
infatti la presuppone l’esistenza di un dio creatore
al tempo stesso della realtà, secondo i suoi concetti, e della mente umana, in
cui è innata la presenza di tali concetti divini (per es. l’idea chiara e
distinta in Descartes è il segno divino che indica all’uomo la trada della
verità).” (Cingoli, 7464: 46). - Mi pare
possibile che sia interessante (e perfino hegeliano) quanto dico, a proposito
dell’argomento ontologico, nella “Introduzione” a de Brosses; nota, infatti,
che dal giudizio di Hegel si ricaverebbe che la è
un’espressione ancora inadeguata, ancora entro il pensiero rappresentativo,
dell’, nel significo che io lego a dialettica.
[13] - E’ la questione
della grandezza sparente, concetto matematico a cui Hegel fa ricorso per
illustrare il passaggio dall’essere al nulla. (Cingoli, 7464: 145a).
[14] - Cf. la polemica di Hegel contro il
, ovvero, la sua condanna di un sapere che sia meccanico
(Fleischmann, 0904: 91s). Ricollegalo al significa di Wissenschaft, in
opposizione a quello di Einzelwissenschaft, nonché alla tradizionale denuncia
di un sapere fondato sulla memoria, ma anche alla polemica contro la riduzione
meccanicistica delle facoltà umane, quando gli strumenti prndono il posto dei
sensi naturali. Ricorda, anche, quanto dice Lukàcs a proposito di Goethe e
l’uso della matematica e degli strumenti tecnici in ambito scientifico naturale
-per questo cf.dialet.doc e hegello.doc a proposito della misura specifica e,
in generale, la problematica del rapporto quantità/qualità. In definitiva, si
tratta di un lato fondamentale della crtica alla Positivität e
dell’Entfremdung.
[15] - Nota come
l’hegeliano Hinrichs espone il pensiero di Fichte e come l’accosti a quello di
Kant.
[16] - Cf Hobbes sul
fanatismo, in economia2.doc.
[17] - Su
Hegel/Durkheim, cf. gwfh.doc e gwfhlib.doc.
[18] - Cf. il tema
della scomparsa dello Stato, in 7hegel.doc.
[19] - Pensa al tema
del rapporto tra ironia e automatismo, che trovi in vari autori.
[20] - Per ragione ed
intelletto come Richtungen, cf. anche hegello.doc.
[21] - Tenendo
presente AAVV, 6062. 235a, mi chiedo se non abbia senso confrontare il
significato, che ha in Descartes, con l’uso che dello stesso
termine fa Hegel.
[22] - A ribadire il
nesso panteismo/eleatismo, cf. Cingoli, 7464: 143.
[23] - Il percorso
sarebbe: Dasein (essere determinato)
- Daseiendes (ente determinato) - Etwas. (Cingoli, 7464: 107).
[24] - Per la
negazione della negazione, cf. Cingoli, 7464: 166.
[25] - L’aritmetico contare, in Hegel (Fleischmann, 0904: 91).
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