martedì 3 marzo 2015


Pubblico questo inedito di Stefano Garroni su Wittgenstein grande Filosofo Marxista e compagno scomparso poco meno di un anno fa sicuro che la lettura sarà di miglioramento alla comprensione di questo grande filosofo della Mitteleuropa. 


Temi wittgensteiniani


“La maggior parte delle filosofie sono tentativi di interpretazione. Quella di Wittgenstein è forse più un sintomo e un simbolo, , come ha detto José Ferrater Mora.” (Bouveresse, Wittgenstein, scienze, etica, estetica, Laterza 1982: 12).



1 - Introduzione: Wittgenstein, fondamento e duttilità.

E’ possibile certo -come d’altronde è stato fatto in modo ottimo anche recentemente[1]- descrivere il pensiero di Wittgenstein, rintracciandone il filo rosso, che ne percorre tutta l’evoluzione e, così, mostrare ‘da dove egli sia partito’ e ‘dove sia andato a parare’. La stessa differenza tra un ‘primo’ ed un ‘secondo’ Wittgenstein, tra il Wittgenstein del Tractatus e quello delle Philosophische Untersuchungen o di Über Gewißheit, ad un’analisi più accurata perde in un certo senso di radicalità, poiché non marginali sono i momenti di continuità, che finiscono col risultare[2].
E’ inoltre innegabile il valore che l’opera di Wittgenstein ha come testimonianza delle problematiche logiche e morali, che hanno caratterizzato una certa Europa tra le due guerre mondiali: anche ciò -non è dubbio- milita a favore di una sostanziale continuità della riflessione wittgensteiniana. Eppure, in questa lettura si nasconde un pericolo.
Esattamente il pericolo di attribuire a Wittgenstein qualcosa che egli ha sempre respinto -almeno da un certo momento della sua esistenza- con aspra nettezza: voglio dire l’intento di elaborare una teoria, -in questo senso, di fare della filosofia.
E’ stato sottolineato, invece, -e giustamente-, un certo socratismo di Wittgenstein[3], intendendo con ciò quella sua continua sollecitazione all’ indagine accurata, volta a cogliere la <>; come anche quella convinzione profonda che se fare filosofia significa qualcosa, se si tratta di un’attività ‘decente’ [anständig] (termine importantissimo, questo, nel vocabolario wittgensteiniano[4]), allora proprio in ciò essa consiste: nel mostrare dei problemi affrontati i caratteri determinati, circoscritti e proprio per questo legati intimamente alle forme di vita, alle attività particolari, che sono la cornice e l’ambiente, in cui l’uomo reale si muove. Insomma, se esiste un fare sensato, proprio della filosofia, esso consiste, in definitiva, nel togliere la filosofia stessa, nel dissolverne le drammatiche ed irrisolte domande, a favore di uno ‘sguardo’, che consenta di fare emergere l’agire effettivo degli uomini in tutta la sua ‘superficiale’ complessità, vaga e regolata  ad un tempo.
Consiste, dunque, il socratismo di Wittgenstein nel contrapporre un atteggiamento pragmatistico alla inutile profondità della speculazione filosofica? Assolutamente no!
Quel socratismo, infatti, si coniuga in Wittgenstein con un certo sostanziale irrazionalismo[5] e con uno scetticismo, d'altronde storicamente implicato -come sappiamo- nella tradizione socratica.[6] Voglio dire questo.
Va ‘tolta’ la filosofia -nel senso sopra indicato-, perché illusoria è la speranza che possa mai venire a capo dei problemi, che pur si pone.
Non perché, in un certo senso, questi problemi non esistano: al contrario, sono addirittura i problemi fondamentali, gli unici a cui varrebbe effettivamente la pena dedicarsi. Ma, tuttavia, non sono tematizzabili: il linguaggio non può dirli; né può farlo, in particolare, il linguaggio della filosofia -legato, com’esso è, a certo cattivo uso delle parole, che conduce ad entificare le formule linguistiche, a de-contestualizzarle, a privarle dello ‘spazio’ entro cui hanno senso ed a farne, dunque, dei feticci.
Ed, allora, non resta -come attività sensata ed accettabile-, se non quella di mantenersi alla ‘superficie’, di cogliere le movenze degli ambiti diversi della nostra esperienza, la grammatica dei <>, entro cui essa va svolgendosi e prendendo forma[7].
Di qui, da questa radicale irrisolvibilità -mediante logica e filosofia-, dei problemi fondamentali, l’apertura wittgensteiniana alla ‘scena del mondo’ (alla superficie), la sua disponibilità -ed il suo costante invito- a cogliere di questa scena la molteplicità degli aspetti, la diversità delle ‘regole’. Di qui, dunque, non solo l’anti-dogmatismo, ma anche il realistico aderire delle sue analisi alle tortuosità -alle contraddizioni, perfino- delle esperienze effettive, dei linguaggi effettivi.
Si potrebbe dire, insomma, che essendo irrisolvibile per Wittgenstein -almeno con gli strumenti del linguaggio e della filosofia- il problema del fondamento del mondo (qualunque filosofia e qualunque linguaggio è nel mondo, è aspetto del mondo e, dunque, non può farne il proprio oggetto), allora la sua indagine si rende disponibile alle insensatezze dell’ esperienza, fino al punto di coglierne la ‘grammatica’ e, così, restituire ad esse un senso, una ‘regolarità’ -plastiche, non cristallizzate in forme fisse o rigide, esattamente perché si tratta di una grammatica e di una regolarità, non fondate, non garantite ma, solo, costruitesi all’ interno stesso dell’ esperienza.
Se questo modo di descrivere l’orientamento di Wittgenstein ha un senso, riusciamo a comprendere come possano nella sua pagina -e nella sua stessa vita- coesistere (ma non mediarsi) una acuta lucidità analitica -che gli consente di superare i limiti del formalismo intellettuale, per dirla con linguaggio hegeliano- ed un disperato, acuto senso della propria lontananza da ‘ciò che veramente conta’.
Se la lucidità analitica sembra immergerlo dentro la scena del mondo, renderlo ad esso consonante;  l’ irriducibile distanza, invece, dal <> lo condanna alla condizione di una radicale scissione.[8]
Ma, appunto, se vale questa interpretazione, la posizione (la philosophische Einstellung) di Wittgenstein è intimamente ‘irrequieta’ - incapace, insomma, di essere collocata entro questa e non quell’ altra opposta  prospettiva.
Detto in altre parole, se in qualche modo può dirsi pragmatistico quel coniugare significato del segno e suo uso entro il gioco linguistico o quel riportare la modifica degli Sprachspiele a necessità (needs) pratiche e sociali, non va dimenticato, tuttavia, che ciò si colloca sul piano superficiale dell’ esperienza -il quale è, certo, l’unico di cui si possa parlare, di cui abbia senso -e sia anständig- parlare. Ma esso è anche il piano in cui le cose sono semplicemente come si danno, senz’ altra motivazione -o fondamento (Begründung)- se non il fatto, appunto, di darsi così e così.[9]
Quel mondo d’esperienza, di cui posso cogliere le movenze ricostruendo la grammatica dei giochi linguistici, tuttavia resta opaco: perché, nella sostanza, gratuito, privo appunto di fondamento. Il che, si badi, significa esattamente che questo mondo dell’esperienza è privo di fondamento - la sua Begründung non si nasconde da qualche parte al nostro sguardo; semplicemente, non c’ è.
La conoscenza dei giochi linguistici, della loro grammatica: insomma, la conoscenza (nella varietà di sensi, che questo termine ha) dello scenario molteplice del mondo, non toglie -né potrebbe farlo- la sostanziale infondatezza dell’esperienza stessa.
Si potrebbe dire, con Freud, che se questo mondo è l’Heimat del mio vivere, prospettato in altro modo -ovvero, dal punto di vista del fondamento- si capovolge subito nel trionfo dell’Unheimliches. E’ chiaro, dunque, entro quale limite ha senso -se lo ha- parlare di pragmatismo di Wittgenstein. Ma veniamo ad un altro punto.
Le molte pagine, che Wittgenstein dedica all’ analisi/illustrazione di giochi linguistici effettivi -o immaginari, ma funzionali a meglio intendere i primi-, sono altrettante prove di duttilità analitica, nel senso di capacità di proporre moduli logici, liberi da rigidità intellettualistiche. Non immotivato mi pare, a questo punto, parlare -in qualche modo- di un ‘andamento dialettico’ dell’analisi  wittgensteiniana.
Certo, da quanto finora detto risulta appieno l’improponibilità di un accostamento immediato di Wittgenstein alla tradizione dialettica - se con questo si intende qualcosa, che ha Hegel al suo centro. Appunto, la Einstellung wittgensteiniana, per aspetti radicali, si oppone addirittura al tono fondamentale della prospettiva dialettica (intesa nel senso appena detto).
Eppure, moduli di analisi tassonomica (se è lecita tale definizione), come la family resemblance; impostazioni analitiche, come quelle sottese alla problematica del following a rule ed il modo stesso di tematizzare la questione del significato, del rapporto fra conoscenza e credenza e dunque, anche, le nozioni di forma di vita e di gioco linguistico, son tutti casi -mi pare-, di arricchimento effettivo dello strumentario dialettico. Ma naturalmente lo sono, se disancorati dal rinvio -fondamentale, invece, e ineliminabile in Wittgenstein- alla tematica della Begründung -o, meglio, della mancanza di Begründung.[p1] 



















2 - Moore e l’idealismo.
Com’ è noto, momento fondamentale dell’elaborazione di G.E. Moore fu la confutazione del punto di vista idealistico; ed è altrettanto noto che l’ ultima opera di Wittgenstein -Über Gewißheit- raccoglie riflessioni, il cui punto d’ avvio è costituito esattamente dalla valutazione degli argomenti anti-idealistici di Moore.[p2] 
Sarebbe sbagliato, però, leggere le pagine wittgensteiniane come se fossero, anch'esse, orientate a prender posizione intorno alla sostenibilità o meno dell’orientamento idealistico: che si debba scegliere per l’ uno o l’altro dei due ‘eterni protagonisti’ -secondo alcuni- della storia filosofica (il materialismo o l’ idealismo), è estraneo alla prospettiva wittgensteiniana e non, come potrebbe sembrare, per un fondamentale suo agnosticismo.
Il fatto è, piuttosto, che con Wittgenstein -anche con Wittgenstein (ma, ad es., pure con Hegel)- il centro focale della riflessione filosofica non è più dato, ormai, dal problema epistemologico e, dunque, dalla questione del ‘primato del pensiero o dell’ essere’. Piuttosto, esso è divenuto quello delle forme logico-linguistiche, in cui si dispiega l’esperienza umana.
In questa prospettiva, Wittgenstein non ha più da decidere quale sia il protagonista principale -il pensiero o l’essere (seppure con queste rigide espressioni riusciamo effettivamente ad intendere qualcosa) -; la sua preoccupazione, come sappiamo, si fa piuttosto analitica -volta, questo intendo dire, a descrivere cosa effettivamente avvenga, quando parliamo o pensiamo, quando siamo sul serio impegnati ad affrontare problemi quotidiani o questioni scientifiche e perfino filosofiche.
Insomma, l’orizzonte della riflessione  wittgensteiniana è quello dell’ esperienza, di una dimensione, quindi, che -in generale- risulterebbe incomprendibile, se protagonista di essa dovesse essere -almeno principalmente- solo uno dei due  e non, invece, il continuo rinvio fra uomo e situazione, tra pensiero (un certo  pensiero) ed essere (un certo  essere).
Sappiamo, inoltre, che -per Wittgenstein- è illusorio cercare nel mondo il fondamento del mondo, la sua Begründung. Pur se in modi diversi, sia il materialismo che l’idealismo, invece, pretendono affrirlo questo fondamento. Dunque, per Wittgenstein sono entrambi illusori e non avrebbe certo senso scegliere l’una o l’ altra illusione.[10]
Quale, dunque, il senso della riflessione di Wittgenstein sulla confutazione anti-idealistica di Moore? Puntualizzare alcune difficoltà, chiarire alcuni strumenti analitici. Ma entriamo nel merito della questione.
Per far ciò, è prima necessario ricostruire almeno i lineamenti fondamentali dell’argomentazione anti-idealistica, sviluppata da G.E. Moore.
A primo chiarimento, tuttavia, teniamo presente che: “fino al 1898 Moore e Russell erano stati degli idealisti: sotto l’ influenza di Stout, ma soprattutto di McTaggart, essi consideravano Appearence and Reality di Bradly  come un grande testo, in cui quasi sembrava depositata tutta la conoscenza dell’ essere che mente umana possa concepire. Ma nel 1898 entrambi si <> alla filosofia idealistica e passarono armi e bagagli al realismo. Russell racconta la cosa in maniera assai colorita: <>.”[11] 
Per comprendere quanto sia importante che per Moore -e per Russell- <> significhi sostanzialmente Bradley ( e Berkeley), consideriamo questa dettagliata riflessione dello stesso Moore:
“... c’ è una certa dottrina, molto diffusa tra i filosofi di oggi, la quale si può mostrare, con una semplicissima riduzione, asserire che due cose distinte sono e insieme non sono distinte. Si asserisce una distinzione: ma si asserisce anche che le due cose distinte formano una <>. Ma, si sostiene, poiché esse formano un’unità di tal genere, ciascuna di esse non sarebbe quello che è indipendentemente dalla reciproca relazione. Quindi considerare una o l’altra per se stessa è fare un’ astrazione illegittima. Il riconoscimento che ci sono <> e <> in questo senso, è considerato come una delle principali conquiste della filosofia moderna. Ma qual è il senso che si annette a questi termini? Un’ astrazione è illegittima se, e solo se, si tenta di asserire di una parte (di qualcosa di astratto) ciò che è vero soltanto dell’intero  cui essa appartiene: e forse può essere utile mettere in rilievo che ciò non si dovrebbe fare. Ma l’applicazione che attualmente si fa di questo principio, e che forse dovrebbe venir espressamente riconosciuta come suo significato, è tutt’altro che utile. Il principio è usato per asserire che certe astrazioni sono illegittime in tutti i casi; che ogni volta si tenti di asserire una qualunque cosa di ciò che è parte di un intero organico, ciò che si asserisce può essere vero solo dell’intero. E questo principio, ben lungi dall’ essere un’utile verità, è necessariamente falso. Infatti se l’intero può, anzi deve, essere sostituito alla parte in tutte le proposizioni e in tutti i casi, ciò può essere soltanto perché l’intero è assolutamente identico alla parte. Se, quindi, ci si dice che il verde e la sensazione di verde sono certamente distinti ma tuttavia non separabili, o che è un’astrazione illegittima considerare l’ uno indipendentemente dall’ altra, ciò che tali cautele sono impiegate ad asserire è che, sebbene le due cose siano distinte, tuttavia non soltanto si può, ma si deve, trattarle come se non lo fossero. Perciò molti filosofi, pur ammettendo una distinzione, tuttavia (seguendo la scia di Hegel) affermano decisamente, in una forma verbale un tantino più oscura, il loro diritto anche a negarla. Il principio delle unità organiche, come quello dell’analisi e della sintesi combinate, è usato soprattutto per difendere la pratica di sostenere insieme due proposizioni contraddittorie, ogni volta ciò sembri conveniente. In questo, come in altri casi, il principale servizio reso da Hegel alla filosofia è consistito nel dare un nome, erigendolo a principio, ad un tipo di fallacia cui l’esperienza aveva mostrato che anche i filosofi, come il resto dell’ umanità, sono inclini. Non c’ è da meravigliarsi che abbia seguaci ed ammiratori.”[12]
Penso che la lunga citazione si giustifichi per la sua chiarezza e rilievo. Come d’ altronde la critica ha ampiamente documentato, ciò che in Inghilterra -tra fine Ottocento ed inizio Novecento- appare come <>, è in realtà un pensiero, che su punti decisivi si discosta da quello di Hegel.[13] 
Si badi, ad es., ai due temi centrali dell’esposizione di Moore: deriverebbe da Hegel un pensiero, che dissolve la differenza nell’ unità della relazione, con la conseguenza di vietare ogni giudizio determinato.
Se così stessero le cose per Hegel, risulterebbero incomprensibili, poniamo, quelle pagine, in cui proprio Hegel sottolinea la fertilità del punto di vista dell’ <> (e dell’ empirismo), sia in ambito pratico che teoretico, per assicurare precisione e determinatezza ai concetti ed ai comportamenti; ed ancora le pagine, in cui egli stesso caratterizza con esattezza e precisione (anche anticipatrici) il necessario convenzionalismo delle Einzelwissenschaften; ma più in generale, se quella di Moore fosse un’ adeguata descrizione della filosofia hegeliana, ne andrebbe dispersa la dimensione fondamentale, che trova la sua più compiuta espressione nella centralità della Arbeit  e della Mühe per lo svolgersi -tormentato, contraddittorio- della vicenda dello spirito, ovvero per la storica  costruzione della Bildung.[14] 
Comunque, tornando a Moore, ciò che conta sottolineare è che, per lui (come anche per Russell), dire <> significa dire una prospettiva che, in nome della relazione, impedisce -in quanto astrazioni illegittime- la possibilità di giudizi puntuali della forma <<questo ha la qualità Q>>; ed essendo la relazione eminentemente quella tra ‘mente’ e ‘cosa’, tra ‘pensiero’ ed ‘essere’, l’ idealismo è una prospettiva che non riconosce realtà alla ‘cosa’, se non in quanto relazionata al ‘pensiero’, se non in quanto interna ad una situazione del pensiero. Comprendiamo, dunque, perchè le varie pagine scritte da Moore in confutazione dell’idealismo intendano rispondere a due domande fondamentali: (a) come sappiamo che esistono oggetti fisici; (b) quale senso e quale validità dobbiamo riconoscere alla classica formula esse est percipi.
Nella Confutazione dell’idealismo del 1903[15], Moore analizza in particolare l’esse est  percipi, argomentando che, qualunque cosa possa significare, quel principio asserisce, comunque, che tutto ciò che è, è “un oggetto mentale”[16], che “tutto ciò che è, è esperito.”. Il commento di Moore è netto:” ciò che voglio sostenere è appunto che questo non è vero.”[17]
Che il significato dell’<> sia proprio quello, di cui Moore vuol mostrare la falsità, è accertabile, se si considerano i diversi sensi che alla formula in questione derivano dall’ ambiguità semantica dell’<<est>>, che in essa compare: in un caso solamente -quello, cioè, del significato che ad essa Moore ha dato- la formula aquista un preciso rilievo idealistico. Vediamo.
L’ <> potrebbe essere inteso in tre sensi diversi: (I) come espressione di identità, per cui il significato della formula sarebbe quello di una definizione - i due termini, <> e <>  son sostituibili l’un con l’altro-; è chiaro che, se valesse quest’ interpretazione <> non sarebbe un principio, né avrebbe rilievo sul piano epistemologico. (II) Un’ altra legittima interpretazione di <> potrebbe esser questa: esso va inteso in quanto affermazione che il <> è parte di <>, nel senso che quest’ ultimo è un insieme di cui <> è un aspetto. In questo caso si dovrebbe dice che <> prevede un certo numero di qualità -che Moore indica con X-  ed in più la qualità <>; se le cose stessero così, è evidente che mentre varrebbe la proposizione esse É percipi [esse implica percipi], non varrebbe l’ inversa, cioè percipi É esse, appunto perché <> sarebbe uguale a <plus
percipi>>. (III) La terza possibile interpretazione intende <> come asserzione che “ogni qual volta si ha X si ha anche <>“ - è esattamente quest’ ultima interpretazione del principio, l’ unica possibile dal punto di vista dell’ idealismo, “che -dice Moore- mi sono assunto di confutare”.[18]
In Proof of an external world, del 1939[19], Moore produce, contro l’<>, un interessante argomento: nell'orizzonte dell’ esperienza va introdotta la distinzione -che non ha nulla di assurdo, quindi, non vi son motivi per escluderla in principio- fra cose, che mi si possono  presentare nello spazio e cose, che di fatto son presenti  nel mio spazio -ovvero, tra esperienze possibili  ed esperienze attuali. E’ del tutto chiaro che, posta la non assurdità di questa distinzione e, dunque, la sua legittimità di principio, l’<> viene a cadere; esattamente il fatto che sia lecito parlare di esperienza possibile, viola il principio idealistico, perché dimostra la  non  inseparabilità di essere ed esser percepito.
L’ interessante di questo argomento sta nel rilievo dato alla dimensione del possibile, che viene posta in contrasto con la prospettiva idealistica. In Moore, però, dobbiamo cogliere -anche- un altro aspetto della questione.
La contrapposizione tra <> e <> serve a Moore per ribadire l’orientamento -suo e di Russell, una volta ‘ribellatisi’ all’ idealismo- a ‘rompere le relazioni’, a presentare, cioè, una concezione del reale, come universo di puntuali presenze, che garantisce a queste ultime una sussistenza effettiva, a prescindere dall'esperienza, nel senso (idealistico) di relazione interna alla mente.
Il motivo è anticipata nel testo del 1903, quando Moore propone la tesi, secondo cui “l’idealista (sostiene) che oggetto e soggetto sono necessariamente connessi soprattutto a causa di ciò, che egli non (riesce) a vedere che essi son distinti, che sono due. Pensando il ‘giallo’ e pensando la ‘sensazione di giallo’ (l’idealista) non riesce a vedere come nella seconda  ci sia alcunché che non ci sia nel primo”[20] Ma cos’ è questo diverso, di cui l’ idealista non riesce e coglier la presenza?
Ogni sensazione, risponde Moore, è costituita di due parti: (a) la coscienza -cioè, l’ elemento che compare quale che sia la sensazione- e (b) la sensazione stessa - che non è parte interna della coscienza, in quanto è la cosa stessa; per riprendere l’ esempio fatto nella citazione, è esattamente la sensazione di ‘giallo’.[21]
L’ idealista questo non lo comprende e, dunque, riduce tutta la sensazione ad evento interno alla coscienza.
Già il fatto di avere sensazioni è -lo ha affermato Moore- un ‘uscir fuori’ dal limite della mente, la cui superficie -a dir così- risulta ‘perforata’ da quell’ evento, reale e non puramente psichico, che è, appunto, la sensazione.
Dunque, da un lato, la coscienza, dall'altro, l’evento stesso: quale la mediazione? Per cogliere meglio il problema e cercarne la risposta -se pure esiste nella riflessione di Moore- torniamo ai testi.
Già abbiamo accennato che, per Moore, la confutazione dell’idealismo si sostanzia nell’ analisi di due questioni fondamentali, di cui finora abbiamo esaminato la prima (l’esse est percipi): passiamo ora alla seconda (sono reali le cose e gli eventi fisici e come sappiamo che lo sono?).
Convinzione di Moore è di essere in grado di togliere, finalmente, quello che Kant aveva denunciato come un autentico scandalo per la filosofia: il dover accettare solo per fede l’ esistenza degli oggetti esterni e, conseguentemente, di non poter replicare con fondate ragioni a chi ponesse in dubbio quella stessa esistenza.[22]
Tenendo presente che la natura non può essere reale se non esistono cose  ed  eventi  reali - ma anche che basta soddisfare quest’ ultima condizione, per provare la realtà della natura-, Moore ritiene di poter provare l’ esistenza di cose materiali  o di cose fisiche, ricorrendo ad una loro definizione molto chiara -più chiara di quanto solitamente non facciano i filosofi; ma -avverte egli stesso- si tratta di una definizione bizzarra (queer) e, per certi aspetti, perfino insoddisfacente: è la definizione per ostensione (o definizione ostensiva), dunque, mediante l’ indicazione di esempi.[23]
“Sembra a me, leggiamo in Proof of an external world[24], che -ben lungi dall'essere vero, come Kant riteneva, che vi sia solo una possibile prova dell’esistenza delle cose esterne a noi, ed esattamente quella che lui stesso fornì- proprio in questo momento io posso fornire un largo numero di prove differenti, ognuna delle quali è certamente rigorosa... Ad es., posso ora provare che esistono due mani umane. Come? esibendo le mie due mani e dicendo, mentre faccio un qualche gesto con la destra, <> e, facendo poi un analogo gesto con la mano sinistra, indicare <>. E se, facendo così, ho provato ipso facto l’esistenza di cose esterne, vedete facilmente che potrei farlo ancora numerose volte in altri modi...”[25]
Dunque, l’immediata presenza di quell’ oggetto nel mio spazio d’esperienza -ma che è contemporaneamente evidenza immediata anche di altri- prova l’esistenza con certezza dell’oggetto in questione. Il quale, da parte sua, è definibile ostensivamente, in quanto basta indicarlo, per definirlo appunto ed ottenere subito l’assenso comune circa la sua effettiva presenza: ecco cosa prova la realtà di <>. Due osservazioni sono importanti.
La proposizione che Moore enuncia, quando dice <> indicando un oggetto fisico, non è la conseguenza di un processo inferenziale: non vi sono altre proposizioni, che la giustifichino logicamente; si potrà semmai da quella far iniziare un processo inferenziale, ma essa -la proposizione in questione- è, a dir così, ‘logicamente prima’, autonoma, indipendente.[26]
E la cosa non meraviglia: già sappiamo, infatti, -dalle osservazioni circa l’esse est percipi  e dall’ analisi della sensazione-, che -contrariamente alla tesi idealistica- percepire o fare esperienza equivale alla ‘violazione’ dello spazio mentale da parte di un evento effettivo, che semplicemente si dà.  
Ma dobbiamo osservare, anche, che proposizioni del tipo “esiste il mio corpo”, “esistono altri corpi”, “la terra è esistita molto prima che io ne prendessi coscienza”, ecc., -come si vede, tutti esempi di confutazione dell’idealismo-, appartengono ad una sorta di riserva comune, che Moore indica con l’espressione Common Sense View (CSV). Tale riserva è costituita da proposizioni ‘logicamente indipendenti’ (nel senso che dicevo prima) e da inferenze tratte da esse; com’ è ovvio, CSV è patrimonio comune agli uomini (in condizioni normali) e lo stesso idealista -se non altro attraverso il suo comportamento- lo accetta, lo riconosce vero. Non per caso, due possibili adulterazioni delle “condizioni normali”, che Moore indica, sono la corruzione apportata dalla filosofia o dalla teologia.[27]
Tuttavia, con CSV esistono difficoltà: ad es., quando si dice <> (che è, sappiamo, una delle conoscenze certe, che appartengono a CSV), non so esattamente quanto prima la terra sia esistita; e quando, indicando un oggetto, dico questo e ne dimostro ostensivamente l’ esistenza, inferisco, anche, che analogamente esistono pure altri oggetti “like this” - ma cosa significa, esattamente, quel “like this”? Né la riserva di conoscenze certe, che costituisce CSV, né la definizione ostensiva mi consentono di rispondere alla domanda.
Dunque, fa parte di entrambe -di CSV e dell’ostensione- un’insuperabile vaghezza, mancanza di determinazione ed esattezza.[28] Ma c’ è, pure, un’altra difficoltà.
Il patrimonio di conoscenze certe, fornito da CSV, è sottoposto da Moore ad un’elaborazione logica, che segue tracciati e regole, presupposti ad esso -nel senso che se immaginassimo diversamente costituito quel patrimonio -voglio dire includente certezze, diverse da quelle che effettivamente offre-, i modi  della sua elaborazione logica resterebbero gli stessi, perché sarebbero, sempre, tracciati e regole della stessa logica formale. In altre parole, fra contenuti della conoscenza certa e forme della loro organizzazione logica non c’ è mediazione.[29]



3 - Wittgenstein su Moore.

E’ noto che un punto fondamentale della differenza, che Hegel individuava, fra scetticismo antico e scetticismo moderno, consiste nell’ atteggiamento, assunto dall’ uno o dall’ altro, nei confronti del ‘senso comune’ e, in generale, della conoscenza intellettuale ed empirica.[30]
Lo scetticismo antico, secondo Hegel, era capace di elevarsi a quell’ altezza, che gli consentiva di cogliere la contraddittorietà di qualunque conoscenza finita e, così, di aprire obiettivamente la strada verso la ragione; lo stesso ‘conformismo praticò (politico, religioso, morale), che caratterizzava, ad es., Pirrone, non aveva il senso dell’ accettazione  di determinate credenze, sì piuttosto quello di una conveniente scelta pratica, che in nessun modo implicava il ritiro dell’ epoch, ma consentiva invece di avvicinarsi all’ ideale di vita ‘priva di turbamenti’, a cui in sostanza lo scettico si ispirava.
Con Montaigne e con Pascal[31], al contrario (ovviamente, sto schematizzando), lo scetticismo tende ad assumere la funzione di autorizzazione al conformismo ed al fideismo religioso, ma nel senso, però, di rendere più plausibili le credenze comuni (tradizionali, dunque, anche religiose), data la contraddittorietà e mancanza di fondamenta sicure della conoscenza intellettuale. In epoca moderna, insomma, assistiamo ad una sorta di convergenza o alleanza tra scettcismo, empirismo e senso comune, in quanto l’accoglimento del primo finisce con l’ essere autorizzazione all’ accettazione dei secondi. Lo stesso Devid Hume -che pure avvertiva con finezza le contraddizioni del senso comune-, ricorreva alla “everyday life” per far scomparire il sottile, inarrestabile e dissolvente criticismo della ragione. 
Tra Ottocento e Novecento, assistiamo in Gran Britagna ad un fenomeno diverso (che già abbiamo visto in Moore): il senso comune diviene l’arma a cui si ricorre contro  lo scetticismo.
In sostanza, questo mutato rapporto fra scetticismo e senso comune deriva dal fatto che il primo si lega, nel periodo che ci interessa, a istanze di ‘rigore’ flosofico espresse da ambienti idealistici, ma in realtà contraddette non solo dai comportamenti effettivi della everyday life, sì anche dalla pratica scientifica; J. L. Austin insisterà, inoltre, nel sottolineare il frequente legame fra quelle ‘istanze di rigore’ filosofico ed autentici abusi linguistici.[32]
Se G. E. Moore è un classico esponente di questo volgersi del common sense contro lo scetticismo, lo è anche, però, degli equivoci, che il fenomeno sottende.
Abbiamo visto, ad es., che Moore derivava la proposizione <> dai due più semplici enunciati <this>> e <>. Ma, osserva Wittgenstein, che una proposizione si faccia inferire da altre[i], non costituisce una prova a suo sostegno, dato che le proposizioni da cui viene inferita non sono più sicure di essa stessa.[33] I motivi, che stanno al fondo dell’osservazione di Wittgenstein, sono almeno tre.
Moore aveva usato l’espressione <>  nel senso di so con certezza che P è vero; ed aveva indicato le proposizioni, appartenenti a CSV, come altrettanti casi di P.
Wittgenstein accetta quest’ uso di to know; nega però che il semplice <> possa essere evidenza a sostegno della verità di P; quella proposizione, infatti, manca ancora di prova (Beweis). In altre parole, anche se P è una proposizione, che dice una certezza di CSV, in tanto sono autorizzato ad usare per essa il verbo to know, in quanto posso fornire una prova valida della verità di P. Ma ancora -ecco il secondo motivo wittgensteiniano- il fatto che P possa inferirsi (herleiten) da precedenti Q ed R non  rientra nelle prove valide: perché, (1), prima bisognerebbe aver dimostrato la verità di Q e di R e, (2),  perché l’ inferenza logica in quanto tale non è prova di verità. Infine -questo è il terzo motivo- <> va distinto rigorosamente da <>. [34]
In G: §.30, Wittgenstein è esplicito: dalla mia certezza (Gewißheit) non sono affatto autorizzato a ricavare <>.  







A mo’ di conclusione.

Per quanto possa risultar bizzarro parlar di conclusione quando in causa sia il pensiero di Wittgenstein, mi pare tuttavia che sia lecito chiedersi a quali risultati conduca questa nostra ricerca.
Anche perché la risposta più evidente è che essa ci ha permesso di verificare quanto già dicevamo all’inizio, ovvero che non è possibile collocare il pensiero di Wittgenstein in questa o in quella rubrica, affermare l’appartenenza del filosofo austriaco a questa o quella determinata corrente di pensiero.
In effetti, hanno ragione tutti coloro che, interessati particolarmente alla prospettiva dialettica (se con questo non si intende nulla, che abbia a che fare con il cosiddetto diamat), ritrovano nelle pagine di Wittgenstein modalità di argomentazione, modi di analisi, di cui si può affermare a buon diritto la dialetticità.
Ma, appunto, se con tradizione dialettica si intende qualcosa, che abbia Hegel al suo centro e che valorizzi adeguatamente il significato della Fenomenologica, scritta da quest’ultimo, non potrà non risaltare una differenza radicale fra codesta tradizione e la riflessione wittgensteiniana.
Se per Hegel il drammatico, contraddittorio (quale che sia il significato di questo termine) procedere del movimento storico fa tutt'uno con la costruzione dell’uomo come soggetto e con la determinazione progressiva e umanizzazione della natura, per Wittgenstein, invece, lo strumentario dialettico è necessario usarlo per due motivi –l’una di primo acchito e l’altra, che va più a fondo.
Ovvero, se dobbiamo affermare che il mondo, la vita, ciò che chiamiamo reale ha un fondamento (Begründung), dobbiamo anche riconoscere che quest’ultimo è oltre la nostra portata conoscitiva ed espressiva e che,dunque, quel mondo che cerchiamo di conoscere, controllare e manipolare, è per noi necessariamente un qualcosa di ambiguo, si sfuggente, che richiede da parte nostra l’eleaborazione di strumenti linguistico-conoscitivi, che siano plastici, non rigidi (dialettici, in questo senso).
Ma le cose sono ancora più tragiche, nel senso che ciò, che esiste, semplicemente esiste, sta là, senza che nulla lo giustifichi; dunque, dobbiamo semplicemente prender atto del suo darsi, guardandoci bene dal cadere nell’illusione che oltre alla superficie, al di sotto del fenomeno, esista qualcosa che possa essere inteso come il senso suo. Ci troviamo, dunque, nell’impossibilità di organizzare il reale entro categorie univoche, certe, stabili –di qui, ancora, la necessità della dialettica, nel senso prima chiarito.
Se esiste un senso del mondo, non la ragione, non il linguaggio possono coglierlo ed esprimerlo, ma solo un rapporto mistico può coglierlo.
Come si comprende bene, la prospettiva in cui si colloca la dialetticità del pensiero di Wittgenstein è toto coelo altra cosa che la prospettiva hegeliana.
Anche nel caso del raffronto con G.E. Moore, possiamo fare osservazioni analoghe.
Ha certamente senso, nella prospettiva di Wittgenstein, contrapporre il common sense alle speculazioni idealistiche e, d’altra parte, l’insistenza dello stesso Wittgenstein circa il nesso tra forma di vita e modi di pensiero rientra –come si comprende facilmente- nella valorizzazione dell’esperienza comune, del nesso tra bisogni pratici ed elaborazione di pensiero.
Senonché, se questo è accettabile per Wittgenstein, non è accettabile fare delle credenze di senso comune una sorta di fondo solido, che garantisce la verità delle asserzioni.
Se fosse il contrario, la Begründung sarebbe finalmente trovata, al prezzo però di generalizzare abusivamente ciò che può funzionare, solo, entro un certo contesto, entro una certa forma di vita.
Un’ultima osservazione: con la sua critica al pensiero di G.E. Moore, Wittgesntein si discosta chiaramente da tutti quelle forme di pensiero, d’origine neopositivistica, che hanno funzionato storicamente (e che forse continuano a farlo) nel senso di sancire non un generico common sense, ma esattamente il common sense della società borghese o capitalistica.




















Bibliografia.

A.A.V.V., Classic of Analytic Philosophy, edited by R.R.Ammerman, New York McGraw - Hill Book Company 1965.

A.A.V.V., Wittgenstein und sein Einfluß auf die gegenwärtige Philosophie. Akten des 2. internationalen Wittgenstein Symposiums. 29 August bis 4 September 1077 in Kirchberg (Österreich), Wien HPT 1980.

A.A.V.V.,  Lo scetticismo antico., voll. 2, Napoli Bibliopolis 1981.

F. Adorno, La filosofia antica. (1), Milano Feltrinelli 1961.

J. L. Austin, Sense and Sensibilia, Oxford University Press 1962.

A. J. Ayer, Wittgenstein, Bari Laterza 1986.

D. Bloor, Wittgenstein. A Social Theory of Knowledge, London McMillan 1983.

J. Cottingham, Rationalism, London Paladin Books 1984.

P. Engelmann, Lettere di Ludwig Wittgenstein con Ricordi, Firenze La Nuova Italia 1970.

S. Garroni, Tracciati dialettici, Roma Kappa 1994.

G. Gabriel, “La Logica di Hermann Lotze e la nozione di validità”, in RIVISTA DI FILOSOFIA , vol. LXXXI dicembre 1990.

E. Gellner, Words and Things. An Examination of, and an Attack on Linguistic Philosophy, with a Foreword by B. Russell, London Routledge & Kegan Paul 1959.

A. Granese, G. E. Moore e la filosofia analitica inglese, Firenze La Nuova Italia 1970.

R. L. Gregory, L’ Enciclopedia Oxford della mente, Firenze Sansoni 1991.

G. W. F. Hegel, Rapporto dello scetticismo con la filosofia, Bari Laterza 1970.

M. B. Hintikka, Indagine su Wittgenstein, Bologna Il Mulino 1990.

M. Horkheimer, Teoria critica. Volume secondo, Torino Einaudi 1974.

E. Kant, Kritik der reinen Vernunft, Stuttgart Reclam 1966.

J. M. Keynes, Politici ed economisti, Torino Einaudi 1974.

Y. Lirie, Culture as a Human Form of Life. A Romantic Reading of Wittgenstein, in International
Philosophical Quarterly, vol. XXXII - 1992.

G. Lukàcs, La distruzione della ragione, Torino Einaudi 1959.

G.E. Moore, Commonplace Book. 1919-1953, London G.Allen & Unwin 1962.

G.E. Moore, Lectures On Philosophy, London Allen & Unwin 1966.

G.E. Moore, Studi filosofici, a cura di G. Preti, Bari Laterza 1971.

R. Monk, Ludwig Wittgenstein. Il dovere del genio, Milano Bompiani 1991.

A. Negri, Hegel nel Novecento, Bari Laterza 1987.

R. Olson, Filosofia scozzese e fisica inglese 1750-1880. Alle origini dello stile scientifico dell’ età vittoriana, Bologna Il Mulino 1983.

J. Passmore, A Hundred Years of Philosophy, Victoria Penguin Books 1957.

B. Russell, La conoscenza del mondo esterno, Milano Longanesi 1975.

E. Schulze, Enesidemo, Bari Laterza 1971.

B. Steri, Certezza e sapere. Saggio sull’ ultimo Wittgenstein, Roma Bagatto 1990.

B. Stroud, Philosophical Scepticism, Oxford Clarendon Press 1984.

G. H. Von Wright, Wittgenstein, Bologna Il Mulino 1983.

L. Wittgenstein, Tractatus Logico-Philosophicus, translated by D.F.Pears & B.F.McGuinness, with Intrdution by B. Russell, London Routledge & Kegan Paul London 1961.

L. Wittgenstein, Philosophical Remarks, Oxford Blackwell 1964.

L. Wittgenstein, Philosophische Untersuchungen, Frankfurt/Main Suhrkamp 1971.

L. Wittegenstein, Tractatus logico-philosophicus, Frankfurt/Main Suhrkamp 1973.

L. Wittgenstein, Über Gewißheit, Oxford Blackwell 1977.



[1] - Cf. R.Monk, Ludwig Wittgenstein. The duty of genius, London 1990 (ed. It., Bompiani 1991).
[2] - Cf. M.B.Hintikka, Investigating Wittgenstein, Oxford 1896 (ed. it., Il Mulino 1990). “Secondo l’interpretazione fornita da M. Trinchero nei due saggi introduttivi premessi alla traduzione italiana delle Philosophiscbe Untersuchungen e delle Bemerkungen über die Grundlagen der Mathematik, l'indagine sui fondamenti dell'aritmetica rappresenta l'asse teorico di riferimento intorno al quale la filosofia di Witt­genstein si è articolata nelle diverse fasi del suo sviluppo.  In base a questa impostazione, l'evoluzione del pensiero wittgensteiniano assume la forma di “una traslazione da un punto all'altro di un sistema, intorno ad un medesimo centro”, piuttosto che configurarsi come un "taglio netto" secondo uno schema di periodizzazione (alla Hartnack) spezzato in due fasi distinte e conrapposte.” (G. Franck, “Fondazione della conoscenza e fondamenti dell’ operare (Moore e Wittgenstein)”, in Wittgenstein, NUOVA CORRENTE nn. 72-73/ 1977: 46.
“Schematicamente, il dissidio tra Wittgenstein e Russell si può così riassumere.  Nel Tractatus, Wittgenstein pone il linguaggio come unico termine di riferimento possibile della ricerca filosofica.  Questo, almeno, non pare contestabile.  Dove le interpretazioni possono divergere, e di fatto divergono sensibilmente, è sul problema di definire di quale linguaggio Wittgenstein parli.  Riferendosi alle origini del Tractatus, cioè alle accanite e feconde discussioni sulle categorie della logica simbolica e sul linguaggio dei Principia, che aveva avuto con Wittgenstein, Russell afferma che il linguaggio di cui parla Wittgenstein è il linguaggio ideale dei neopositivisti o, per essere più esatti, quello che verrà chiamato in quel modo dai membri del Circolo di Vienna : un linguaggio, cioè, rigoroso e univoco, col quale costruire lo schema categoriale in cui inserire i dati immediati dell’ esperienza.  Rigorosamente dualista, anche se non più platonico, Russell, in­terpretando in questo modo il linguaggio di cui si parla nel Tractatus, ac­cetta il primo Wittgenstein, quello, appunto, del Tractatus, e respinge quello che, rispetto al Tractatus così inteso, non può essere altro che un secondo Wittgenstein, quello delle Philosophische Uitersuchungen, che a lui, Russell, appare incomprensibile o sciocco. Contestando a Russell la sua interpretazione del concetto di linguaggio nel Tractatus, Wittgenstein o, piuttosto, i suoi allievi di Cambridge e gli allievi dei suoi allievi, escludono l'esistenza di una profonda soluzione di continuità fra Tractatus e Philosophische Untersuchungen  e vedono piuttosto le lezioni di Cambridge come la realizzazione di quanto nel Tractatus era stato fondato o appena programmato, cioè la riduzione di tutta l'attività filosofica a ricerca colloquiale sul linguaggio comune. La rivolta di Russell e Moore contro il monismo idealistico venne svi­luppata, quindi, lungo due direttrici: da una parte il Circolo di Vienna e i positivisti logici, dall'altra le Philosophische Untersuchungen  e la filosofia ana­litica.” (Pacifico in Quine, Manuale di logica Feltrinelli 1964: XIX).



[3] - Cf. G.H. Von Wright, Wittgenstein, Oxford 1982 (ed. it., Il Mulino 1983). Per veder la cosa anche ‘dall’altra parte’, ecco un tratto ‘wittgensteiniano’ di Socrate: “... la confutazione socratica, l’ ironia di Socrate, mediante la quale sul piano strettamente logico-linguistico si giungeva ad opporre infinite verità, contraddittorie fra loro, fino ... al totale vuoto, alla ‘liberazione’ dalla Verità ...Socrate, volto, mediante la confutazione dialettica ... a restituire l’uomo a se stesso, a far vergognare di sé chi non pensa con la propria testa, chi non chiarisce sé a sé, chi non pensa, cioè chi, attraverso la ricerca e il dialogo, non si rende conto di ciò che pensa e che dice.” (F.Adorno, La filosofia antica .1, Feltrinelli 1961: 157); si confronti questa pagina con le considerazioni, svolte da D. Pears e B. Stroud, “circa l’esistenza di una connessione intrinseca tra l’andamento rapsodico o ‘dialettico’ del testo di Wittgenstein e il suo modo di intedere l’attività filosofica: un’ attività che ..non mira ad un sapere ‘sistematico’, ma che, impegnandosi in una situazione discorsiva essenzialmente duale, costringe l’ interlocutore immaginario a perdersi nelle analogie del linguaggio ordinario, a sentire il loro potere seduttivo, per poi cercare la più idonea via d’ uscita da tali ‘incantameni’ attraverso una terapia linguistica, basata su approcci al problerma a più riprese a da prospettive ogni volta diverse.” (B. Steri, Certezza e sapere. Saggio sull’ ultimo Wittgenstein, Bagatto 1990: 26). Un analogo socratismo scettico -quindi, nel senso di una attività filosofica come continua ricerca-  lo si riscontra in un autore, assai significativo per Wittgenstein: intendo George Edward Moore, come nota, ad es., G.Preti, nella sua Introduzione a G.E.Moore, Studi filosofici, Laterza 1971: 24.
[4]  - In Nietzsche, Der Antichrist §. 38, troviamo unanstänstandig usato per connotare la condizione morale dell’uomo moderno.
[5] - Con questo termine intendo l’orientamento a negare la funzione della ragione nella determinazione dei principi morali di base; ciò non implica, ovviamente, che ritenga accettabili -almeno per come si danno- le rapide osservazioni, che a Wittgenstein dedica G.Lukàcs, La distruzione della ragione, Einaudi 1959. Così leggiamo in Monk: 149 - “L’ etica non tratta del mondo. L’ etica deve essere ua condizione del mondo come la logica. Così se per comprendere la forma logica occorre saper vedere il linguaggio come un tutto, per comprendere l’etica bisogna saper vedere il mondo come un tutto. Quando si cerca di descrivere che cosa si vede da questa prospettiva si finisce inevitabilmente col dire cose prive di senso...ma che questa prospettiva sia raggiungibile è fuori di dubbio. V’è davvero dell’ineffabile. Esso mostra sé, è il mistico.”In P. Engelmann, Lettere di L.Wittgenstein, La Nuova Italia 1970:70, così leggiamo: “... (in Wittgenstein,) logica e misticismo hanno avuto una sola origine; e si potrebbe dire, con maggior ragione, che Wittgenstein aveva tratto alcune conclusioni logiche dal suo atteggiamento mistico di base verso la vita e verso il mondo. Che egli abbia scelto di dedicare cinque sesti del suo (Tractatus) alle conclusioni logiche, è dovuto al fatto che almeno riguardo ad esse è possibile parlare.” In un altro senso del termine, tuttavia, non si può coniugare Wittgenstein ed irrazionalismo, dacché il problema di Wittgenstein non è mostrare il fallimento dell’ impresa conoscitiva umana (né più in generale chiedersi se l’uomo possa o non conoscere); piuttosto il suo impegno è a mostrare la varietà dei giochi linguistici e delle loro regole: dunque, che cosa di fatto avviene, quando si svolge l’esperienza del conoscere; detto in altre parole, il problema di Wittgenstein “non era escludere dalla significanza gli enunciati che non si attengono rigorosamente ai criteri osservativi della fisica, ma analizzare i diversi procedimenti che danno senso a un enunciato.” (AAVV Introduzione alla filosofia analitica del linguaggi Laterza 1992: 111). Interessante -perché se ne ricava anche l’indicazione, che -sotto questo rispetto- a Wittgenstein non possono interessare unilateralità come razionalismo e/o irrazionalismo, quanto osserva ancora Penso, a proposito del modo wittgensteiniano di affrontare il tema : “Una prima risposta è che descrivere il fluire dei dati sensoriali è tanto complicato da risultare inutilizzabile; un linguaggio che descriva il mondo non in termini di dati sensoriali, ma semplicemente in termini di oggetti ha il vantaggio della semplicità. Questo non comporta che l’esigenza dei sostenitori del linguaggio fenomenologico sia sbagliata: <>, dirà Wittgenstein negli anni Trenta, <<è il mondo dei dati del senso; ma il mondo in cui parliamo è il mondo degli oggetti fisici>> ... Questa posizione è analoga (e forse influenzò) la posizione dei neopositivisti e dello stesso Carnap, allorché questi abbandonarono l’idea di un linguaggio fenomenologico per un linguaggio fisicalistico.” (Introduzione alla filosofia analitica del linguaggio: 96). Per il pragmatismo di Wittgenstein, mentre Ayer scrive: “Come sostenevano i pragmatisti, per esempio Pierce e Lewis, cui Wittgenstein venne ad assomigliare sempre più...” (A.J.Ayer, Wittgenstein, London 1985; ed. it., Laterza 1986: 183), con maggior cautela lo stesso Wittgenstein scrive: “Voglio dire qualcosa che suona come pragmatismo (wie Pragmatismus klingt). Mi è qui capitata addosso (mir kommt hier ... in die Quere) una sorta di Weltanschauung.” (L.Wittgenstein, Über Gewißheit, Oxford 1977,  §.422 ). Ma, appunto, <> un testo come il seguente: “Se pensi alle proposizioni come ad istruzioni per costruire modelli, allora diviene più chiara la loro natura pitturale. Infatti, perché un’espressione possa guidare la mia mano, deve possedere la stessa molteplicità che l’azione desiderata.” (Wittgenstein, Philosophical Remarks, Oxford 1964 §.10); da parte sua, D.Bloor vede in Wittgenstein la tesi, per cui il mutamento dei ‘giochi linguistici’ è motivato dalle necessità sociali. (D.Bloor, Wittgenstein. A Social Theory of Knowledge, London 1983: 47-8).
[6] - Citare per Wittgenstein il Teeteto platonico è cosa ovvia -essendo questo un richiamo più volte fatto dallo stesso Wittgenstein; meno ovvio -ma, forse, non meno importante- è ricordare, anche, un altro dialogo -il Fedone- ed in particolare il tema della misologia, lì affrontato da Socrate in 89a-90bd.
[7] - “Quando i filosofi usano una parola -’sapere’, ‘essere’, ‘oggetto’, ‘io’, ‘proposizione’, ‘nome’- e si industriano a cogliere l’essenza della cosa, è sempre necessario chiedersi: la parola in questione, nel linguaggio in cui ha il proprio luogo (Heimat), è effettivamente usata così? Noi riportiamo le parole al loro uso effettivo, a partire da quello metafisico.” (PU.1: §.116); “Se parlo della lingua (delle parole, delle proposizioni) debbo parlare della lingua quotidiana. Che forse questa è una lingua troppo grossolana, materiale, per ciò che vogliamo dire? E come potrebbe esser costruita un’altra?  E quanta meraviglia desta, allora, che con la nostra lingua possiamo pure fare qualcosa! Che per le mie chiarificazioni riguardanti la lingua, debba usare l’intera lingua (non una lingua elementare, provvisoria), già mostra che a proposito della lingua posso mostrare solo l’esterno. Ma come possiamo, allora, contentarci di queste spiegazioni? - Solo che anche le tue domande sono dentro questa lingua; perché una qualche domanda possa esser fatta, bisogno che sia espressa in questa lingua! E i tuoi scrupoli non sono che fraintendimenti. Si dice: non è la parola che importa, ma il suo significato ed al significato si pensa come ad una sorta di parola, pur se diversa dalla parola stessa. Qui sta la parola, qui sta il significato. Il denaro e la vacca, che con quello si può comprare...” (PU.1: §.120); “Un problema filosofico ha la forma <>.” (PU.1: §.123), “In nessun modo la filosofia dovrebbe sfidare (antasten) l’uso effettivo della lingua, ma semplicemente descriverlo. Infatti, non può dare ad esso un fondamento. La filosofia lascia le cose come stanno. La filosofia lascia come sta anche la matematica e nessuna scoperta matematica può farla sviluppare. Un fondamentale problema di logica matematica è per noi -come per chiunque altro- solo un problema di matematica.”(PU.1: §.124); “La filosofia affronta tutto, ma né spiega né ricava nulla. Poiché tutto si dà apertamente, non c’ è nulla da scoprire: ciò che è nascosto non ci interessa. Si potrebbe chiamare ‘filosofia’ ciò che è possibile prima di ogni scoperta.” (PU.1: §:126). La tipica procedura wittgensteiniana, quando si pone il poblema dell’uso che facciamo di una parola, è (a) mostrare che di quella parola c’ è una varietà di usi; (b) che questa varietà non si lascia ridurre a specificazioni di un uso centrale, ma piuttosto ha i tratti non lineari e meno rigidi della <>; (c) che non implicita l’esistenza necessaria di un modello o paradigma, né di un particolare stato mentale. Per definire meglio l’atteggiamento di Wittgenstein -o, almeno, quell’ atteggiamento, che mi appare più meritevole di attenzione e ricco di possibilità di sviluppo-  si consideri, ad es., quanto egli scrive: “Questa spiegazione, come altre che abbiamo dato, è vaga ed intende esser tale.” (Wittgenstein, The Blue and the Brown Books, Oxford 1975: 84); questa pagina va letta, mi pare, in continuazione con quell’ orientamento, che stava alla base della critica lockiana alla sillogistica aristotelico-medievale; ma  anche come segno che l’ orizzonte wittgensteiniano è quello, al cui centro c’ è un uomo che si impegna a risolvere difficoltà che la vita gli propone, costruendosi strumenti, il cui senso -e la cui stessa coerenza- sta, appunto, nel contesto pratico da cui sorgono e nelle finalità a cui son volti, contro ogni formalismo.
[8] -”... non possiamo comprendere Wittgenstein se non ci è chiaro che era la filosofia che gli stava a cuore e non la logica, la quale si trovava ad essere semplicemente l’unico strumento adatto per elaborare la sua raffigurazione del mondo. E in questo il Tractatus  riesce in modo sovrano, concludendo con implacabile coerenza con l’ annientare il risultato, di modo che la comunicazione del suo pensiero di base, o piuttosto della sua tendenza di base -che, secondo i suoi stessi risultati, non può in linea di principio essere influenzata da metodi diretti- è raggiunta per via indiretta... Ciò che egli vuole dimostrare è che tali sforzi del pensiero umano di <> sono un tentativo senza speranza di soddisfare l’ eterno bisogno metafisico dell’ uomo.” (P. Engelmann, op. cit.: 68-9). In Tractatus §.6.45, leggiamo: “Cogliere il mondo sub specie aeterni è coglierlo come un tutto limitato. Sentire il mondo come un tutto limitato è il mistico.”; nel precedente §. 5.632, “Il soggetto non appartiene al mondo, ma è piuttosto un limite del mondo” (L.Wittgenstein, Tractatus logico-philosophicus, Frankfurt/Main 1973). Interessante questo giudizio di Keynes: “ Il graduale perfezionamento del metodo (logico-) formale a opera di (Russell), di Wittgenstein e di Ramsey, si era tuttavia risolto nello svuotare (il campo della logica) pian piano del suo contenuto e ridurlo sempre più a nude ossa, finché parve escludere non solo ogni esperienza, ma la maggior parte dei principi, abitualmente ritenuti logici, del pensiero. La soluzione di Wittgenstein fu di considerare ogni altra cosa come una specie di allucinato non-senso, di gran valore per il singolo, ma non suscettibile di valutazione esatta.” (J.M.Keynes, Politici ed economisti, Einaudi 1974: 296. Sott. mia, S.G.). Secondo Y. Lurie, “intento di Wittgenstein è demolire la pretesa filosofica di fondare il comportamento cuturale dell’uomo su intelletto e ragione, diminuendo il loro ruolo nell’ emergere del comportamento culturale. “(Y. Lurie, “Culture as a Human Form of Life: A Romantic Reading of Wittgenstein”, in International Philosophical Quarterly, vol.XXXII-1992: 197). “Tutta una generazione di allievi poté considerare Wittgenstein un positivista, perché egli aveva qualcosa di enorme importanza in comune con i positivisti: aveva tracciato la linea di separazione fra ciò di cui si può parlare e ciò di cui si deve tacere, cosa che anch’essi avevano fatto. La differenza è soltanto che essi non avevano niente di cui tacere. Il positivismo sostiene -e questa è la sua essenza- che ciò di cui possiamo parlare è tutto ciò che conta nella vita. Invece Wittgenstein crede appassionatamente che tutto ciò che conta è proprio ciò di cui, secondo il suo modo di vedere, dobbiamo tacere.(P. Engelmann, op. cit.: 70).
[9] - Consonante con quanto dico mi pare questa osservazione di Di Giacomo: 15 - “... l’estetica si presenta nella filosofia di Wittgenstein non come un ambito specialistico di problemi, bensì come la condizione di possibilità e di pensabilità del nostro dire e comprendere di volta in volta la realtà. Si presenta cioè come la condizione necessaria del contingente [sott. mia, SG], condizione che può essere compresa solo dall’interno di quest’ ultimo”.; che tutto ciò comporti una consonanza, almeno, con una prospettiva dialettica lo si ricava dallo stesso Di Giacomo, che così prosegue alla p. 17: “Qui troviamo quelle nozioni di ‘senso comune’, di ‘certezza’ e di ‘forma di vita’, che costituiscono l’ eredità che Wittgenstein ha lasciato a tutte quelle filosofie che riconoscono nella necessità del contingente il problema stesso della comprensione”. Si noti il modo, ovviamente non casuale, in cui è costruito il §. 253 di Über Gewißheit -che per questo scopo riproduco, anche, nel testo tedesco: “Am Grunde des begründeten Glaubens liegt der unbegründete Glaube [Alla base della credenza fondata sta la credenza non fondata]”. “Secondo il Tractatus, (il linguaggio fattuale) rispecchia il mondo effettivo, presentandolo com’è, e possibili mondi alternativi col presentarli come essi potrebbero essere. Poiché esprime tutto ciò che può essere detto, pone un limite a ciò che può essere immaginato o concepito. Al di là di quel limite non c’è nulla, cioè nulla dello stesso genere: ci sono fatti e possibilità, e al di là di essi, nulla. Questo sembra indicare che ogni discorso non fattuale sia privo di significato. Ma Wittgenstein distingue due modi di capire. Per capire un’affermazione fattuale, dovete conoscerne il senso, cioè la possibilità che, se fosse attualizzata, la renderebbe vera. Altri generi di affermazione mancano di senso ma non sono per questo privi di significato col rivelare certi aspetti del mondo e della vita umana. Questo è l’elemento mistico nella filosofia giovanile di Wittgenstein.” (R.L.Gregory, Enciclopedia Oxford della mente, Sansoni 1991: 939). “Elemento centrale del (Tractatus) è la distinzione tra ‘dire’ e ‘mostrare’: chiave di volta per comprendere l’inutilità della (russelliana) ‘Teoria dei tipi’ in campo logico e affermare l’ineffabilità delle verità etiche... La famosissima affermazione che conchiude il Tractatus - <> - è nello stesso tempo espressione di una verità logico-filosofica e di un precetto morale. Sotto questo aspetto, come ha osservato Engelmann, il libro richiama fondamentalmente la campagna di Karl Kraus volta a salvaguardare la purezza del linguaggio ridicolizzando la confusione del pensiero che deriva dal suo cattivo uso. Il nonsenso derivante dal tentativo di dire ciò che può unicamente mostrarsi è inaccettabile tanto sul piano logico quanto su quello etico. “ (R.Monk, op. cit.: 169). Per l’accostabilità del ‘misticismo’ di Wittgenstein al pensiero di Jaspers, cf. K.Salamun, “Wittgenstein und die Existenzphilosophie”, in  Wiitgenstein und sein Einfluß auf die gegenwärtige Philosophie, Wien HPT 1980: 65. Il nesso, che nega necessariamente la tesi di una dimensione ineffabile -la quale, dunque, non può esser detta  ma sì mostrata  unicamente-, alla concezione della filosofia come “activity” e non “a doctrine”, è argomentato da E.Gellner, Words and Things, London 1959: 79.
[10] - Così Russell racconta la reazione di Wittgenstein al suo progetto di scrivere un libro sulla materia: “Ho discusso con lui sulla materia. Egli ritiene che si tratti di un problema di poco conto. Ammette bensì che, se non c’ è la materia, non esiste nient’ altro che lui stesso, ma dice che la cosa non lo turba perché fisica, astronomia e tutte le altre scienze possono ugualmente venire interpretate come vere.” (B. McGuinness, op.cit.: 163).
[11] - Così G. Preti, nella sua Introduzione a G.E. Moore, Studi filosofici, op. cit.: 24; proseguendo, però, Preti osserva che “non risulta chiaro” il senso del realismo di Moore, il quale “resta troppo sfumato nei suoi contorni gnoseologici e speculativi” (G. Preti, op.cit.: 25). Utile anche il modo, in cui l’ originario idealismo di Moore e di Russell è descritto da McGuinness, op.cit.: 133-4. Sullo stesso tema, ma con particolare insistenza sugli equivoci presenti nel Moore post-idealista, v. A. Granese, G.E. Moore e la filosofia analitica inglese, La Nuova Italia 1970: 48-9.
[12] - G.E.Moore, “Confutazione dell’idealismo”, in Studi filosofici, op.cit.: 56-8.
[13] - Cf., ad es., J. Cottingham, Rationalism, London 1984 e J. Passmore, A Hundred Years of Philosophy, Victoria 1957.
[14] - Una pagina analoga a quella di Moore la troviamo in B. Russell: “Hegel credeva che per mezzo di un ragionamento apriori si potesse mostrare che il mondo deve avere varie caratteristiche importanti ed interessanti, perché ogni mondo, senza queste caratteristiche, sarebbe impossibile e contraddittorio. Perciò la sua <> è un’indagine della natura dell’universo, fin dove questo può essere dedotto semplicemente dal principio che l’universo deve essere logicamente coerente con se stesso... non riterrei la ragione di Hegel, anche se fosse valida, propriamente attinente alla logica: sarebbe piuttosto un’applicazione della logica al mondo attuale. La logica in sé riguarderebbe questioni come ciò che è coerente con se stesso, che Hegel, per quanto ne so, non discute. E, sebbene critichi la logica tradizionale e dichiari di sostituirla con una sua perfezionata, in un certo senso la logica tradizionale con i suoi errori è assunta senza critica e inconsciamente attraverso il suo ragionamento.” (B.Russell, La conoscenza del mondo esterno, Longanesi 1975: 40). Nonostante che Hegel sia letto, qui, attraverso Bradley, mi pare interessante notare che Russell coglie, in qualche modo, (a) che <>, nel senso di Hegel, non è lo stesso che <>, nel senso della logica formale (in quanto quella hegeliana intende essere logica del mondo), e che, dunque, -in linea di principio- fra le due <> non esiste conflitto; (b) che la prospettiva fondamentale della riflessione di Hegel è orientata al toglier le contraddizioni. Interessante questa recente affermazione di G.Gabriel: “L’ ironia sta nel fatto che la filosofia analitica, seguendo la tradizione anti-hegeliana di Russell, doveva riscoprire l’olismo attraverso il <>  di Frege... Questo principio sembra la versione semantica di un principio metafisico di Hegel, che Frege derivava dal suo maestro Lotze, pur limitandolo alle proposizioni.” (G. Lotze, “La Logica di Hermann Lotze e la nzione di validità”, in Rivista di filosofia n.3 - 190: 459-60). Sugli equivoci della recezione anglo-sassone della lezione hegeliana, cf. Cottingham, op. cit.: 94; da parte sua, A. Negri, Hegel nel Novecento, Laterza 1987: 37-8, parla di “tinta mistica e ... inclinazione scettica del neoidealismo bradelyano, in cui invano cerchi in azione il fondamentale concetto hegeliano di mediazione...”. Sull’ interpretazione russelliana di Hegel, cf. M. Horkheimer, “Il più reecente attacco alla metafisica”, in Teoria critica. Scritti 1932-1941. (II), Einaudi 1974.

[15] - Vedila in G.E. Moore, Studi filosofici, op. cit.
[16] - Studi filosofici: 47
[17] - ivi: 50.
[18] - ivi: 50-53.
[19] -cf. Classics of Analytic Philosophy, op. cit.: 74.
[20] - Studi filosofici: 55.
[21] - “Quello che la mia analisi della sensazione si proponeva di mostrare è che ogni volta che ho una semplice sensazione o idea, di fatto avverto qualcosa che, ugualmente e nello stesso senso, non è un aspetto inseparabile della mia esperienza. L’ avvertenza, che ho sostenuto essere inclusa nella sensazione, è l’unico fatto identico che costituisca ogni genere di conoscenza: <>,  quando io lo esperisco, è altrettanto un oggetto, e altrettanto poco un mero contenuto della mia esperienza, quanto la più distinta e indipendente cosa reale chi io possa avvertire. Quindi non esiste il problema di ‘come possa uscire dal cerchio delle nostre idee o sensazioni’. L’ avere semplicemente una sensazione è già essere fuori di quel cerchio: è conoscere qualcosa che è altrettanto veramente e realmente non una parte della mia esperienza quanto qualunque altra cosa io possa conoscere.” (Studi filosofici: 68-9). Per le origini settecentesche di questa tesi, nella filosofia del common sense di Th. Reid, cf. R. Olson, Filosofia scozzese e fisica inglese, Il Mulino 1983: 57.
[22] - Il richiamo a Kant si trova nel già citato Proof of an external world; l’ affermazione di Kant si trova nel Vorrede alla 2° ed. della Kritik der reinen Vernunft: “... so bleibt es immer ein Skandal der Philosophie und allgemeinen Menschenvernunft, das Dasein der Dinge außer uns ... bloß auf Glauben annehmen zu müssen, und, wenn es jemand einfällt es zu bezweifeln, ihm keinen genugteuenden Beweis entegegenstellen zu können.” (E. Kant, Kritik der reinen Vernunft, Reclam 1966: 44).  
[23] - G.E. Moore, “Are Material Things Real?” (1928-1929), in Lectures On Philosophy, London 1966: 14,15.
[24] - Classics..., op. cit.: 81.
[25] - “Fin dai tempi di Descartes uno dei problemi principali dell’epistemologia è se si possa conoscere con certezza la verità di una proposizione contingente. Moore affermava che, per quanto lo riguardava, era certo di conoscere la verità di in gran numero di queste proposizioni. Portava ad esempio, tra le altre, le seguenti proposizioni: che egli era un essere umano, che l’oggetto che stava additando era la sua mano, o che la terra esisteva già da molti anni. Poiché conosceva queste cose, poteva anche provare l’esistenza di un mondo esterno alla sua mente -e così risolveva ... un annoso problema. Inoltre Moore si diceva convinto di non essere assolutamente il solo ad esser certo di cose di questo genere, ma che oltre a lui anche la maggior parte degli esseri umani, in circostanze normali, può correttamente rivendicare il possesso di queste certezze. Ancora Moore pensava che la nostra conoscenza della maggior parte di queste proposizioni del <>, come le chiamava, fosse fondata su qualche prova della loro verità. Tuttavia spesso non siamo in grado di dire quali siano queste prove ... Wittgenstein pensava che l’asserzione (di Moore), secondo la quale egli conosceva per certo questo o quello, fosse filosoficamente senza valore: infatti non si può dire correttamente che qualcuno conosca la maggior parte di quelle cose che sono materia del <> e che Moore affermava di conoscere.” (Von Wright, op. cit.: 202; 204).
[26] - Frutto di inferenza è, invece, una proposizione più complessa: “I am perceiving a human hand”, la quale consegue da precedenti proposizioni semplici, come “I am perceiving this” e “This is a human hand”. (v. Classics, op. cit.: 63).
[27] - Non è difficile riconosce in questo giudizio l’influenza di David Hume, del quale per altro Moore era studioso. In “A defence of Common Sense”, del 1925, Moore indica due liste di proposizioni della Common Sense View. (cf., Classics..., op. cit.: 48-9).
[28] - Cf. Lectures..., op. cit.: 14-5; Classics..., op. cit.: 57.
[29] - “... i neo-idealisti inglesi (valga per tutti l’ esempio di Bradley) si erano sforzati di distinguere nettamente la logica dalla psicologia ... ponendo in tal modo le premesse remote di quel realismo concettuale, successivamente teorizzato dal giovane Moore e dal giovane Russell per cui i concetti sono indipendenti, in sé e nei loro rapporti, dall’ attività mentale.” - questo giudizio di Granese (op. cit.: 31), come abbiamo visto, può essere esteso anche ai rapporti fra CSV e modi della sua trattazione logica. Per quanto possa colpire per la ‘secchezza’ dell’argomentazione, tuttavia è probabile vi sia più profondità, di quanta di solito non si riconosca, in Lukàcs, quando scrive: “La demagogia sociale di Hitler era legata ad un aspro irrazionalismo e culminava in esso: le contraddizioni del capitalismo, considerate come insolubili con mezzi normali, portavano a compiere ll salto in un mito radicalmente irrazionalistico. La presente apologetica diretta del capitalismo rinuncia in apparenza al mito e all’ irrazionalismo. Anzi, quanto alla forma, al modo di esposizione, allo stile, si tratta qui di una deduzione puramente concettuale e scientifica. Ma solo in apparenza. Infatti il contenuto delle costruzioni concettuali è del tutto privo di pensiero, è un sistema di nessi inesistenti, una negazione delle leggi reali, un fermarsi a quei nessi apparenti che risultano immediatamente (e quindi in forma aconcettuale) dalla superfice immediata della realtà economica. Ci troviamo quindi di fronte a una nuova forma di irrazionalismo nascosta sotto l’involucro di un’ apparente razionalità.” (G.Lukàcs, La distruzione della ragione, op. cit: 784). Non è improbabile che le osservazioni di Lukàcs, nonostante tutto, colgano qualcosa di profondo a proposito dell’enfatizzazione filosofica della CSV ed, anche, a proposito di certo odierno clima culturale.
[30] - Cf. G.W.F. Hegel, Rapporto dello scetticismo con la filosofia, Laterza 1970; E.Schulze Enesidemo, Laterza 1971; V.Verra, “Hegel e lo scetticismo antico: la funzione dei tropi”, in Lo scetticismo antico, vol. 1, Bibliopolis 1981; S.Garroni, Tracciati dialettici, Kappa 1994: 35ss.
[31] - “Pascal lo impressionò, ma il Pascal dei Pensieri, non quello delle Lettere provinciali”, così ci dice di Wittgenstein il già cit. McGuinness: 177.
[32] - Cf. B.Stroud, Philosophical Scepticism, Clarendon Press 1984 e J.L. Austin, Sense ad Sensibilia, Oxford 1962.
[33] - Wittgenstein, Über Gewißheit: §.1 (d’ ora in avanti, indicherò il testo con la sigla G.).
[34] - G: §§.12-16.






sabato 27 dicembre 2014

Pubblico sul mio blog questo scritto di Stefano Garroni su Lenin e Stato e Rivoluzione sperando che la lettura aiuti a comprendere i tempi difficili odierni.


LENIN: STATO E RIVOLUZIONE


Stefano Garroni


In realtà noi viviamo nella società capitalistica, in cui lo stato conosce una certa dinamica, che si ricava anche da queste pagine (è la dinamica, che viviamo tutti i giorni).

 
Qual è la dinamica fondamentale che viene messa in evidenza? Lo stato capitalistico sulla base della crescita della dimensione economica, della crescita delle grandi concentrazioni economiche, deve trasferire il potere dal momento legislativo (cioè il parlamento), al momento esecutivo: burocrazia, magistratura, esercito e chiesa. Questi sono sempre di più gli strumenti di cui si serve lo stato per esercitare la propria funzione. Non si tratta di un fenomeno post-moderno. Si tratta di una tendenza, già individuata da Marx, (già presentatesi in varie occasioni), e dall’inizio degli anni 60’ c’è tutta una letteratura, marxista e non, che le analizza. Voi sapete benissimo che il sistema maggioritario è una delle articolazioni di questo trasferimento del potere dal legislativo all’esecutivo; voi sapete come il mito della stabilità di governo è un altro strumento per arrivare a questo. Se mi è possibile un piccolo ricordo personale, una ventina d’anni fa (io faccio parte del centro azione delle ricerche), i compagni della CGL del sindacato ricerca, mi propongono di collaborare a una rivista che avevano pubblicato. Il mio compito era quello di leggere i giornali e ricavarne notizie da commentare. In quel periodo uscì su “24 ore” (l’organo della confindustria), un articolo in cui si dimostrava che l’Italia era uno dei paesi più stabili politicamente. Perché? Perché giustamente “24 ore” (organo della confindustria) diceva: “il problema non è quello del cambio di governo”. Questo non conta nulla. Quello che conta è che la burocrazia centrale non cambi. I ministeri non sono retti dai ministri, ma dalla burocrazia centrale, e questa non cambia: cioè lo stato è stabile. Io ovviamente colsi la palla al balzo e feci un commento su quest’articolo. Da quel momento i compagni della CGL mi hanno spinto dalla collaborazione alla…… è un elemento di fondo. Voi capite che se noi capiamo la cosa che sta sotto gli occhi di tutti in realtà, che lo stato non è il parlamento. Lo stato è la burocrazia centrale: è l’esercito, è la chiesa, è la magistratura. Se capiamo che questo è lo stato, allora comprendiamo che non c’è un problema di lotta per la democrazia o contro la democrazia, perché non c’è democrazia. Nessuno elegge i grandi burocrati, nessuno elegge i magistrati, nessuno elegge i dirigenti militari, nessuno elegge il papa. Se noi capiamo questo allora capiamo per esempio che non ha nessun senso mettersi a discutere: “difendiamo o no l’indipendenza nazionale”. Il nostro esercito è parte del grande esercito internazionale capitalistico, la nostra economia è basata su grandi società multinazionali. Bossi minaccia l’unità nazionale, è ridicolo. L’unità nazionale non esiste più perché noi siamo preda del grande sistema capitalistico internazionale. Voi sapete che il sindaco piddiessino di Napoli, per risolvere il problema del bilancio comunale ha emesso dei BOT che vende sul mercato americano. Voi sapete che quando lo straniero acquista i BOT non paga nessuna forma di tasse. Gli americani prima di accettare questi BOT sapete cosa hanno fatto? Hanno mandato alcuni loro rappresentanti per stabilire, assieme al sindaco di Napoli, quale dovesse essere il bilancio dell’amministrazione comunale. Bossi vuole vendere l’unità nazionale? Siamo seri! Già ci pensa il PDS con il sindaco Bassolino! Allora se noi guardiamo in faccia i fatti e non le chiacchiere ideologiche, cioè se noi guardiamo come vanno le cose non a come la televisione e i giornali ci dicono che vanno, allora vediamo che lo stato appunto è la grande burocrazia, l’esercito, la magistratura e compagnia bella. Allora vediamo che non c’è un problema di democrazia da difendere, perché non c’è democrazia. Ovviamente non scopro nulla. Marx e lenin queste cose le hanno dette in maniera chiarissima. Cosa vuol dire: “lo stato è una strumento di dittatura di classe”? significa questo: lo stato è un’organizzazione burocratica, militare, giuridica ecc.. che stabilizza la situazione sociale a vantaggio della classe dirigente. Perché lenin parla della necessità della cultura rivoluzionaria? Perché appunto se noi capiamo che cos’è lo stato per esempio la magistratura, la polizia, l’esercito; ovviamente voi avete visto che qui nel libro c’è un fondamentale scritto del compagno Libertini che io metto direttamente a confronto con l’articolo del compagno Basso. Mi sembra che l’articolo del compagno Libertino meriterebbe  una riflessione particolare o addirittura una riunione particolare perchè credo che sia un documento formidabile per la confusione che da parte marxista, italiana, penso che accanto ad osservazioni estremamente precise ed estremamente vere, mi pare che il compagno Libertini dia un esempio altrettanto chiaro di scolasticismo. Per questo il collegamento dell’articolo di Basso dove ci sono alcune indicazioni di grande importanza. Basso dice questo in sostanza: “guardate, stato e rivoluzione di Lenin è come tutte le cose di Lenin un libro politico, è una forma di intervento politico di Lenin in una situazione politica determinata. Non è un libro di teoria”. Io credo che il compagno Basso abbia ragione ed in generale lenin va letto come un grande dirigente politico che interviene politicamente in situazioni politiche determinate e nulla è più antileninista che fare di lenin un grande teorico. È un grande dirigente rivoluzionario che ha operato politicamente in contesti politici determinati. Che significa questo? Significa che bisogna essere cauti nella generalizzazione. Io non posso prendere la pagina di lenin e indicarla come la teoria valida universalmente. Non è vero. Ciò che universalmente è valido di lenin è casomai un’altra cosa: cioè il modo di affrontare i problemi politici: per esempio con la consapevolezza che un problema politico è sempre anche un problema economico, sociale, culturale; e che quindi il comunista agisce nell’intreccio di tutti questi settori. Il problema politico si affronta individuando le grandi tendenze di fondo, e non lasciandosi prendere dalla quotidianità come oggi si fa. C’è una differenza tra marx e lenin. Marx è il teorico. Ovviamente da parte mia, dire che marx è il teorico è fare un complimento a marx. Lenin è un grande dirigente politico. Appunto: nessuno si può nascondere dietro a lenin addossandogli il compito di dare la risposta ai nostri problemi politici. Questo è tutto un lavoro che noi dobbiamo fare, pigliando ispirazione certo da lenin senza dubbio, ma è tutto un lavoro che dobbiamo fare noi. Perché? Sapete che lenin, da grande dirigente politico era consapevole di essere un grande dirigente politico e non un teorico, lui lo sapeva. Purtroppo è successo progressivamente che lenin è stato imbalsamato. Non solo fisicamente ma anche metaforicamente. E allora è stato portato a livello della teoria generale e in questo modo è stato castrato politicamente. Un’affermazione di lenin estremamente precisa: si chiede: “che cos’è la dialettica? La dialettica è l’analisi determinata di una situazione determinata”. Voi capite che se questa è la dialettica per lenin, allora lenin ci obbliga a fare l’analisi determinata della situazione determinata; non a prendere come il latte dalla mammella di lenin. In questa opera di stravolgimento di lenin che mano a mano c’è stata è successo ad esempio questo: a Mosca nella seconda metà degli anni 40’ fu pubblicata un’ edizione di un libro di marx “La critica del programma di Gotha” in cui c’è il testo di marx, il commento di Engels, il commento di lenin e il commento di Stalin. È molto interessante fare un confronto tra il commento di lenin e quello di Stalin. lenin sottolinea come funzioni dello stato, due funzioni: I) l’uso della violenza contro l’avversario di classe, quindi la repressione ecc. 2)L’altra funzione è il momento organizzativo. Momento organizzativo nel senso di realizzazione dell’egemonia da parte della classe dirigente su tutta la società. Sono due “verbi” diversi. Nel commento di Stalin scompaiono i due verbi e resta uno solo, cioè solo lo stato con funzione repressiva. L’altro verbo, cioè l’organizzazione dell’egemonia, scompare. Questo è estremamente interessante. Lenin più in Basso sottolinea: “attenti che lo stato non è solo lo strumento che esercita la violenza di classe sulla classe oppressa. È anche il momento organizzativo della società, che mano a mano che il capitalismo si fa più complesso, questa funzione organizzativa diviene anche più complessa e articolata. In particolare quando il capitalismo passa al livello delle grandi società multinazionali, che esercitano ormai il dominio su tutti gli aspetti della società, c’è tutto un fiorire di scritti, da parte dei grandi responsabili della confindustria e grandi industriali, per organizzare l’ingresso della confindustria nelle organizzazioni della cultura e della scuola. Perché? Perché ovviamente nel momento in cui il capitalismo, per il suo sviluppo, comporta dei mutamenti profondi degli assetti sociali, deve riuscire a gestirli e a controllarli. E quindi la sua funzione di organizzatore anche culturale diventa decisiva per la conquista del consenso. Oggi questo è ancora più accentuato. Ora, questa funzione organizzativa non è immediatamente uso della violenza. Perché vuol dire uso della scuola, vuol dire uso della chiesa, vuol dire uso dei mass-media, vuol dire uso di tutta una rete in cui non c’è violenza: l’organizzazione della società di massa. A questo punto cosa succede? Succede che il rapporto diretto tra struttura statuale e classe dirigente, si perde; nel senso che si inseriscono delle azioni, articolazioni. A questo punto dire solamente: “lo stato è lo strumento di repressione della classe oppressa”, non è adeguato. Bisogna cogliere anche questa altra più articolata e complessa funzione che serve ad organizzare in generale la società; ma per organizzare deve anche mediare. Quindi recepire certe istanze, e in qualche modo organizzarle e smussarle. Il momento della semplice contrapposizione tra potere politico e base, masse popolari, deve essere accompagnato a una funzione di mediazione. Rende la faccenda un po’ più complicata. In particolare quando non si viva in una congiuntura politica come quella in cui viveva lenin quando scriveva “stato e rivoluzione” nel 1917, quindi in una situazione di attacco rivoluzionario generalizzato. In una situazione invece politicamente diversa allora questo momento di mediazione e di organizzazione dello stato, diventa qualcosa di estremamente importante, che implica da parte comunista un’articolata tattica, che non è contenuta nelle indicazioni di “stato e rivoluzione” ma esattamente perché il grande dirigente politico lenin sta scrivendo un opuscolo per orientare il partito alla presa del potere. Sarebbe leninista prendere questo testo e considerarlo il vangelo sempre? No. È leninista capire che tu devi fare l’analisi concreta della situazione concreta e trovare in quella situazione lì, gli strumenti per portare avanti l’attacco di classe anticapitalistico, nei modi e nelle forme che la situazione impone. Quindi rigore nel mantenimento dell’orientamento classista anticapitalistico ma, capacità di adeguare l’attacco alla situazione data. Non sempre questo è presente nello scritto di Libertini. Non è presente per una “particolare deviazione” che potrebbe essere detta scolasticismo. Quando dico scolasticismo io intendo dire questo: svolgo un ragionamento per arrivare a una conclusione politica. Ora, il ragionamento può essere svolto in due forme: marx ha detto questo, lenin ha detto questo, il terzo (sia Stalin, mao o chi volete voi) ha detto questo, quindi io politicamente devo fare…Questo è scolasticismo. Allora bisogna stare molto attenti a come sono scritte le pagine dei dirigenti marxisti. Quando individuiamo che l’argomentazione politica in realtà è costruita in questa maniera, dall’autorità di marx, dall’autorità di lenin, dall’autorità di chi vi pare ricavo questa indicazione politica; no, quella pagina è sbagliata. È formalmente sbagliata. Quella conclusione politica può essere anche giusta, ma io debbo arrivarvi sulla base di un’analisi politica. Devo ricavare quella conclusione da un’analisi della situazione economica, sociale, politica, culturale del momento. Poi dopo potrò dire: “vedete, qui lenin aveva già ragione”; si, allora lo potrò dire. Ma sulla base di questo lavoro tutto empirico e tutto dentro  i fatti. E  Libertini si mantiene a questo livello. Questo è importante perché ovviamente una buona volta noi dovremmo ragionare sul fatto che il grande partito comunista italiano a un certo punto ha eletto Occhetto come segretario proprio. Capite che qui c’è una crisi gravissima di cui bisogna dar conto. Io credo che i compagni che, già negli anni ’60, all’epoca del così detto miracolo economico (quando chiarissimamente una strategia di tipo feuerbarchiano era entrato in crisi perché era cambiata l’Italia, perché non era più un Italia a dominanza agricola industriale ma era diventato un paese tutto dentro il neocapitalismo e allora quella strategia che Togliatti aveva pensato della prospettiva della lotta antifascista non rendeva più, c’erano nuovi problemi), ecco spesso quei compagni che si rendevano conto dell’inadeguatezza della linea tradizionale, e che avanzavano una prospettiva pessimista rispetto a questa linea, spesso quei compagni elaboravano scolasticamente. Spesso sostenevano le loro analisi con il semplice richiamo ai testi: marx a lenin ecc. Giusto quel richiamo, però, tu devi arrivarci sulla base dell’analisi politica. Questo è fondamentale specialmente oggi, quando con il diluvio che buona grazia fa precipitare su tutto, ormai appunto si è persa la vittoria di qualunque cosa. Quindi noi ci troviamo di fronte anche a questo problema che credo sia solamente oggettivo e c’è anche in settori larghi del proletariato. Ormai lo sbandamento è arrivato a livelli tali per cui non si sanno più delle cose elementari. Bisogna riconquistarle. Però appunto non si possono riconquistare con strumenti scolastici. Bisogna riconquistarle con la capacità dei comunisti di analizzare la situazione attuale nei suoi termini reali, e da questo far riemergere marx e lenin.
Credo che sia molto pericoloso l’atteggiamento di quei compagni che dicono: “difendiamo il principio”. Questo sa molto di scolasticismo. Come romana chiesa ha i principi che restano stabili nella storia. Sappiamo che questo è un imbroglio poiché il principio vuol dire che il potere del papa resta sempre quello. Noi abbiamo passato un’epoca in cui venivano scritti libretti sui principi del marxismo-leninismo. Cerchiamo di capire che i principi sono una cosa seria se riusciamo a ricavarli di nuovo dalle analisi. Voglio dire: se io parto dal principio che lo stato è di classe, non arrivo da nessuna parte. Io devo partire dall’analisi dello stato, e li ricavare che è di classe, perché a quel punto la mia non sarà più una proclamazione di principio ma sarà nutrita di riferimenti concreti con la situazione reale dei lavoratori, degli intellettuali, dei giovani. Allora il mio discorso avrà politicamente sostanza. Credo che in buona misura invece sia successo che la sinistra, intendo correnti che si ponevano a sinistra del gruppo dirigente del partito comunista, sono molte volte cadute nell’errore dello scolasticismo. Dobbiamo anche tener presente un altro elemento che è molto importante. È curioso. Potete osservare che coloro che si richiamano ai principi furono i primi a dimenticare queste cose. E cioè che appunto, siccome noi siamo uomini e non idee, allora anche i principi hanno la cattiva abitudine di vivere dentro gli uomini. Allora quando tu hai alle spalle una storia di movimenti sociali in cui il protagonismo è di strati piccolo borghesi, determina anche la formazione di ideologie, di mentalità, che non è detto affatto che siano congeniali…..è molto importante tener presente, poniamo, come è costituito socialmente il movimento di massa. La forza storica anticapitalistica è il proletariato moderno. Questa forza storica, scusate l’espressione, non entra in campo lottando ma entrano altri, attenti che non è esattamente quello il terreno, né del marxismo né dell’azione dei comunisti. Il marxismo e l’azione dei comunisti riceve forza se esiste il protagonismo operaio. Ovviamente va detto proletariato moderno e qui bisogna capirci bene. Il proletariato è dato da quegli strati sociali che con il loro lavoro valorizzano il capitale. Ora, nella fabbrica moderna la valorizzazione del capitale, non è data solo da quello che ha le mani pesanti. È dato anche dal programmatore, da una serie di figure in cui la componente intellettuale di lavoro è cresciuta rispetto alla tradizionale. Allora il problema è quello di vedere la capacità delle organizzazioni comuniste di entrare in contatto e di essere riconosciuta come forza d’avanguardia da parte del proletariato moderno. Se no si fa aria fritta. Allora il problema è quello di ritrovare i principi, ma nella realtà moderna. Senza scolasticismo. Certo che non si troveranno mai principi se gli altri non si abbandonano subito. Voglio dire, allora ritorno al post-moderno, certo se si cede minimamente a questa favola del post-moderno, all’analisi non si ritrova nessun principio. Perché voi capite che una caratterizzazione della storia in moderno e postmoderno è assolutamente ridicola. La storia in realtà non si differenzia per tempi. Nel momento stesso in cui dico “ora”, “ora” è già passato. Cioè il tempo non riesce ad essere un elemento di caratterizzazione di scansione effettiva. Infatti per esempio marx differenziava la storia in altra maniera: sulla base dei modi di produzione. Allora, chi parla di post-moderno dovrebbe almeno mostrare, dove esistano le prove, che non esiste più il capitalismo. Però voi sapete che c’è stato un periodo, anni ’70, in cui in italia uscivano anche libri ad esempio dei giornalisti del “corriere della sera” i quali rimproveravano i comunisti di continuare a parlare di capitalismo quando ormai non c’era più il capitalismo, ormai la contrapposizione tra i sistemi era superata e anche gorbaciov disse qualcosa del genere. Oggi invece tutti parlano di capitalismo. Ma se c’è il capitalismo non c’è il post-moderno. E se c’è il capitalismo allora le strutture fondamentali del modo di produzione sono quelle, e quella è la scansione della storia. Ovviamente il modo di produzione vive, ha un suo sviluppo, si articola diversamente, bisogna capire questa diversità, ma è questa diversità che è comprensibile se si tiene presente l’elemento di stabilità: il modo di produzione capitalistico. Allora ecco: chi parla di post-moderno, post-ideologico, post-industriale, è un nemico. Dovunque stia. Qualunque tessera abbia in tasca. È un nemico. Il problema è capire che noi stiamo dentro la società capitalistica a livello imperialistico, e capire qui dentro come si ritrovano i principi sulla base delle analisi oggettive, e sapendo che tutto questo ha un senso politico, se riusciamo a farlo insieme al proletariato moderno. Quindi non genericamente con la gente, ma con un soggetto ben individuato dal punto di vista di classe. Pina pone una testimonianza del fatto che i marxisti le sapevano fare queste cose fino a pochi anni fa. Dobbiamo cominciare a discutere….

INTERVENTO: però se mi permetti un attimo vorrei spostare questo punto del post-moderno in uno dei campi che….fino a pochi anni fa in particolare ai tempi di craxi, l’unica architettura, l’unica urbanistica che era possibile in italia a quel momento era quella così detta….

La miseria della cultura contemporanea è sotto gli occhi di tutti. Non è un caso il basso livello dei dirigenti politici. Anche questa è un’espressione di una caduta generale a livello culturale. Contraddittoriamente i post-moderni, che quindi per definizione dovrebbero dire addirittura l’ultra novità, con grande sforzo hanno prodotto la scoperta del mercato, che è una scoperta del ‘500; hanno prodotto l’astrologia. Hanno scoperto cioè, componenti di cultura medioevale e al massimo di inizio capitalismo. Hanno prodotto elementi pre- Marx, non post- Marx. Però questo è importante perché si verifica in generale, non solo in architettura.

INTERVENTO

Si analizza per esempio la composizione sociale che è sottesa alla fabbrica tedesca prescindendo dal fatto che l’apparato produttivo tedesco è stato disarticolato nel mondo e che quindi c’è una parte consistente di settori. Qui c’è un documento che io ho conservato della confindustria tedesca che delinea con molta chiarezza il processo. Tutta una serie di settori produttivi che vanno spostati nel terzo mondo concentrandone solamente alcuni in Germania. Il che significa che nel complesso l’economia tedesca abbraccia tutto il mondo, e abbraccia quindi figure lavorative a volte addirittura a cariche nel terzo mondo e figure ultra-moderne. Ma i due sono presenti nell’organizzazione complessiva. Generalmente si dimentica questo fatto. E allora per esempio si può dimostrare numericamente che l’operaio in senso tradizionale diminuisce come numero, certo, perché è trascurato in ¾ del mondo. Quando io parlavo dell’intellettuale della produzione, che in quanto valorizza il capitale è una figura del proletariato, io citavo il capitolo VI inedito del I libro del capitale di marx. Cioè non è colpa di marx se a un certo punto i comunisti mano a mano l’hanno dimenticato questo fatto. Però marx aveva già perfettamente capito che la fabbrica moderna, proprio in quanto comporta sempre di più l’uso della scienza per la produzione di tecnologie; l’uso della scienza per la produzione, ma il fatto che la produzione diventa l’elemento guida dello sviluppo della scienza, questo marx l’aveva perfettamente capito e aveva ovviamente capito che allora figure lavorative con un tasso di componente intellettuale sempre crescente, diventano sempre di più figure che contribuiscono alla valorizzazione del capitale, quindi subiscono sfruttamento capitalistico. Ora, in questo senso, paradossalmente, la realtà non offre elementi di novità rispetto alla previsione teorica di marx ma elementi di conferma. Ovviamente non si tratta solo di conferma perché quando tu prevedi in uno scritto quello che succederà dopo, e quando poi le cose succedono, ovviamente cambia qualcosa, poiché c’è tutta una storia che si sviluppa. Per esempio c’è una contraddizione fondamentale: pensa a un fenomeno che si registra potentemente negli Stati Uniti e cioè l’uso del computer che fa fuori una serie di professioni, fino a pochi anni fa di livello piccolo- medio borghese, e che oggi vengono sostituite con la macchinetta e che colpiscono per es. gran parte degli impiegati di banca. Certe figure di impiegati di medio livello vengono sostituite dal computer. Ora però succede che questi strati lavorativi, anche se oggettivamente partecipano al processo di valorizzazione del capitale, e quindi subiscono lo sfruttamento, hanno una formazione ideologica profondamente anticomunista. Questo è un elemento importante perché appunto, sempre contro quelli che non fanno altro che difendere i principi, è molto interessante, se uno va a leggere marx sul serio lasciando perdere i principi, scopre che marx, per es. non ha mai fatto un’analisi delle classi sociali che possa essere presa come modello scientifico generalizzato. Perché? Perché marx è del tutto consapevole che la classe sociale sorge si sulla base dell’organizzazione del modo di produzione, ma non si riduce a questo. Tu sai che marx, e il marxismo dopo lenin in modo ancora più chiaro, distingue tra modo di produzione e formazione sociale. Il modo di produzione è appunto il modo di produzione, ma il modo di produzione vive dandosi sicure politiche, ideologiche, ecc. ecc. La formazione sociale è questo complesso che nasce dal modo di produzione, ma anche dalla storia determinata di quel certo paese. Allora, il modo di produzione capitalistico si sviluppa all’interno di un concreto storico in cui per es. le tradizioni culturali, giocano un peso enorme: le tradizioni nazionali, religiose ecc. Ora la classe sociale, viene dall’incrocio di tutti questi fattori. Allora è assolutamente folle ricostruire il disegno del modo di produzione e dire: “quindi queste sono le classi sociali”. Non è vero. Perché la classe sociale viene fuori dall’incrocio tra fattore obiettivo (modo di produzione), tradizioni storiche, componenti culturali, particolari condizioni sociali. Allora ecco che tu non puoi fare un disegno che valga come modello generale delle classi, ma devi, leninisticamente, fare l’analisi concreta della situazione concreta, per vedere in quella situazione li come si strutturano le classi. In francia per es. noi abbiamo (che poi questa vicenda è estremamente importante) il ’68 francese che rappresenta sicuramente il momento più alto. Nel maggio del ’68 francese esistevano quartieri di Parigi in cui tu potevi andare a comprare nei negozi con i biglietti emessi dal “comitee d’azion” non con i franchi. E il negoziante li accettava. Quindi questo significa che la situazione era avvertita da tutti come una situazione di passaggio di potere. Se il commerciante accettava il pezzo di carta firmato “comitee d’azion” figuriati un po’. La francia ha prodotto un ’68 tale per cui oggi, ancora in Francia esiste un’organizzazione l’ “alì comunist” che nasce dal ’68, che ha una consistenza elettorale e negli enti locali, nelle amministrazioni comunali, un suo radicamento operaio, studentesco ecc. Non esiste una cosa del genere in Italia. Le formazioni politiche prodotte dal ’68 in Italia sono tutte scomparse. La Francia conosce un partito comunista che non si è mai sciolto. Cioè voglio dire, qui c’è anche una tradizione culturale e politica francese, diversa da quella italiana. Senza dubbio comporta che più facilmente settori che fino a ieri avevano un qualche privilegio per es. salariale rispetto agli operai, e che oggi hanno subito il processo di proletarizzazione, si schierino a sinistra con più decisione che in Italia.
Io credo che sarebbe molto interessante se noi organizzassimo in una maniera nuova una riunione sulla lega. Con “nuova” voglio dire questo: esistono una serie di articoli pubblicati in giornali seri, cioè in giornali padronali, che fanno un’analisi economico-sociale del fenomeno della lega. Credo che sia un fenomeno assolutamente indicativo per capire che cosa sta succedendo in Europa oggi, perché il problema “lega” non è un problema nazionale. È una balla che sia un problema nazionale. E d’altra parte Bossi, Miglio e tanti altri hanno sempre ripetuto: “l’Europa delle regioni”. Che vuol dire questo? Quali strati sociali sono interessati? Come si muove il capitale internazionale in queste cose? i padroni hanno pubblicato delle cose utili. Se noi riuscissimo a suddividerci le letture di giornali e riviste per esempio rispetto a questo tema, ma potrebbe anche essere un altro ovviamente, forse potremmo fare un’esperienza pratica di analisi non sui principi, ma un’analisi concreta di una situazione concreta da cui potremmo ricavare le indicazioni degli interessi di classe ecc. Questo è estremamente importante. Oggi il padrone sa che non ci sono i comunisti a contrastarlo e allora sui suoi giornali dice la verità. La può dire. Non ha bisogno di nascondersi. Non gli da fastidio nessuno quindi…


Io sono assolutamente convinto che la questione decisiva è che noi riusciamo a mettere definizioni precise all’espressione “proletariato moderno”. Io sono d’accordo che potrebbe essere una buona idea darci un momentino di tempo per strutturare bene una ricerca, una riflessione su questo e quindi lanciarlo tra un po’. Anche perché sulla base della questione sindacale stanno venendo fuori delle cose che possono essere interessanti.
Sono convinto che bisogna essere fieramente comunisti perché il marxismo è una cosa estremamente seria e la prospettiva comunista è una cosa di grandissima raffinatezza scientifica. Insomma, vale la pena tener presenti marx e lenin. A me piacerebbe parlare un attimino con te, siccome collaboro anche con una casa editrice potrebbero venir fuori cose interessanti. Sulla faccenda sindacale io posso dire solamente una cosa: qualche anno fa con compagni dirigenti di rifondazione quando il dibattito era: “stiamo o no nella CGL” , a me sembrava ovviamente che il problema non è questo. Il problema è quello di sapere i comunisti che ci stanno a fare, o dentro o fuori. Cioè che linea hanno i comunisti. Quindi, mi pare che la pratica recente del partito di fare riunioni per i comunisti nelle strutture sindacali, fuori o dentro la CGL per cercare una linea comune dei i comunisti, questo a me pare che sia fondamentale. Io sono convinto che sotto c’è una cosa ancora più fondamentale. Sono convinto del fatto che l’essere moderni significa imparare a leggere in modo nuovo i classici. A me piacerebbe capire finalmente se il termine “ri-fondazione comunista” significa dire “modo odierno di tornare ad essere marxisti e leninisti, o vuol dire un’altra cosa. Io sono per la prima. Io ho l’impressione che fino a che non si scioglie questo nodo, allora succedono un sacco di pasticci, perché è del tutto ovvio no? I comunisti possono stare nella CGL, nei COBAS, dove ti pare. L’importante è che hanno una linea, che abbiano delle parole d’ordine. Si però questo vuol dire una scelta di classe. Stare con marx e con lenin vuol dire aver fatto una scelta di classe. Mentre a volte tu hai l’impressione che uno dice: “io sono neocomunista” per intendere cose vaghe. Ha molto colpito un titolo di “liberazione” di qualche tempo fa. Era: “la forza delle donne contro la mondializzazione dell’economia. Ecco, io avrei riconsegnato la tessera perché non mi voglio affidare alla forza delle donne. Mi piacerebbe affidarmi alla forza del proletariato, mi pare. Credo che il lavoro che stiamo facendo da un po’ di tempo che è incentrato a riprendere a studiare marx, lenin ecc.. per me si inserisce in questa prospettiva. Appunto, non si tratta di difendere i principi e di fare i dogmatici, ma di ritrovare gli strumenti per capire l’oggi. Nel senso che, mi pare, rifondazione comunista vuol dire: troviamo di nuovo il modo di essere con marx e con lenin nel mondo oggi. Non credo che sia l’opinione di tutti. Sarebbe divertente se un compagno andasse in libreria a cercare il capitale di marx. Vediamo se lo trova. Vedete, i comunisti sono una cosa talmente seria che (non è molto noto questo fatto), vivo marx, uscito il primo libro del capitale, i compagni francesi mettono in piedi questa iniziativa: pubblicare in fascicoli la traduzione francese un po’ semplificata non nel senso di abbreviata ma, il tedesco è anche un tipo di lingua che ha una sua struttura, darla veramente nella struttura della lingua francese, pubblicate in dispense per gli operai. Siccome marx parlava e scriveva tranquillamente francese allora questi compagni mandarono il testo a marx il suo confronto. Marx lo controllò, fece qualche correzione, glielo rimandò, bravi, benissimo, fate così. Lo sai che non è mai stato pubblicato? E nessun partito comunista nel mondo ha mai fatto un’edizione in fascicoli del capitale. Bisognerebbe semplicemente tradurre questa edizione francese. In francia “la marion” lo pubblicò, però in un’edizione unica (costa dei soldi, non puoi andare nelle fabbriche a venderlo no?). si tratterebbe semplicemente di fare questo: pubblichiamolo in dispense. E trovare i compagni che sono convinti che rifondazione comunista significa trovare il modo di essere con marx e con lenin oggi. Io sono dispostissimo a tradurlo subito. Non bisogna chiedere nessuna autorizzazione alla casa editrice francese perché i francesi hanno insegnato al mondo intero che esistono le edizioni pirata. Cioè tu traduci semplicemente, fai i fascicoli, li vai a vendere, non dici niente a nessuno e vendi. “La marion” non saprà mai che cosa viene distribuito, che ne so, all’autobox a Roma, o nei circoli di rifondazione. Tu lo puoi benissimo fare senza pagare soldi, nulla. Ci vuole la volontà politica. Marx e lenin sono tipi duri. Lenin dice che la nostra democrazia è basata sui soviet, non sul parlamento. Noi lavoriamo nel parlamento ma per distruggerlo. Questo dice lenin. Nell’analisi dello stato attuale mostra che il potere, effettivamente sta nella burocrazia, nella magistratura. Questa cosa è fondamentale: tu sai che da qualche giorno in Germania migliaia di lavoratori lottano. Li hanno avuto l’esempio del crollo del socialismo. Questi riprendono a lottare dopo poco con la bandiera rossa ecc. ecc. Allora per es. questo potrebbe significare che questo crollo del socialismo è un po’ inventato. Per es. in Germania è stato pubblicato un libretto che raccoglie i documenti delle conversazioni che Gorbaciov ebbe con dirigenti americani, tedeschi, francesi e inglesi, dove invita i tedeschi a non scassare la repubblica democratica tedesca, spingendo gli americani a scassarla. E Gorbaciov decide di scegliere gli americani. L’industria della repubblica democratica tedesca che sull’enciclopedia britannica, non nell’ultima ma nella penultima edizione, veniva indicata come l’autentico miracolo economico europeo dipendeva, come petrolio, dall’ URSS. L’ URSS ha stretto i conservatori e la barriera è crollata. Gorbaciov ha stretto e quello è crollato. Bene, sono stati pubblicati questi colloqui, in un testo tedesco, da……. Tu sai che la stampa tedesca ha pubblicato esattamente nome e cognome delle industrie tedesche che si erano arricchite con le armi date alle varie fazioni in Jugoslavia per fare la guerra. Io non mi sono accorto della traduzione italiana di questi articoli e della loro distribuzione dai compagni. Non mi sono accorto neanche del fatto che quel dato da tutti conoscibile, e cioè del fatto che i croati hanno fatto l’ultima loro aggressione dopo essere stati addestrati da ufficiali americani, io non ho visto i compagni di fronte alle fabbriche dire agli operai: “guardate chi è l’imperialismo. Vedete Clinton chi è?”. Clinton. Tu sai che Veltroni dice: “Io sono clintoniano”. Lo sai che la Castellini in televisione al tempo delle elezioni americane dice: “Io voterei Clinton”. Ecco io credo che cose da fare ce ne sarebbero insomma.

La tendenza alla privatizzazione è ovviamente una balla, in questo senso: la privatizzazione viene presentata come uno strumento per, come dire, distribuire una proprietà monopolistica di stato. Questa è la balla. In realtà la privatizzazione vuol dire consegnare l’industria di stato in mano ai grandi gruppi multinazionali.  ……dispongono generalmente di un bilancio superiore a quello dello Stato, e hanno la possibilità quindi, entrando direttamente in scena, di fare economie di gestione, e ad avere un controllo diretto sulla società. Ovviamente questo si comprende bene con la scomparsa del movimento comunista. La scomparsa del movimento comunista toglie al padrone il costo della mediazione necessaria. Allora può entrare direttamente. Realizza risparmi, licenzia, razionalizza la gestione, perché ormai le grandi società hanno bilanci che equivalgono a quelli di due o tre stati insieme. Quindi risparmiano.
La caduta del mondo socialista ha significato la crisi in generale della socialdemocrazia, perché appunto non c’era più bisogno della mediazione. Tangentopoli. Questo grande sistema di corruzione generalizzata che ha significato per il capitalismo la possibilità di realizzare profitti in una situazione di stabilità sociale, una volta caduto il mondo socialista non serviva più. Allora hanno fatto finta di scoprire che qualcuno aveva rubato, no?. Qui c’è anche un interessante problema: questo fenomeno, proprio dell’ingresso diretto delle multinazionali, ha individuato anche la possibilità di una contraddizione che si è verificata, e cioè la contraddizione tra il personale che prima mediatamente svolgeva questa funzione. E quindi fatto per svolgere questa funzione. Il grande commesso distrettuale è prodotto direttamente dalla  multinazionale. La possibilità di uno scontro tra questi due. E guarda che in buona parte della questione universitaria oggi, viene improntata su questo, sulla rivalità di questi due componenti.

A proposito della faccenda degli artisti: un elemento su cui si riflette poco è questo: la fabbrica capitalistica produce alla fine del ciclo un prodotto. Poi ovviamente a quel punto il profitto non c’è. C’è il plusvalore, cioè la massa di beni che non sono stati pagati all’operaio ma non c’è il profitto. Il profitto c’è quando questi vengono venduti. Ora, il problema della confezione del prodotto, dell’organizzazione del sistema di vendita, della costruzione di modalità di gusto che orientino il pubblico a comprare certe cose, sono un momento fondamentale della realizzazione del profitto, perché se non lo vende non c’è profitto. Ecco, allora io credo che molto spesso, intellettuali impegnati nel lavoro proprio di “confettura” della merce e di organizzazione della vendita, non si rendano conto di quale funzione svolgono di realizzazione del profitto. E qui è una questione appunto di formare anche il gusto. E per es. teatranti, pittori, architetti ecc.lui diceva: “il post-moderno poi ha prodotto nulla”, è vero, però ha prodotto una cosa fondamentale: il gusto per il…..
E questo è fondamentale per piazzare certi ….

Io insisto nel dire che da un lato noi diciamo la stessa cosa, dall’altro c’è un fraintendimento su un punto: io credo che un aspetto del dogmatismo, di qualunque tipo si tratti, è questo: tutta la complessità della realtà si riduce a una cosa. Il dogmatismo va rifiutato sempre. Allora però bisogna capire che se noi analizziamo da un punto di vista politico degli eventi, anche degli eventi culturali, noi li analizziamo da un certo punto di vista, che è solo uno. Ora, quando tu riconosci un fatto ovvio, perché è sotto gli occhi di tutti, di questo intenso processo di mercificazione anche del prodotto artistico, da un punto di vista politico tu concordi con quello che dico io. Ovviamente tu hai perfettamente ragione che il termine cultura non può essere risolto nell’analisi politica. Per es. se fosse risolto nell’analisi politica, ci sarebbe questa stranezza di marx che per scrivere il capitale, fa riferimento ad Aristotele e a Hegel. Non si spiegherebbe. Evidentemente esiste anche un altro senso del termine cultura che non è esaurito dall’analisi politica. Hai perfettamente ragione. Sono del tutto convinto che il libro più moderno che leggo è il “Dialogo” di Platone. Ne sono profondamente convinto. Perché esiste un livello ulteriore della cultura, che tu non puoi ridurre in termini immediatamente politici e sociali. Hai pienamente ragione. Il fatto però è che nella società capitalistica, è vero che si realizza questa situazione: cioè che tutto è mercificato. Qualcosa che sfugge è una variabile impazzita, che non cambia il quadro politico e sociale di fondo. Allora proprio in nome di quello altro senso di cultura, prima di tutto va tolta la struttura capitalistica. Su questo punto bisogna capirsi molto bene. Non è una questione da poco. Il socialismo ha come protagonisti le classi sociali moderne produttive. Questo non significa che la rivoluzione avverrà nei paesi sviluppati prima di tutto. Marx stesso ha scritto mille volte che la cosa più probabile è che sarebbe avvenuta nei paesi arretrati. Perché li si sommuovono le contraddizioni arretrate e quelle moderne. Lui faceva l’esempio della Germania, nel ’48 era un paese arretrato. Il problema è che però la rivoluzione non vince se non arriva ai paesi di alto sviluppo capitalistico. Ed è questo lo schema che lenin ha in testa: “rompiamo qui nel paese arretrato, ma dobbiamo vincere in Germania, altrimenti siamo fottuti anche qui.” Non abbiamo vinto. Allora quello che avviene in Russia non puoi citarlo come esempio di socialismo. Non perché noi dobbiamo sputare addosso a questa esperienza. Questa è un’esperienza eroica, bellissima e da rivendicare. Ma non è un’esperienza di costruzione del socialismo. Non esistevano le basi materiali, sociali, culturali per… E’ stata l’esperienza della costruzione importantissima, e dimostrazione storica, che una società può reggersi senza la proprietà privata dei principali strumenti di produzione e di scambio. Ma non è stata un’esperienza di socialismo. Anche se noi andassimo a leggere seriamente Stalin, cioè con l’occhio che vuol ragionare, Stalin ti dice mille volte: “noi stiamo in una società di transizione”, di transizione al socialismo. Ora, questo è il punto di fondo. Ovviamente chiunque spacci quella esperienza come dimostrazione di quello che il socialismo può fare sbaglia. E uno degli aspetti è il fatto che non è…..Tu comprendi perfettamente che quando l’accademia delle scienze, degli artisti, di quello che ti pare avevano degli organi dirigenti, membri del partito, delegati dal partito, tu hai esattamente l’opposto della situazione che tutti auspichiamo ovviamente. Ma se tu comprendi la realtà vera che i 70 anni dell’unione sovietica sono 70 anni caratterizzati da due guerre mondiali, una guerra civile, e un ricatto atomico addosso, onestamente, ma come vuoi pretendere che questi facessero il socialismo? Allora noi dobbiamo capire in qui limiti, in quelle situazioni lì, cosa hanno fatto. Non possiamo certamente applicarlo a modello. È ovvio.

venerdì 1 agosto 2014

STEFANO GARRONI

Qualche decennio fa, mi fu chiesto di scrivere sulla stagnazione del marxismo: il mio scritto fu pubblicato; penso si possa dire anche che fu letto e commentato da qualcuno. Tuttavia, riconsiderandolo oggi, ci si rende conto che in quella mia riflessione (che condivido ancora) mancava un punto essenziale.
Dal marxismo – dunque, da un pensiero eminentemente dialettico -, di fatto, è scaturita una tradizione radicalmente antidialettica: mentre Marx costruisce il suo pensiero in una fitta ed insistente messa a confronto critica con altre correnti di pensiero; mentre a leggerlo con attenzione non può sfuggire quanto egli debba a quegli altri con cui polemizza e come esattamente questa aderenza ai suoi obiettivi polemici si traduca in grande capacità analitica ed in duttilità, plasticità di un pensiero, che mai produce dogmatismi e secchi riduzionismi –ebbene, nonostante tutto ciò è proprio in nome di Marx, che la tradizione comunista ufficiale si è variamente impegnata a definire le due liste (proprie di ogni religione, si badi!) degli ortodossi e degli eterodossi, dei fedeli continuatori e dei perfidi deviazionisti, insomma, dei santi e degli eretici.
La crisi del campo socialista europeo, in realtà (lo si dica o non lo si dica), è anche la crisi di questo stravolgimento scolatico-dogmatico di un pensiero che, per parte sua, si iscrive, invece, e porta avanti una prospettiva dialettica di ragionamento.
Una conseguenza della sostituzione del marxismo con la sua smorfia dogmatico-positivistica è che si è perso il senso di quanto il pensiero di Marx e l’orientamento dialettico abbiano penetrato, influenzato, formato scuole di pensiero e tentativi di rinnovamento storico-sociale, diversi l’un dall’altro, ma salutarmene diversi –dacché è da questo tipo di diversità, che la riflessione scientifica, morale, filosofica, politica, effettivamente, progrediscono.
Si pensi, per citare un solo esempio, al ruolo giocato dal marxismo nel farsi di quella grande, grandissima cosa, che fu la cultura mitteleuropea dei primi decenni del Novecento (per fare un solo esempio, come sarebbe possibile L’uomo senza qualità di Robert Musil, senza il marxismo?); ma anche a quel nucleo di scienziati, che costruirono il Wienerkreis e dette luogo a modi di concepire e di fare scienza, che segnano ancora la nostra realtà quotidiana.
Ebbene, tra quel nucleo di scienziati e filosofi vi furono persone dichiaratamente socialiste e che collaborarono ai primi numeri dell’Enciclopedia sovietica –ma che da essa poi furono allontanati, mano a mano che si evidenziavano le tragiche conseguenze della cosiddetta teoria del socialismo in un paese solo. Ed è così che il neopositivismo divenne perfino la bandiera della cultura anti-comunista, anti-operaia, favorendo un distacco, anche politicamente dannosissimo, tra marxismo (irrigidito) e scienza moderna.
Sappiamo bene come un risvolto della ‘teoria’ del socialismo in un paese solo fu la trasformazione dei grandi partiti comunisti occidentali in formazioni, più o meno duttilmente, socialdemocratiche con risvolti, però, di dogmatismo staliniano.
Naturalmente a tutto questo non poteva non accompagnarsi la messa a tacere, di fatto, del Lenin che si interrogava sui pericoli di restaurazione capitalistica in Unione Sovietica; ed al suo posto, invece, la costruzione di una mitica immagine dell’Urss come dolce paese dei soviet, del socialismo realizzato, e non per quello che era –un paese, cioè, che cercava in tutti i modi di difendersi, in quanto paese non capitalistico, anche a costo di compromessi con l’imperialismo, durissimi da accettare e che si rovesciavano in danno per il movimento rivoluzionario internazionale (come in particolare mondo arabo e Latino-America ci apprendono)..
E’ così che si giunse, anche in Italia, ad una separazione tra cultura d’avanguardia –nel senso di moderna, innovatrice e non di bohéme- e forza comunista organizzata. Ed una conseguenza fu che quando la nuova organizzazione capitalistica mise in discussione professioni e ruoli codificati, da una parte si ebbe una spontanea ribellione studentesca e di gioventù operaia e, dall’altro, l’incupirsi in un senso sempre più socialdemocratico del Pci.
La protesta, dunque, non potette dotarsi di una direzione teorico-politica adeguata e fiorirono incredibili personaggi, oscillanti tra lotta armata e codismo socialista.
E’ così che si ebbe una seconda stagione dello stravolgimento del marxismo: in realtà, infatti, la cultura della nuova sinistra andò sempre più caratterizzandosi per l’accettazione di temi, che sono –da lunga tradizione (addirittura Hegel li criticava)- i motivi salienti della disgregata coscienza della borghesia, ormai incapace di far perfino la lode di sé.
E paradossalmente, da parte ‘comunista’ (a dir così) si riscoprirono le dogmatiche staliniste o un cultura cinese, di cui non abbiamo gli strumenti effettivi per giudicare. Insomma, è così che rinacquero miti, dogmi, scomuniche, ma non certo quello che è il succo dell’analisi dialettica e che Lenin aveva saputo così profondamente far operare sul piano politico.
Che fare ora?
La domanda è troppo grossa perché un singolo compagno possa rispondere. Certo, una cosa mi sento di dirla: ma siamo sicuri di conoscere Marx? Siamo sicuri di aver capito il senso della sua critica dell’economia politica e della prospettiva dialettica, entro cui egli operò?
Abbiamo capito che la chiusura del marxismo, in quanto ideologia dei paesi socialisti e dei partiti comunisti e non, invece, in quanto fuoco dialettico continuo, che non ha barriere e che tutto aggredisce, con tutto si confronta – che questa chiusura, dicevo, va fatta saltare per riprendere, con Marx, quella strada che porta oltre Marx? Siamo sicuri di aver capito tutto ciò?