STEFANO GARRONI
Qualche
decennio fa, mi fu chiesto di scrivere sulla stagnazione del
marxismo: il mio scritto fu pubblicato; penso si possa dire anche che
fu letto e commentato da qualcuno. Tuttavia, riconsiderandolo oggi,
ci si rende conto che in quella mia riflessione (che condivido
ancora) mancava un punto essenziale.
Dal
marxismo – dunque, da un pensiero eminentemente dialettico -, di
fatto, è scaturita una tradizione radicalmente antidialettica:
mentre Marx costruisce il suo pensiero in una fitta ed insistente
messa a confronto critica con altre correnti di pensiero; mentre a
leggerlo con attenzione non può sfuggire quanto egli debba a quegli
altri con cui polemizza e come esattamente questa aderenza ai suoi
obiettivi polemici si traduca in grande capacità analitica ed in
duttilità, plasticità di un pensiero, che mai produce dogmatismi e
secchi riduzionismi –ebbene, nonostante tutto ciò è proprio in
nome di Marx, che la tradizione comunista ufficiale si è variamente
impegnata a definire le due liste (proprie di ogni religione, si
badi!) degli ortodossi e degli eterodossi, dei fedeli continuatori e
dei perfidi deviazionisti, insomma, dei santi e degli eretici.
La
crisi del campo socialista europeo, in realtà (lo si dica o non lo
si dica), è anche la crisi di questo stravolgimento
scolatico-dogmatico di un pensiero che, per parte sua, si iscrive,
invece, e porta avanti una prospettiva dialettica di ragionamento.
Una
conseguenza della sostituzione del marxismo con la sua smorfia
dogmatico-positivistica è che si è perso il senso di quanto il
pensiero di Marx e l’orientamento dialettico abbiano penetrato,
influenzato, formato scuole di pensiero e tentativi di rinnovamento
storico-sociale, diversi l’un dall’altro, ma salutarmene diversi
–dacché è da questo tipo di diversità, che la riflessione
scientifica, morale, filosofica, politica, effettivamente,
progrediscono.
Si
pensi, per citare un solo esempio, al ruolo giocato dal marxismo nel
farsi di quella grande, grandissima cosa, che fu la cultura
mitteleuropea dei primi decenni del Novecento (per fare un solo
esempio, come sarebbe possibile L’uomo senza qualità di
Robert Musil, senza il marxismo?); ma anche a quel nucleo di
scienziati, che costruirono il Wienerkreis e dette luogo a modi di
concepire e di fare scienza, che segnano ancora la nostra realtà
quotidiana.
Ebbene,
tra quel nucleo di scienziati e filosofi vi furono persone
dichiaratamente socialiste e che collaborarono ai primi numeri
dell’Enciclopedia sovietica –ma che da essa poi furono
allontanati, mano a mano che si evidenziavano le tragiche conseguenze
della cosiddetta teoria del socialismo in un paese solo. Ed è così
che il neopositivismo divenne perfino la bandiera della cultura
anti-comunista, anti-operaia, favorendo un distacco, anche
politicamente dannosissimo, tra marxismo (irrigidito) e scienza
moderna.
Sappiamo
bene come un risvolto della ‘teoria’ del socialismo in un paese
solo fu la trasformazione dei grandi partiti comunisti occidentali in
formazioni, più o meno duttilmente, socialdemocratiche con risvolti,
però, di dogmatismo staliniano.
Naturalmente
a tutto questo non poteva non accompagnarsi la messa a tacere, di
fatto, del Lenin che si interrogava sui pericoli di restaurazione
capitalistica in Unione Sovietica; ed al suo posto, invece, la
costruzione di una mitica immagine dell’Urss come dolce paese
dei soviet, del socialismo realizzato, e non per quello
che era –un paese, cioè, che cercava in tutti i modi di
difendersi, in quanto paese non capitalistico, anche a costo di
compromessi con l’imperialismo, durissimi da accettare e che si
rovesciavano in danno per il movimento rivoluzionario internazionale
(come in particolare mondo arabo e Latino-America ci apprendono)..
E’
così che si giunse, anche in Italia, ad una separazione tra cultura
d’avanguardia –nel senso di moderna, innovatrice e non di bohéme-
e forza comunista organizzata. Ed una conseguenza fu che quando la
nuova organizzazione capitalistica mise in discussione professioni e
ruoli codificati, da una parte si ebbe una spontanea ribellione
studentesca e di gioventù operaia e, dall’altro, l’incupirsi in
un senso sempre più socialdemocratico del Pci.
La
protesta, dunque, non potette dotarsi di una direzione
teorico-politica adeguata e fiorirono incredibili personaggi,
oscillanti tra lotta armata e codismo socialista.
E’
così che si ebbe una seconda stagione dello stravolgimento del
marxismo: in realtà, infatti, la cultura della nuova sinistra andò
sempre più caratterizzandosi per l’accettazione di temi, che sono
–da lunga tradizione (addirittura Hegel li criticava)- i motivi
salienti della disgregata coscienza della borghesia, ormai incapace
di far perfino la lode di sé.
E
paradossalmente, da parte ‘comunista’ (a dir così) si
riscoprirono le dogmatiche staliniste o un cultura cinese, di cui non
abbiamo gli strumenti effettivi per giudicare. Insomma, è così che
rinacquero miti, dogmi, scomuniche, ma non certo quello che è il
succo dell’analisi dialettica e che Lenin aveva saputo così
profondamente far operare sul piano politico.
Che
fare ora?
La
domanda è troppo grossa perché un singolo compagno possa
rispondere. Certo, una cosa mi sento di dirla: ma siamo sicuri di
conoscere Marx? Siamo sicuri di aver capito il senso della sua
critica dell’economia politica e della prospettiva dialettica,
entro cui egli operò?
Abbiamo
capito che la chiusura del marxismo, in quanto ideologia dei paesi
socialisti e dei partiti comunisti e non, invece, in quanto fuoco
dialettico continuo, che non ha barriere e che tutto aggredisce, con
tutto si confronta – che questa chiusura, dicevo, va fatta saltare
per riprendere, con Marx, quella strada che porta oltre Marx? Siamo
sicuri di aver capito tutto ciò?