lunedì 9 gennaio 2023

 https://www.lacittafutura.it/video/gli-usa-parlano-di-pace,-ma-in-realt%c3%a0-vogliono-la-guerra

lunedì 11 luglio 2022

 Un mio video che consiglio a tutti.


https://www.youtube.com/watch?v=DumVu3wJi5A&t=3s

sabato 1 gennaio 2022

 

Taimanov,Mark E - Larsen,Bent [E14]

Interzonal–08 Palma de Mallorca (7), 18.11.1970



1.d4 Cf6 2.c4 e6 3.Cf3 b6 4.e3 Ab7 5.Ad3 Ab4+ 6.Cbd2 c5 7.0–0 0–0 8.a3 Axd2 9.Axd2 Ae4 10.Ac3 d6 [Il Bianco sta leggermente meglio.]


11.Cg5 Axd3 12.Dxd3 Cbd7 13.Tfd1 Dc7 14.dxc5 dxc5 [


XABCDEFGHY
8r+-+-trk+(
7zp-wqn+pzpp'
6-zp-+psn-+&
5+-zp-+-sN-%
4-+P+-+-+$
3zP-vLQzP-+-#
2-zP-+-zPPzP"
1tR-+R+-mK-!
xabcdefghy

]


[14...Cxc5 15.Dxd6 Dxd6 16.Txd6 Tfc8]


15.Cxh7!+– Tfd8 [15...Cxh7 16.Dxd7]


16.Cxf6+ Cxf6 17.De2 Dc6 18.Axf6 gxf6 19.Dg4+ Rf8 20.h4 Re7 21.Txd8 Txd8 [Finale RDT-RDT]


22.g3 Dd6 23.b4 Rf8 [23...Td7 è una miglior difesa.]


24.bxc5 [ È meglio 24.h5+–]


24...Dxc5 25.h5 Re7 26.Rg2! Dc6+ [


XABCDEFGHY
8-+-tr-+-+(
7zp-+-mkp+-'
6-zpq+pzp-+&
5+-+-+-+P%
4-+P+-+Q+$
3zP-+-zP-zP-#
2-+-+-zPK+"
1tR-+-+-+-!
xabcdefghy

]


27.Df3 [27.e4!]


27...Dxf3+ 28.Rxf3 [ RT-RT]


28...Tc8 29.h6 Txc4 30.h7 Tc8 [


XABCDEFGHY
8-+r+-+-+(
7zp-+-mkp+P'
6-zp-+pzp-+&
5+-+-+-+-%
4-+-+-+-+$
3zP-+-zPKzP-#
2-+-+-zP-+"
1tR-+-+-+-!
xabcdefghy

]



31.Tc1! Th8 32.Tc7+ Rf8 33.Txa7 [ Sperando Ta8+.]


33...Txh7 34.Tb7 Th1 35.Txb6 Ta1 36.Tb3 f5 37.e4 fxe4+ 38.Rxe4 Rg7 39.Rd4 Ta2 40.f3 Rg6 [40...Tc2]


41.Rc5 e5 42.Rb5 f5 43.a4 e4 [43...Rf6 potrebbe funzionare meglio. 44.a5 e4]


44.fxe4? [ Il Bianco dovrebbe tentare 44.Te3+–]


44...fxe4= 45.a5 Rf5 46.a6 [ Minacciando fortemente Rb6.]


46...Re5 47.Tc3 Ta1 48.Tc5+ Rd6! [ ...Tb1+ è la minaccia più forte.]


49.Tc4 e3 50.Te4 Tb1+ 51.Rc4 Ta1 [ Il Bianco non deve prevenire ...Ta4+.]


52.Rd3 Ta3+ [52...Txa6= 53.Rxe3 Rd5]


53.Re2 Rd5 54.Txe3 Txa6 55.Rf3 Tf6+ 56.Rg4 Tf8 57.Rh5 Th8+ 58.Rg6 Rd4 [58...Tg8+ 59.Rf7 Tg4]


59.Ta3 [59.Tb3 with more complications. 59...Re4 60.Rf6 Tf8+ 61.Rg5 Tg8+ 62.Rh5]


59...Re4 60.g4 Tg8+ 61.Rh5 [ Ed ora g5 dovrebbe vincere.]


61...Th8+ 62.Rg5 [ Minaccia di vincere con Rf6.]


62...Tg8+ 63.Rh4 Re5? [











XABCDEFGHY
8-+-+-+r+(
7+-+-+-+-'
6-+-+-+-+&
5+-+-mk-+-%
4-+-+-+PmK$
3tR-+-+-+-#
2-+-+-+-+"
1+-+-+-+-!
xabcdefghy

]


[63...Rf4= e Il Nero non ha niente da temere. 64.Ta4+ Rf3]


64.Ta6!+– Rf4 [64...Th8+ è stata richiesta. 65.Rg5 Tg8+ 66.Rh5 Th8+ 67.Th6 Tf8]


65.Tf6+ Re5 66.g5 [ Weighted Error Value: Bianco=0.13/Nero=0.20]


66...Th8+


1–0




martedì 27 aprile 2021


Amadeo Bordiga



Come Gramsci e Togliatti, Amadeo Bordiga era di estrazione borghese; il padre era docente di Agraria, la madre di famiglia nobile. Crebbe in un ambiente intellettuale e scientifico che lo renderà insensibile a Croce e Gentile, del primo non leggerà mai le opere vantandosene, avrà sempre scarsa considerazione per il positivismo italiano, da lui ritenuto banale e noioso. A suo parere la lettura delle opere di Marx era più che sufficiente a un rivoluzionario.

Nel 1912 era già un giovane leader socialista con un atteggiamento assai critico verso l’ala destra del partito; lo stesso atteggiamento ebbe verso quella che sarà l’ala destra del futuro partito comunista guidata da Angelo Tasca.

A proposito del Partito socialista Bordiga scrive nella rivista di Gaetano Salvemini “L’Unità”: “il problema non è la cultura, che resta borghese, e nessun riformismo riuscirà a cambiare, il vero problema del socialismo italiano è di trovare una unità ideologica di azione”. Insieme a Ruggiero Grieco e Oreste Lizzardi fonda lo stesso anno il Circolo Carlo Marx, collocandosi in una posizione assai critica verso il partito socialista, che lo condusse progressivamente alla presa di coscienza dell’estraneità del Psi ai principi del marxismo.

Bisogna, però, tenere conto che tra Gramsci e Bordiga il critico più radicale della tradizione socialista è il primo, benché l’obiettivo del secondo era di tornare alla ortodossia marxista che a suo parere la Seconda Internazionale aveva abbandonato. 

Come annota Giuseppe Berti, Bordiga e Togliatti ebbero posizioni divergenti sull’atteggiamento da tenere dinanzi alla Prima guerra mondiale: Togliatti si arruolò volontario nella sanità militare e per questa sua scelta non fu mai criticato da Gramsci; Bordiga invece con il suo scritto Il soldo del soldato rifiuta ogni distinzione tra la guerra offensiva e quella difensiva, perché a suo parere la guerra ha sempre carattere imperialistico, ossia è volta alla valorizzazione del capitale nazionale e allo sfruttamento del proletariato.

L’azione politica del politico napoletano lo rende rapidamente famoso nel Psi, tanto che al momento della fondazione del PCd’I a Livorno nel 1921 tutti conoscono Bordiga, molto meno Gramsci e Togliatti.

Come osserverà nella Storia del partito comunista, Paolo Spriano, non certo tenero con Bordiga, egli fu l’agitatore principale delle lotte operaie a Napoli contro la Cgil nazionale, che aveva cercato di porre un’ipoteca moderata sul nascente movimento sindacale operaio napoletano. In uno scritto sul rivoluzionario napoletano del 1930 Togliatti lo definisce portatore di un pensiero astratto e non dialettico; accusa che si fonda sulla non dimestichezza di Bordiga con la filosofia hegeliana. 

Dopo il congresso di Livorno, Bordiga getterà le basi di un partito comunista molto diverso dagli altri partiti europei aderenti alla Terza Internazionale. Come scrive Renzo De Felice [2], la composizione prettamente operaia del partito, consentì a Bordiga di impedire la nascita di una rigida burocrazia che si sarebbe risolta in una gerarchia piramidale per lui inaccettabile. Il rivoluzionario napoletano non negava la necessità di una rigorosa disciplina interna fondata sul programma del “centralismo organico” e che doveva essere l’assetto naturale della sinistra comunista.

In quegli anni Bordiga sembra essere un leader incontrastato, un dominatore, un vero trascinatore, che impressiona i compagni per la sua sicurezza. 

Alla domanda su cosa pensa del fatto che Lenin non è concorde con la sua opinione secondo cui non si deve partecipare alle elezioni parlamentari risponde “Lenin ed io siamo figli di Marx a parità di diritti. La situazione russa non è quella italiana”. Lev Kamenev, presente al congresso di Livorno, dichiara “Amadeo è un leone” [3]. 

Decenni dopo, rilasciando prima di morire l’ultima intervista a Sergio Zavoli, Bordiga giustificherà la passività del partito comunista dinanzi all’involuzione democratica innescata dal movimento fascista, sostenendo che non fu possibile contrastare la forza dell’esercito e della polizia dello Stato italiano, che di fatto lo sostenevano

In quella fase il partito italiano era diviso tra la leadership di Bordiga e quella di Gramsci, i quali erano animatori di due riviste ”Il Soviet” e “L’Ordine Nuovo”in cui sono espresse le loro differenti concezioni politiche.

Bordiga considera la Rivoluzione del 1917 spuria, bastarda, atipica rispetto a come avrebbe dovuto essere secondo le ipotesi di Marx. Di contro, nello scritto La rivoluzione contro il capitale, Gramsci delinea una critica misurata e prudente. Nonostante queste differenze, il rivoluzionario napoletano nutrirà sempre simpatia per Gramsci, mentre verso Togliatti avrà un atteggiamento completamente diverso, convinto che il suo rivale intendesse dar vita a un partito burocratizzato e nella sostanza per nulla rivoluzionario. Intuiva che la Rivoluzione del 1917 era purtroppo avvenuta in uno Stato arretrato e non in uno Stato fortemente industrializzato, come era da auspicare

In quegli anni il partito italiano tentennerà a lungo tra Bordiga e Gramsci, due futuri leader del Pci Secchia e Longo sono da giovani bordighisti, come dice Terracini nelle sue memorie [4]. 

Visti retrospettivamente gli avvenimenti che porteranno alla emarginazione di Bordiga dal gruppo dirigente sembrano inevitabili; infatti, sarà Bordiga stesso a dare spazio al centro gramsciano, che opererà per la sua espulsione nel 1930. Nel 1923 subisce la condanna dell’Internazionale che impone l’entrata nella direzione del partito della destra di Angelo Tasca [4]. La sua reazione mostrerà come egli si ponga sullo stesso piano di Lenin e Stalin; questa è la sua risposta dal carcere, in cui era stato rinchiuso nel 1926: “Non pretendo di rappresentare altro che il signor me stesso, ma dichiaro che non collaborerò in alcun modo alla direzione del partito. Dall’esecutivo sono lieto di essere già escluso. Non mi dimetto da non so che cariche, che mi hanno dato a Mosca, ma se dovessi uscire non andrò laggiù neanche per poco tempo” [5].

Il partito è diviso, i vecchi compagni non vogliono cacciarlo, ma nemmeno rompere con Mosca. Si incaricherà Gramsci di iniziare la sua estromissione dal partito, che però procede cautamente. Forse la cosa non progredirebbe, ma è lo stesso Bordiga, fedele all’idea che un comunista non debba nascondere nulla, a rompere con una dichiarazione fatta a Mosca il 1° marzo 1926 durante un incontro con Stalin: “Dove sta andando l’Unione sovietica? Sta costruendo davvero il socialismo o sta fabbricando un colossale capitalismo di Stato?”. L’incontro in breve degenera. Il rivoluzionario napoletano incalza Stalin, chiede informazioni sui programmi industriali, e infine domanda: “il compagno Stalin pensa che lo sviluppo della situazione russa e dei problemi interni del partito russo siano legati allo sviluppo del movimento proletario internazionale?”. Concludendo aggiunge: “voi sovietici vi preoccupate ancora della rivoluzione mondiale oppure pensate di costruire il socialismo in un solo paese”? [6]. Lo scontro tra i due personaggi è duro ma dignitoso; Stalin risponde sdegnoso, respingendo le accuse. Non vi fu nessuna umiliazione o derisione di Bordiga come pretenderà anni dopo la vulgata togliattiana. Il giorno dopo al VI Plenum politico napoletano tornerà ad attaccare Stalin proprio sull’uso del terrore per mantenere unito il partito. Allora Togliatti prende la parola per affermare che Bordiga non è un capo di partito e quindi parla solo per se stesso, mettendo termine così a un momento imbarazzante della riunione.

Gran parte dei segretari delle federazioni comuniste sono con lui, mentre il cosiddetto centro gramsciano-togliattiano annaspa. Togliatti accusa i compagni di base di non sostenere adeguatamente il centro e di essere ingenuamente bordighisti [7].  Al congresso di Lione del 1926 la sinistra bordighista reagisce e accusa l’ordinovismo di avere un’ideologia in cui predominano concezioni filosofiche borghesi, idealistiche e crociane. Alla fine del congresso di Lione, i bordighisti raccolgono il 10% dei voti, risultato che probabilmente non rappresenta la forza reale che essa conservava nella base. In quell’occasione Bordiga ribadisce i suoi punti di vista dottrinali, programmatici, tattici e traccia il consuntivo dell’esperienza storica accumulata dal proprio gruppo nel Psi, nel PCd'I e nell’Internazionale, rivendicandone l’originalità e la coerenza, contro la confusione ideologica e gli ondeggiamenti politici del gruppo gramsciano, a cui rinfaccia ancora una volta la matrice filosofica idealistica.

Messo fuori dal gruppo dirigente Bordiga, avversato da Togliatti, continua ad avere un concreto seguito tra i compagni della base. Quando a Mosca i compagni sovietici gli propongono di trasferirsi in quella città come referente di un gruppo di Lavoro dell’Internazionale, sarà Togliatti a far naufragare il progetto [8].

Il vecchio dirigente del PCd’I espulso nel 1930 si era ritirato a Napoli dove solo pochi compagni gli stanno accanto. Al suo arrivo a Napoli nel marzo del 1944, mentre visita la locale sezione comunista, Togliatti domanda: “cosa fa Bordiga? Si è fatto vivo?”. I presenti rispondono che nulla è arrivato da Bordiga; allora Togliatti insiste “eppure con lui abbiamo un conto aperto e dobbiamo chiuderlo”. 

Bordiga fra il 1945 e il 1965 scrive importanti pagine da leggere ancora oggi come Dialogato con Stalin del 1953 e Dialogato con i morti del 1956 in polemica con Krusciov. Nella sua Napoli continua a scrivere, a pensare e a parlare, circondato da molti ammiratori e pochi compagni. Bella e commovente è la sua ultima intervista già ricordata, rilasciata a Zavoli per la trasmissione Nascita di una dittatura. Bordiga vi compare malato, ma non ha perso la sua verve polemica e ribadisce il suo affetto per Gramsci col quale, a distanza di anni, continua a polemizzare politicamente, ma umanamente gli conferma tutta la sua stima. Di Togliatti Bordiga non dice né scrive nulla.  

Concludendo, credo che Amadeo Bordiga fosse un compagno affidabile, sincero nemico del capitalismo senza se e senza ma. La sua azione politica non è stata scevra di sbagli ed errori, fondata su valutazioni spesso schematiche, nonostante ciò rimane un grande leader comunista, dotato di grande coraggio umano e politico. Il coraggio che fece difetto, invece, a chi nel 1991 a Rimini decise di chiudere il partito che lui aveva contribuito a fondare nel 1921 a Livorno.

 

Note:

[1]Bordiga, A., Scritti scelti, a cura di F. Livorsi, Feltrinelli, Milano 1975, pp. 55-59.

[2] De Felice, R., Serrati, Bordiga, Gramsci, De Donato, Bari 1974, pp. 129-133.

[3] Agosti, A., La Terza Internazionale, vol. II, t. 1, Editori riuniti, Roma 1976, pp. 412 ss.

[4] Livorsi, F., Amadeo Bordiga, Editori riuniti, Roma 1976

[5] Livorsi, F., op. cit., pp. 285 ss.

[6] Livorsi , F., op. cit.,pp. 336 ss.

[7] De Clementi, A., Amadeo Bordiga, Einaudi, Torino 1971pp. 242-243.

[8] De Clementi, A., op. cit., p. 242.

09/04/2021

 https://www.lacittafutura.it/archivio/amadeo-bordiga

martedì 15 settembre 2020

 Ecco i l link al mio articolo su Cina e Vaticano, Questa è la prima parte seguiranno la seconda e la terza.


https://www.lacittafutura.it/esteri/la-sorpresa-di-un-accordo-fra-la-cina-e-la-santa-sede-prima-parte

lunedì 31 agosto 2020

 

 

            Il più famoso dei banchieri genovesi del XVI secolo Nicola Grimaldi nel 1575 depositando i suoi conti ad una corte di giustizia spagnola , chiedeva ché gli fosse accordato il fallimento[1]. Non era un qualsiasi banchiere, ma era uno dei più importanti prestatori di denaro della corona spagnola sotto Carlo V e suo figlio Filippo II.La sua famiglia, assieme alle famiglie dei Fugger, degli Herwarth e dei Walser e degli Spinola , era fra i più cospicui banchieri che prestavano denaro alla corona d’Asburgo. Lo stesso Grimaldi che aveva iniziato la sua attività giovanissimo, con un capitale di 80.000 ducati nel 1515, sessant’anni dopo nel 1575 lo aveva portato a 4.000 000 di ducati[2]. Cosa lo aveva costretto a un tale passo. Proprio lui che nel 1558 aveva anticipato alla corona spagnola un milione d’oro, ottenendo come garanzia l’argento sudamericano che proveniva da Laredo in Perù, nella misura del 30% del suo totale. E ogni anticipo su tale somma erogato dal banchiere, prima dell’arrivo dell’argento dalle Americhe gli sarebbe stato ripagato con l’interesse del 10%[3]. Un tasso decisamente usurario.Per capirlo bisogna andare indietro agli inizi del regno di Filippo II di Spagna el rey prudente.

            Nel XVI secolo la spesa più alta che un governo europeo aveva era la guerra. Le nuove scoperte scientifiche militari avevano aumentato e , di molto , le spese per mantenere un esercito e dotarlo di armi adeguate al tempo[4]. Filippo II che aveva consacrato il suo regno alla restaurazione del cattolicesimo in Europa, manteneva nella zona del Reno e del Palatinato tedesco, dopo la pace di Cateau-Cambrésis 1559 una forza di non più di 10.000 uomini e fino alla rivolta olandese del 1566 non ebbe nessuna seria minaccia da quel teatro da dover mobilitare forze cospicue[5]. Filippo gestì abbastanza bene la spesa ordinaria in tempo dio pace e fino al 1567 la spesa superò poche volte l’accettabile cifra di 450.000 ducati l’anno. Filippo diede prova di concreta parsimonia, mentendo le spese di corte per sé e per i principi di sangue reale sotto controllo, con una media di 400.000 ducati annui di spesa totale dello stato spagnolo[6]. Furono anni pacifici e con una spesa contenuta, poi il ruolo della Spagna in Europa e nel Mediterraneo centrale fecero saltare questa oculata gestione delle finanze pubbliche[7]. Il posto della Spagna in Europa, come maggior potenza mondiale porto giocoforza ad un impegno sempre più gravoso per il paese , e Filippo II si trovò ad affrontare problemi che presto o tardi qualsiasi impero trova sulla sua strada[8].

            La rivolta dei pezzenti e quella dei baroni olandesi spinse Filippo ad impegnarsi inviando il Duca d’Alba, con un forte esercito attraverso la via spagnola, che dalla Spagna, l’Italia e seguendo la via di montagna delle alpi sbucava nel territorio spagnolo in Francia e Germania terminando nei paesi bassi spagnoli[9]. Una via che , oltre ad esser lunga ,  era costosissima e necessitava di cospicui fondi pubblici che spinsero Filippo ad aumentare il carico fiscale sul paese. In pochi anni le entrate spagnole provenienti dalla tassazione , passarono dal 1.309.000 ducati del 1556 a 4. 271. 500 ducati nel 1575.  Filippo II riuscì solo a limitare un po’ la spesa alla fine del suo regno nel 1598 scendendo a 4.076.900 ducati[10]. Presto però l’aumento della tassazione non fu sufficiente per coprire le spese statali. Si arrivò a tassare i beni alimentari in due riprese nel 1590 e nel 1596, per una raccolta erariale di 8.000.000 per la prima e di 9.300.000 per la seconda cifre imponenti che non coprirono il fabbisogno dello stato e non lo emendarono dal ricorrere al prestito dei banchieri principalmente i genovesi. Fu tentata una vendita di diritti di fueros[11] cittadini che nella sostanza fallì. Scrivendo ad Emanuele Filiberto, Filippo diceva: “non c’è nessuno in Spagna che abbia denaro sufficiente a comprare questi diritti, poiché il regno nel suo insieme è talmente povero, assai più povero dell’Olanda.[12]

            Il finanziamento dell’esercito perseguitava Filippo. A partire dalla difesa di Malta 1565, la rivolta olandese 1567, la ribellione dei moriscos 1568-1570, la campagna della Santa Lega con la vittoria di Lepanto 1571 e la rinnovata rivolta delle Fiandre del 1572[13] esaurirono le casse reali, paradossalmente anche di più come nel caso di vittorie come Lepanto e la sconfitta sul campo del campo dei fiamminghi guidati da Guglielmo d’Orange per mano del duca d’Alba[14]. Proprio questo complesso personaggio fu all’origine di un grosso esborso di denaro da parte del tesoro reale. Per sedare l’ammutinamento dei soldati spagnoli che erano da anni senza il soldo pattuito e mal sopportavano la ferrea disciplina del duca d’Alba, ciò comportò il risarcimento delle truppe dopo anni di privazioni con apposito denaro fatto affluire dalla Spagna e che depauperò ulteriormente la casse statali. L’Alba fu richiamato ma questo fece sfuggire la vittoria definitiva sui ribelli olandesi[15].

            Filippo dovette ricorrere al prestito dei banchieri genovesi, e in un primo momento anche dei Fugger, che presto si tirarono fuori lasciando campo libero ai Grimaldi e gli Spinola che adottarono metodi usurari, che in un primo momento non furono appieno compresi dal re[16]. Questi banchieri prestavano il denaro a tassi usurari e solo con asientosa breve rimborso a tre anni, talvolta a quattro anni dietro garanzia delle entrate correnti dello stato come rimborso e non garantivano nuovi asientos futuri. Filippo sotto la pressione di inderogabili necessità di stato dovette accettare[17]. Le preoccupazioni di Filippo erano opprimenti per il re , che dopo la prima volta in cui respinse il debito nel 1557 , si limitò a non pagare gli interessi e consolidò nel debito gli interessi non pagati. I creditori Spinola, Grimaldi e Fugger strepitarono, ma poi davanti al rischio di perdere il 40-50% degli interessi si accontentarono di pretendere un 10% sul capitale[18]. Filippo brancolava nel buio. Istituì una commissione segreta per affrontare il complicato caso del debito pubblico, ma non venne a capo di nulla, probabilmente perché diversi componenti di questa commissione erano vicini ai banchieri genovesi e nella sostanza non conoscevano molto riguardo alla pubblica finanza[19].

            Gli anni passavano e il debito pubblico spagnolo cresceva a dismisura. Vi era in tutta la Spagna un solo funzionario che aveva conoscenze di pubblica finanza era Juan de Ovando esperto di cose economiche ed ecclesiastico con una carriera nelle indie occidentali[20]. Nel 1574 l’Ovando fece una accurata disamina dei debiti e delle obbligazioni della corona e nella sostanza consigliava il disconoscimento del debito e la trasformazione dei prestiti a breve termina ad alto interesse in prestiti a lungo termine e a basso interesse[21]. I banchieri genovesi prontamente avvertiti , protestarono e per un anno Filippo non prese nessuna decisione. Nelle riunioni della commissione segreta, l’Ovando era mal visto dagli altri membri. In una riunione tacque, con la conseguenza che gli altri componenti , non essendo in grado di dare validi consigli al re , tacquero anche loro e Filippo annotò in una lettera a Matteo Vazquez la seguente frase: “Non ci capisco un acca. Non so cosa dovrei fare … il tempo fugge, ditemi che mi consigliate di fare.”[22]Nel settembre del 1575 l’Ovando morì e pochi mesi dopo Filippo avviò il disconoscimento del debito , e a fronte di un esercito delle Fiandre che costava 700.000 ducati al mese , aveva in cassa meno di 10.000 000 di ducati per tutte le necessità. Le operazioni militari si fermarono su tutti i fronti. In una ultima lettera l’Ovando lo aveva redarguito dicendogli che , se non avesse aspettato un anno a disconoscere il debito , le cose sarebbero andate meglio[23]. Ora anche i banchieri genovesi che tanta responsabilità avevano nel fallimento della Spagna , si trovarono anche essi sull’orlo del fallimento e il più spericolato di prima Nicolau Grimaldi era fallito davvero[24]. Una cosa che tanto angustiò Filippo fu che in quel frangente non aveva molto denaro da dare ai cattolici francesi nella loro lotta contro gli ugonotti.  Dal 1560 al 1598, anno della morte di Filippo II, le entrate della corona erano triplicate, ma il debito e i relativi interessi quasi quintuplicati. La Spagna che Filippo II consegnava al suo erede Filippo III era ancora la prima potenza d’Europa[25], ma aveva un debito colossale. I banchieri genovesi per la loro avidità ne portavano le maggiori colpe. Scrive Filippo II in una nota privata: “Non sono mai stato in grado di ficcarmi in testa questo garbuglio dei prestiti e degli interessi. E non sono mai riuscito a capirci qualcosa.[26]

 



[1]Vedi F. Braudel, Civiltà materiale, economia e capitalismo, (secoli XV-XVIII) vol. II, I giochi dello scambio, Einaudi, Torino 1981, p. 530;

[2]Kamen H., Il secolo di ferro, 1550-1660, Laterza, Roma-Bari 1985, pp. 136 sg.; per un maggiore inquadramento della materia vedi R. Carande, Carlo V e i suoi banchieri, Marietti, Genova 1987;

[3] F. Braudel, Civiltà e imperi del mediterraneo nell’età di Filippo II, Einaudi, Toriuno 1990, P. 1028;

[4] G. Parker, La rivoluzione militare, le innovazioni militari e il sorgere dell’occidente, Il Mulino, Bologna 1992;

[6]G. Parker, Un solo re un solo impero, Filippo II di Spagna, Il Mulino, Bologna 2005; Per la verità il Parker sostiene che a seguito della guerra contro la Francia Filippo aveva dovuto sospendere i pagamenti degli Juros, (interessi), per un breve periodo. Ma il debito non era stato annullato, ma solamente consolidato. 

[7] G. Woodward, Filippo II, Il Mulino, Boilogna 2003; pp. 46 sg.;

[8]G. Parker, La “grande strategia di Filippo II”, ESI, Napoli 2003;

[9]G. Parker, The Army of Flanders and the Spanish Road, 1567-1659, Cambridge University 1972;

[11] I fueros erano diritti consuetudinari che avevano le città per amministrare la giustizia e governare le comunità locali.

[12]G. Woodward, op. cit., pp. 47;

[13] Su queste vittorie vedi A. A. Spagnoletti, Filippo II,op. cit.; eKamen H., Philip of Spain, 1997; è ancora valida la vecchia opera di Martin Hume ristampata nel 2016;

[14]G. Parker, Un solo re un solo impero, cit., p. 148;

[15] H. Kamen, Il duca d’Alba, UTET, Torino 2010;

[16]G. Parker, Un solo re un solo impero, cit., p. 149; e G. Woodward, op. cit., p. 54;

[18]F. Braudel, Civiltà materiale,op. cit., pp. 1027-1033;

[19]G. Woodward, op. cit., p. 56;

[20] Musi A., L’impero dei vicerè, Il Mulino, Bologna 2013, p. 71;

[22]G. Parker, Un solo re un solo impero, cit., p. 152; e G. Woodward, op. cit., p. 57;

[23]G. Parker, Un solo re un solo impero, cit., p. 155;

[24]Braudel, Civiltà materiale,p. 528-530;

[25] John Elliott, La Spagna e il suo mondo, Einaudi, Torino 1989;

[26]J. Gentil da Siva, Philippe II,in <<Annales E.S.C.>>, XIV, 1959, pp. 730-37;